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Se a Trieste va in scena l’autodistruzione

ROMA – Vogliamo farci del male? E allora, proprio sotto le feste di Natale quando gli spiriti dovrebbero essere positivi e buonisti, caliamoci nella realtà portuale di Trieste, paradigma delle conseguenze molto spesso demenziali o masochiste dello scontro politico.
[hidepost]Vista da Roma, la vicenda triestina per cui si sta bloccando una mega-concessione al TMT – buttandogli sulla strada un intervento dell’Unione Europea “a chiarimento della stessa concessione” – sembra essere più che altro l’ennesimo siluro sparato non tanto contro il terminal del gruppo Maneschi, ma contro la corazzata, in via d’affondamento, della presidente dell’Authority Marina Monassi, il cui mandato scade tra meno di un mese.
E’ noto che Marina Monassi è andata a cozzare contro un’altra corazzata, bene in armamento, che si chiama Debora Serracchiani. E’ anche noto che malgrado il giudizio positivo sul suo mandato da parte degli imprenditori e dello stesso ministro di riferimento, si parli con insistenza di un commissario (Zeno D’Agostino?) al suo posto, su sponsorizzazione dell’ex presidente Bonicciolli ma non solo.
Chiacchiere di banchina, voci di prora come si diceva un tempo? Può darsi. Ma sia o no una battaglia politica, ha ragione Pierluigi Maneschi quando sul quotidiano locale triestino parlava nei giorni scorsi di dote particolare “dell’autodistruzione” già altre volte dimostrata in loco. Perché l’aver attivato la direzione per il mercato interno della commissione dell’UE sulla durata della concessione rinnovata dal comitato portuale al terminal TMT rappresenta un clamoroso autogol per l’intero porto e non solo; in quanto mette a rischio un investimento privato record di 188 milioni di euro, unico caso su un porto italiano, dove vige il principio che i soldi li deve mettere lo Stato o comunque il pubblico.
Non so, e ovviamente non sono in grado di sapere, come finirà l’intervento “a chiarimento” innescato da Bruxelles. Sul filo della logica, si potrebbe pensare che mettere in gara – come i critici della delibera a favore del TMT chiedono – una concessione di forti investimenti privati su un terminal che è già in concessione a un privato sarebbe stato un nonsenso. Forse sbaglio. Ma sulla base dell’esperienza pregressa, è comunque difficile pensare che la faccenda si risolva – in un modo positivo o negativo per il TMT – in poche settimane. Sapete che vuol dire, in parole povere (e forse inadatte)? Vuol dire che l’investimento di 188 milioni – di cui quasi 3 già spesi per analisi, carotaggi e progetti – rischia di saltare perché gli istituti bancari finanziatori (188 milioni non credo possano uscire dai bilanci del TMT o di qualsiasi altra impresa terminalista italiana) a fronte dell’indagine di Bruxelles non scuciranno un euro fino a indagine conclusa. Nel frattempo i porti concorrenti dell’est Adriatico non stanno a guardare: puntando alle mega-fullcontainers da 16 mila teu e oltre sia Koper che Fiume (Rjieka) corrono con lavori imponenti, in quest’ultimo porto già iniziati (ed è un’impresa italiana a farli). Trieste con i suoi fondali di 18 metri già disponibili avrebbe battuto tutti sui tempi, ma s’è ritrovata sulla mina dei “chiarimenti” chiesti da Bruxelles. Che rischia di fargli fare la fine di un altro celebre “niet” di tanti anni fa, quello degli investimenti tentati dal gruppo Pacorini e trasferitisi poi – mi sembra di ricordare – sul Tirreno. Siamo all’autodistruzione citata da Maneschi o che altro?
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
24 Dicembre 2014

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