Nairobi-Mombasa l’antica ferrovia rifatta dalle FS?

NAIROBI – A sentire le sue ottimistiche dichiarazioni, l’Italia si appresta a trasformare il Kenia – e in particolare la base militare marittima di Mombasa – nel “cane da guardia” sull’oceano Indiano contro la pirateria somala. Non manca d’ottimismo, appunto, il viceministro del commercio estero Adolfo Urso al termine della missione a Nairobi, capitale del Kenia. E se anche è norma comune che le dichiarazioni ufficiali siano sempre improntate all’ottimismo-decisionismo bilaterale, questa volta Urso dovrebbe spiegarci come mai sarà l’Italia a diventare determinante contro la pirateria somala quando a Mombasa c’è una delle più potenti flotte Usa dell’area. Che sia un bis della “sparata” di Bertolaso per Haiti, dove il capo della protezione civile ha ironizzato sugli aiuti Usa parlando di dilettantismo e improvvisazione?
Ironie a parte, la missione Urso sembra assai più credibile quando si parla del Kenia come “piattaforma logistica” importante per l’intera Africa sub-sahariana, dove l’Italia gioca e può giocare un importante ruolo. E non per niente Urso ha visitato anche Malindi, la nota località turistica a nord di Mombasa e poche decine di chilometri da Lamu, dove per anni la base spaziale italiana “Luigi Broglio” è stata determinante per i lanci in orbita dei nostri satelliti: qui l’Italia non solo è di casa – l’82% del turismo in questa zona è in mano alle imprese italiane – ma la base “Broglio” (malgrado il nome non certo rassicurante) potrebbe essere ulteriormente incrementata. E qui c’è l’interesse diretto non solo di Finmeccanica ma anche delle Ferrovie Italiane, in gara per l’ammodernamento e la ristrutturazione della ferrovia Nairobi-Mombasa, una delle più antiche, romantiche (e lente) dell’intero continente africano. Una ferrovia dove si viaggia ancora in vecchi vagoni inglesi odorosi di legni pregiati, ci sono i camerieri in guanti bianchi che rifanno le vetture-letto, il wagon-restaurant serve i pasti con le posate d’argento e la notte scorre dietro le vetrate dei vagoni lampeggiando nel buio centinaia e centinaia di occhi fosforescenti degli animali della savana. Io ci ho viaggiato, e credo di essere stato tra gli ultimi a godermi questo incredibile salto nell’ottocento coloniale britannico. Con le testimonianze di una ferrovia costruita – come è scritto in molti libri che a quei tempi si trovavano anche sul treno – lottando non solo contro la natura selvaggia, ma anche contro intere tribù di leoni antropofaghi che si erano abituati a portar via ogni notte dagli accampamenti i coolies cinesi che servivano da forza lavoro per piazzare i binari.
Tutto questo non c’è più, ma rimane la natura selvaggia e insieme la necessità di trasformare il lento e suggestivo viaggio (si parte la sera da Nairobi, si arriva la mattina a Mombasa) in un veloce collegamento da tempi moderni. E le Ferrovie Italiane sono tra coloro che ci proveranno.

A.F.

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