Pirateria, l’Italia sempre più a rischio

In una lucida analisi dell’ammiraglio Cristiano Bettini

Cristiano Bettini

ROMA – La pirateria marittima, piaga crescente. E malgrado tutti gli sfoggi di “muscoli” da parte dei paesi più forti – che hanno mobilitato decine di navi da guerra e centinaia di elicotteri – “stiamo curando i sintomi ma non la malattia”. L’ha detto l’altra sera a Palazzo Granducale di Livorno, in una conferenza organizzata dal Serra Club, l’ammiraglio di squadra Cristiano Bettini, attualmente responsabile della formazione professionale nelle scuole della Marina Militare, già comandante dell’Accademia Navale e vice della squadra navale.
Nella crescita quasi incontrollata della pirateria, specie nel Corno D’Africa dove passano il 50% delle merci che interessano l’Italia, i porti del Mediterraneo rischiano di essere sempre più tagliati fuori dai traffici con l’Est asiatico perché un crescente numero di armatori ormai preferiscono fare il giro dell’Africa piuttosto che sfidare le pericolosissime acque della Somalia. Tra sopportare costi di assicurazione ormai altissimi, e consumare un po’ più di carburante per aggirare l’Africa, molti armatori scelgono la seconda strada. Anche le cifre fanno paura: solo nell’ultima parte del 2009 sono stati documentati 306 attacchi, 150 dei quali riusciti con 176 persone ancora in ostaggio nei piccoli e inaccessibili porti della Somalia. Dove i pirati stanno diventando legione: contro i circa 500 del 2004 oggi sarebbero oltre 6000, con vere e proprie bande tribali pronte ad assalire per un compenso di 30 mila dollari che può dare in poche giornate di … lavoro guadagni di molti milioni di dollari agli intermediari (anche europei).
Nell’amara constatazione che la pirateria del Corno d’Africa – oggi la più aggressiva e organizzata, addirittura con “navi madri” che portano i veloci barchini d’abbordaggio anche a mille miglia dalla costa – è difficile da contrastare anche per la scarsa collaborazione di alcuni paesi rivieraschi come Somalia e Yemen (dove si rifugiano i pirati anche con le navi sequestrate) l’ammiraglio Bettini ha però annunciato che l’Italia sta diventando il paese catalizzatore di tutte le informazioni sui traffici navali più esposti alla pirateria grazie a un centro della marina militare, costituito vicino a Roma, dove confluiscono via satellite tutte le informazioni relative alle rotte commerciali, alle navi dirette in “zona calda” e ai loro fattori di rischio. Fattori che sono la bassa velocità, la scarsa capacità di manovra, il bordo libero (cioè l’altezza della fiancata) facilmente scalabile con sistemi primitivi come le scale di corda lanciate con i rampini, e non ultima la remissività degli equipaggi. Secondo l’ammiraglio Bettini peraltro, l’autodifesa armata dei mercantili è altrettanto rischiosa specialmente perché non consona con le leggi internazionali; sebbene ci siano stati casi di navi con “contractors” armati, e anche casi altrettanto controversi di navi militari (si parla di cinesi e indiani) che hanno sbrigativamente spedito a fondo sospette unità pirate senza tanti complimenti per la vita umana.
Oggi dunque l’unica difesa coerente e “corretta” è quella di convogli scortati dalle navi militari nel golfo di Aden, con frequenti sorvoli di elicotteri armati, davanti ai quali i pirati in genere desistono. Ma l’unica vera terapia – ha concluso l’ammiraglio Bettini – è quella di andare alla radice del problema, cioè alla povertà dei paesi costieri da cui partono gli attacchi e specialmente dall’assoluta mancanza di un controllo da parte degli stati interessati. Qualcosa si sta facendo, con una crescente intesa tra gli stati africani che stanno mettendo insieme un progetto di intervento diretto. Ma la strada per risultati ottimali è ancora lunga e la crescente presenza di navi militari di pattuglia dallo stretto di Aden all’oceano Indiano ha solo diluito ancora di più l’area a rischio di attacchi. Senza assolutamente aver colpito al cuore il fenomeno.

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