Segretario generale: la fumata bianca non c’è, e Gariglio cerca candidature
Anziché la nomina del leghista Mancini, parte un “avviso a chi è interessato”

Il presidente dell’Authoroty livornese Davide Gariglio a Palazzo Rosciano, sede dell’istituzione portuale, nel salone intitolato a Giuliano Gallanti, davanti al busto marmoreo settecentesco del granduca Ferdinando
LIVORNO. La fumata nera dal comignolo della Cappella Sistina presidiato dal gabbiano dice che il papa non è stato eletto: magari è in pole position ma non ce l’ha fatta a fare l’ultimo passo per ottenere il quorum ed entrare in carica. Non c’è dubbio che il paragone resti un po’ zoppicante perché il comitato di gestione dell’Authority livornese non è un conclave in Vaticano e perché non c’era da arrivare a nominare un pontefice bensì semplicemente il segretario generale, cioè il numero 2 dell’istituzione portuale che da Palazzo Rosciano governa il sistema portuale di Livorno e Piombino più gli scali delle isole: sta di fatto che la fumata bianca non c’è stata. Anche se il tam tam delle indiscrezioni indicava il nome di Gianmarco Mancini, ex parlamentare della Lega, come nome sicuro. Talmente sicuro che indiscrezioni rimbalzate nei giorni scorsi ne accreditavano un attivismo come se fosse già entrato nel ruolo e ormai si contassero solo le ore.
Non è stato così, e dal comitato di gestione che avrebbe dovuto procedere alla nomina di Mancini ha in realtà varato «un avviso pubblico per individuare il nuovo segretario generale». Detto così, sembra un po’ surreale: tutti si aspettano la nomina e da Palazzo Rosciano, quartier generale dell’ente portuale, esce una sorta di raccolta di quanti possono esser intenzionati a farsi avanti. Per dirla con le parole precise del presidente Gariglio: «L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale procederà all’acquisizione di manifestazioni di interesse da parte di coloro che siano interessati a ricoprire il ruolo del segretario generale dell’Ente».
Non risulta che sia una decisione presa dal consiglio di gestione, questa specie di “quasi-consiglio d’amministrazione” dell’ente: è semplicemente quanto oggi – addì lunedì 2 marzo, alla seduta di insediamento arrivata a 81 giorni di distanza dalla nomina ufficiale (e ancora in attesa che la Regione Toscana si prenda la briga di nominare il proprio rappresentante) – il presidente Gariglio ha comunicato ai membri del consesso: oltre al direttore marittimo della Toscana (e comandante della Capitaneria), ammiraglio Giovanni Canu, sono Nerio Busdraghi e Carlo Torlai, in rappresentanza del Comune di Livorno il primo e del municipio di Piombino il secondo.
Detto per inciso, se all’inizio era comprensibile un qualche ritardo nella nomina di competenza della Regione Toscana per via delle elezioni (e del passaggio dall’una all’altra “legislatura”), adesso non solo il presidente è rimasto il medesimo ma è da novembre che c’è la nuova squadra della giunta regionale con nomi e deleghe: difficile credere che in più di cento giorni il “governatore” non abbia trovato il tempo di indicare il proprio rappresentante nel comitato di gestione dell’Authority labronica. Anche perché: 1) è pur sempre un porto in cui, caso unico in Italia, una Regione mette 200 milioni per una grande opera pubblica di rango nazionale; 2) giusto giovedì scorso Giani era a Livorno per l’ennesima volta per parlare di porto (e di ponte sullo Scolmatore). Non potrebbe essere il segno che dietro c’è un segnale politico, destinatario Palazzo Rosciano?
Beninteso, in questa sorta di “avviso” di manifestazione di interesse non c’è selezione né sono previsti prove o colloqui, e nemmeno sarà pubblicata una qualche graduatoria: non sarà neppure reso pubblico l’elenco di quanti presenteranno il curriculum. E se vogliamo dirla tutta, almeno per ora non è stata comunicata una scadenza. Un giro di consultazione per buttare la palla in calcio d’angolo? Un modo per prendere tempo e comunque non formalizzare quantomeno adesso la nomina di Mancini?

L’ingresso di Palazzo Rosciano, quartioer generale dell’ente che governa i porti di Livorno e di Piombino, oltre agli scali minori delle isole dell’Arcipelago
Ma Gariglio ha dimestichezza con il latinorum della giurisprudenza: è stato allievo del professor Pizzetti, l’ha affiancato nello studio degli ingranaggi della pubblica amministrazione in quella stagione di riformismo federalista di centrosinistra. Dunque, nero su bianco nella nota ufficiale tiene a precisare con puntiglio che non vuol fare altro se non camminare esattamente «sulla falsariga – spiega – di quanto fatto nel recente passato dal ministero delle infrastrutture in occasione del rinnovo degli organi di vertice di cinque Autorità di Sistema Portuale».
Certo, c’è anche altro nel menù: una informativa sull’adozione dell’ordinanza n.1 del 2026 in base alla quale l’Authority ha adeguato a un decreto ministeriale del 2022, il regolamento per l’esercizio delle operazioni e dei servizi portuali, l’amministrazione delle aree demaniali e patrimoniali e la fornitura di lavoro temporaneo nei porti dell’ente. Ma il piatto forte di portata era la questione del segretario generale.
Certe nomine «non finiscono / fanno dei giri immensi e poi ritornano»: nulla vieta cioè che Gariglio poi finisca per portare in comitato di gestione il nome di Mancini come braccio destro. Ma per ora no, e siccome anche Gariglio ben conosce le liturgie della politica (è stato parlamentare dem, a lungo consigliere regionale in Piemonte e segretario regionale del Pd) è arduo immaginare che questa frenata sia solo un ghirigoro burocratico.
Vale come “messaggio in bottiglia”: ma a chi? Tre i destinatari possibili.
Il ministero. Gariglio potrebbe aver chiesto la garanzia di un rapporto politico un po’ più sereno, dopo che il viceministro Rixi, rimangiandosi il pragmatismo di tutti i mesi precedenti, di recente ha preso a sberle il porto di Livorno.
Il centrodestra. Gariglio ha talvolta tirato fuori la metafora delle Olimpiadi 2006 nella sua Torino, quando riuscì insieme alla controparte di destra a evitare che, a suon di sgambetti, la città facesse una figuraccia in mondovisione per i ritardi nei lavori. Dunque, gli uni e gli altri sono avversari politici ma quando sono in ballo gli interessi del porto si indossa tutti la maglia amaranto come fossimo in campo all’Armando Picchi.
Il centrosinistra. Non c’è dubbio che questo sia il campo di Gariglio, dem di osservanza ex sinistra dc sabauda con talento di mediatore. C’è da mediare probabilmente anche nel variegato arcipelago delle soggettività del centrosinistra locale: da un lato, chi considera che la destra sta dall’altra parte della barricata e bisogna di cercare sponde; dall’altro, chi invece ritiene che si debba fare professione di realismo e acconciarsi a trovare forme per combinare qualcosa anche con le leve di governo in mano a Meloni e dintorni. Gli uni, contro Mancini; gli altri, disposti a digerirlo purché aggiunga forza alle rivendicazioni di Livorno (e porti a casa davvero qualcosa anziché star lì a mettere lo zucchero nel motore di Gariglio).
Fonti interne a Palazzo Rosciano tendono a ridimensionare la portata di tutto questo: semmai tutto nasce da esigenze di trasparenza e, in nome della voglia di mostrarsi inappuntabili sotto questo profilo, sarà tutt’al più male di qualche settimana, mica di più. Chissà, in questa “casa degli specchi” tutto è possibile: solo un fraintendimento di una buona intenzione?

Il soprallugo dell’ottobre 2025 alla vasca di colmata: si notano il preetto Dionisi, l’allora commissario Gariglio e il ministro Salvini, oltre al commissario della maxi-Darsena Luciano Guerrieri e all’ingegnere capo dell’Authority Enrico Pribaz
Al centro torna sempre la questione dei requisiti di competenza specifica che la normativa prevederebbe in termini stringenti: peraltro, anche Gariglio ha un curriculum da carriera politica in casa dem più la guida di grandi società pubbliche di bus. Curiosamente, anche Mancini si è occupato di aziende di bus a Piombino e nel sud Toscana, è componente esterno dell’organismo di vigilanza dell’ex municipalizzata lucchese del gas e dell’analoga società locale dei rifiuti così come in passato, per alcuni mesi, aveva guidato la società dell’acquedotto lucchese. In precedenza, come professionista con radici fra Como e Varese, aveva seguito in Lombardia i servizi pubblici locali di alcune città e società del settore ferroviario, in due round segretario particolare e consigliere politico del ministro Roberto Maroni (agli interni e poi al welfare), nella prima metà degli anni ’90 deputato della Lega e agli inizio di questo decennio commissario del Carroccio a Livorno.
Tutto questo atterra in un contesto che ha in ballo il combinato disposto di altri due tipi di scenari. A cominciare da una certa qual sensazione di essere a bagnomaria, benché Gariglio sia in sella da quasi dieci mesi, prima come commissario e da metà novembre con i galloni da presidente. La ragione è presto detta: il segretario generale ancora non c’è e il comitato portuale ha avuto il 2 marzo la prima seduta, senza neanche essere al completo (come detto manca il rappresentante della Regione Toscana). Non basta: a inizio ottobre è stato il ministro Matteo Salvini in persona ad annunciare che avrebbe nominato il prefetto Giancarlo Dionisi come commissario straordinario per la Darsena Europa, ma la formalizzazione non è arrivata e intanto è ancora lì Luciano Guerrieri, che pure correttamente ha presentato le dimissioni da quasi cinque mesi, cioè da quando è stato annunciato il nuovo commissario. La situazione resta a galleggiare fra quasi-ruoli informali e ex-ruoli non ancora del tutto ex: a bagnomaria. Qualcosa del genere, fatte salve le dovute differenze, potrebbe esser capitato – ammesso che le indiscrezioni abbiano riscontro – anche per lo scranno di segretario generale, magari con l’idea di abbreviare i tempi del traghettamento: perfino in incontri ufficiali.
E l’altro genere di perimetro-scenario? Livorno non è affatto un caso a sé stante nel Grande Gioco del rinnovo di tutti i vertici delle istituzioni portuali nell’era del centrodestra. Fin dai tempi del lunghissimo impasse nelle commissioni parlamentari è balzato agli occhi che il match si gioca in un contesto fatto di tante altre autorità di sistema portuale, e dunque gli equilibri e le soluzioni vanno pensate spesso su scala nazionale. Mentre è sulla rampa di lancio una “riforma della riforma della riforma” – quella dei “Porti d’Italia spa” – che, invece di far mettere al governo moneta sonante sui vari scali, porta via i quattrini a ciascuna Autorità portuale per accentrare a Roma ogni decisione. Esiste certo un problema di regia nazionale ma ci sarà di che divertirsi il giorno in cui qualcuno si farà qualche domanda sul rispetto del titolo quinto della Costituzione. Non è finita: se il governo non mette i soldi e li deve portar via dai singoli porti, come si fa a rimpinguare il gruzzoletto? Facile: basta far fermare (quasi) tutto. Come? Un po’ di rimpalli burocratici ministeriali, niente di più facile: e il gioco è fatto.
Mauro Zucchelli











