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TCT: cronaca d’una morte annunciata

TARANTO – Possiamo girarla da tutte le parti: ma l’odissea del terminal TCT tarantino, messo in liquidazione venerdì scorso dagli esasperati soci Hutchinson, Evergreen e Maneschi (rispettivamente il 50%, il 40% e il 10%) è la cartina di tornasole di un paese, l’Italia, che ha toccato il fondo anche nella credibilità dei grandi investitori, specie stranieri.
[hidepost]Per chi, come noi, aveva partecipato come osservatori appassionati al grande sogno di Pierluigi Maneschi di fare del TCT il secondo hub italiano per i grandi traffici containers – ricordo l’inaugurazione dell’allora modernissimo impianto con la prima nave nel 2001, il porto imbandierato, le speranze alle stelle – l’amara conclusione di questi giorni suona come una sconfitta dell’intera Italia, dei suoi assurdi sistemi di incapacità di controllare i cicli della logistica e dell’economia, dell’impotenza dello stesso governo centrale e delle sue rappresentanze locali a tagliare i nodi gordiani di una burocrazia ottusa che come Crono finisce per mangiare anche i propri figli.
I governi, specialmente quest’ultimo, hanno firmato protocolli, hanno elaborato promesse, hanno impegnato ministeri e la stessa Autorità portuale in volenterose gimkane che si sono sempre dimostrate vane a fronte dei ricorsi ai Tar e ai conseguenti blocchi dei pochi lavori avviati. Invano è stato ricordato che le navi fullcontainers sono cresciute, che occorrono fondali maggiori, che i tempi dell’economia non sono quelli borbonici dei mille cavilli. Invano è stato detto di non cullarsi sugli 800 mila teu/anno registrati nei primi anni, quando ancora c’erano navi a dimensione di Taranto.
Il risultato? L’economia ha cicli precisi, gli investitori anche. Così le navi di Evergreen ormai da tempo si sono trasferite al Pireo, con generale soddisfazione di clienti e della compagnia (che sulle tariffe risparmia il 50% e trova gente che lavora sodo); oltre 500 dipendenti del liquidato TCT sono ormai fuori anche dalla cassa integrazione ma continuano a costare dal 28 maggio – senza alcuna loro colpa, vittime anch’essi- circa 50 mila euro al giorno di stipendi per non far niente; milioni e milioni di investimenti sono stati bruciati; e il liquidatore della società dovrà fare i salti mortali, in tutti i sensi, perché non si arrivi addirittura alla bancarotta.
Si è arrivati a questa debacle perché tutti gli impegni presi a livello di governi centrale sono stati traditi, non tanto da chi li ha sottoscritti, quanto dal “sistema”: perverso, inchiodato a una legislazione superata e spesso ottusa, più forte della buona volontà degli uomini – che pure c’è stata, nei singoli – e più forte persino della logica dell’economia. Il TCT è stato lasciato solo, cincischiando su dragaggi appena appena accennati e subito fermati, quando in altre parti dello stesso Mediterraneo nascono e crescono con la velocità delle meteore porti capaci di accogliere in pochi mesi le mega-ship delle future generazioni. Possiamo girarla da tutte le parti: ma quest’Italia non ci piace e se continua così non andrà molto lontano, malgrado le promesse sulle riforme, sul cambio di marcia, sulla ripresa. Sulla sua sorte, ci dispiace per Renzi e per i suoi, ma non riusciamo ad essere affatto sereni come chiede lui agli italiani, il TCT docet.
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
17 Giugno 2015

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