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L’assedio al vertice di Assoporti. I “secessionisti” tagliano i viveri

Con il blocco dei contributi, il bilancio dell’associazione rischia la crisi – Si mobilita anche la politica ma la frattura non rientra – Le scelte di Nerli

ROMA – Qualcuno sostiene – o almeno bisbiglia – che al presidente del consiglio Monti e al superministro alle Infrastrutture Passera dei porti oggi “non gliene può fregar di meno”. Battuta che indica anche la provenienza, almeno geografica, del suddetto gossip.


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Una cosa sembra accertata: i contorcimenti interni ad Assoporti, con la secessione degli otto che probabilmente si albergherà a dieci o anche più, oggi non rientrano tra le priorità del governo. E anche il tentativo di trovare un compromesso da parte di Francesco Nerli, con l’offerta di un incontro con i secessionisti o almeno i loro “vertici”, non sembra possa portare molto in là. La frittata è stata fatta, peraltro dopo mesi di titubanze: e ora chi ha rotto le uova non è più nelle condizioni di tornare indietro, se non riceverà le dimissioni immediate dell’attuale direttorio di Assoporti.

E’ chiaro – e l’ha ribadito anche il presidente di Trieste Marina Monassi in una nostra recente intervista – che l’attacco non è ad Assoporti, ma alla sua gestione. Che peraltro non raccoglie unanimi consensi nemmeno tra quelli che hanno tenuto le bocce ferme e sono rimasti nell’associazione, ad aspettare. Accogliemmo, qualche tempo fa, la dichiarazione di Giuliano Gallanti, presidente dell’Authority di Livorno, che con la consueta franchezza sottolineò come, a suo parere “così com’è Assoporti non serve a niente”. L’opinione di Luigi Merlo, presidente del primo porto d’Italia, non sembra molto dissimile: e peraltro Merlo si è sempre tenuto a margine. Marina Monassi, cui tutto si può rimproverare meno di non dire quello che pensa, ha riconosciuto che Assoporti ha grandi potenzialità, solo che non le estrinseca. I maligni dicono che la signora Monassi è parte in causa, perché aspira al posto di Nerli, o comunque qualcuno gliel’ha proposto. Ma quest’aspirazione è stata attribuita almeno a una mezza dozzina dei “secessionisti”: al presidente di Civitavecchia Pasqualino Monti, al suo segretario generale Guacci, ovviamente al presidente di Ancona Canepa (che invece giura di scappare questa “rogna” come se fosse il diavolo in persona) e persino all’ammiraglio Dassatti, che già ha dovuto forzarsi per agire secondo le regole assembleari e compromissorie della sua Authority. Insomma, al momento non ci sarebbero aspiranti “unti dal Signore” ma solo – dicono gli interessati – la necessità di riformare l’Assoporti. E non s’intende nemmeno coinvolgere il governo o la politica, visto che – come del resto ha sempre sostenuto lo stesso Nerli – l’associazione è un ente di diritto privato e può farsi e disfarsi le sue regole. La politica comunque s’è mossa, cercando di far scendere in campo – specie in difesa degli attuali vertici dell’associazione – le truppe cammellate di Comuni, Province, Regioni, eccetera. Parecchi presidenti “secessionisti” si sono sentiti tirare per la giacchetta: e non è finita.

La strategia dei “secessionisti” da parte loro sembra chiara: in quello che appare un assedio in piena regola, è stata adottata la forma più classica: prendere il nemico per fame. Ovvero: gli scali che hanno sbattuto la porta non versano più il contributo annuale e mettono alla fame l’associazione. Non si tratta di cifre marginali: Trieste e Napoli sono nei primi tre o quattro posti della graduatoria dei contributi e su un milione e mezzo di euro che risulta – a spanne – il bilancio di Assoporti i due scali ne forniscono (o meglio: ne fornivano) circa un quarto. Poiché il bilancio di Assoporti non è certo in grande attivo, si fa presto a capire che il piatto piange: e di più piangerà se la situazione dovesse rimanere a lungo in stand by.

Così come stanno le cose, la patata bollente ormai sembra in mano al solo Nerli. Che è politico abile, navigato e intelligente: e che più d’una volta ci ha detto di non essere affatto interessato a rimanere in Paradiso a dispetto dei Santi.

Ma Nerli – lo riconosce anche lui stesso – è un piccoso. Da anni per esempio – dopo anni – ci ha tolto la pubblicazione degli atti dell’assemblea annuale. Ha riconosciuto lui stesso – altro esempio – che il succoso contributo all’Ansa per fare da cassa di risonanza dei suoi atti non darebbe i risultati sperati; ma solo con gli intimi. Del suo essere stato totalmente emarginato dal precedente ministro alle Infrastrutture – e Assoporti ne ha risentito – non vuol sentire parlare.

Morale: Nerli è un toscano piccoso, anche incazzoso: ma nessuno può negare che sia anche competente, eccellente navigatore e capace di vedere oltre l’orizzonte. Da qui l’interrogativo: romperà l’assedio, magari con un beau geste, o si farà strangolare per fame?

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
4 Gennaio 2012

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