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Caso Livorno e la legge di Murphy

FIRENZE – Vi assicuro che non abbiamo la sfera di cristallo. E che scrivendo, sabato scorso, sull’attesa della decisione del Tribunale del Riesame (“Se la sentenza ci sarà stata”) avevamo soltanto espresso un timore, quello di un ulteriore allungarsi dei tempi, e non ci eravamo esercitati nel mestiere degli indovini. Semmai c’eravamo ispirati alla famosa legge di Murphy: “Se c’è la possibilità del peggio, il peggio sarà sicuro”. Le versioni della legge sono tante, ma il significato è questo.

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Per il porto di Livorno, dove ormai i vertici sono stati commissariati da un mese, il peggio – sia sul piano operativo che morale – è la mancanza di decisioni rapide. L’abbiamo già scritto: il caso è tutt’altro che semplice, la magistratura labronica ci sta indagando da oltre due anni e le sentenze definitive arriveranno chissà quando. Approfondire, verificare, riverificare è giusto. Però la decapitazione del “sistema” portuale ha avuto invece tempi molto veloci. Possiamo azzardarci a pensare che, viste le conseguenze, siano stati troppo veloci?

Tutto ovviamente nella più piena della legittimità, ci mancherebbe. E tutto comprendendo che il mestiere del magistrato è quanto di più delicato esista, per cui ogni supplemento temporale ha più che una giustificazione. Ma ci piacerebbe davvero vivere in un mondo più vicino al nostro mondo ideale: dove, specialmente quando si colpisce anche l’onorabilità delle persone, si arrivasse presto o addirittura prestissimo a definire fatti e sentenze “al di là di ogni ragionevole dubbio” come dice la legge.

Siamo sognatori inveterati, eh?

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
10 Aprile 2019

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