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L’antico guerriero tornato a Capraia

Nella foto (da sx): Lorella Alderighi, Franco Maffeis, Maurizio Burlando, Marida Bessi.

CAPRAIA ISOLA – L’ex convento di Sant’Antonio, che fu la sede amministrativa dell’ex colonia penale agricola dismessa ormai oltre vent’anni fa, continua ad essere un bene di eccezionale valore anche storico. Ma adesso il Comune, con la collaborazione dell’associazione di volontari “Amici di Sant’Antonio” ha presentato un programma di progressivo recupero degno davvero di nota.

L’occasione è stata la piccola cerimonia con la quale è stato collocato nell’ex sagrestia della chiesetta del complesso lo scheletro completo di armi – spadone e pugnale – di un guerriero longobardo seppellito in area porto alle metà del V secolo. Il guerriero fu ucciso, sembra per un fendente in testa, forse in una battaglia navale contro i vandali – vinti dalla flotta imperiale al largo dell’isola – forse difendendo la locale guarnigione imperiale. Probabilmente di origine gallica o celtica (lo testimonia la fattura della lunga spada) i suoi resti dopo il restauro riposano in una teca all’interno della chiesetta. Il restauro è avvenuto a cura dell’associazione Amici di Sant’Antonio (duecento soci che si autotassano per recuperare le memorie storiche dell’antico sacro luogo): ed è l’avanguardia di un altro più grande progetto, quello di realizzare un vero e proprio museo con le (tante) testimonianze storiche disseminate in terra e in mare alla Capraia.

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L’ha sottolineato il sindaco Maria Ida Bessi, l’hanno sostenuto il direttore del parco nazionale dell’Arcipelago Toscano Maurizio Burlando, il presidente degli Amici di Sant’Antonio architetto Franco Maffeis e Lorella Alderighi della Soprintendenza alle antichità e monumenti. Nei locali della sagrestia della antica chiesa, sistemati per ora alla meglio in attesa di più approfonditi interventi, il piccolo museo ha già le sue ricchezze: ancore neolitiche di pietra, anfore di varie epoche, monili e strumenti di vita quotidiana di quella che già ai tempi molto più antichi della civiltà romana era già un fiorente nodo di traffici. E la Soprintendenza ha riferito che ci sono tracce anche di altri insediamenti da cercare, oltre ai tanti relitti sul fondo del mare, di tutte le epoche – dall’etrusca al settecento – ancora non saccheggiati. Una miniera di cultura, e di retaggi delle nostre radici, che ben giustifica l’aspirazione del sindaco Bessi di fare dell’intero ex convento di Sant’Antonio un grande sito museale. Nel quale si spera di poter poi far confluire anche la famosa Venere dei Dussol (dall’antica famiglia che la custodisce) come pezzo forte: un marmo acefalo di indicibile bellezza, trovato quasi mezzo secolo fa nei ruderi di una fastosa villa romana, ormai scomparsa.

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Pubblicato il
1 Agosto 2020

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