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Pro domo nostra

LIVORNO – Me lo consentite? Una volta tanto scrivo “Pro domo nostra” ovvero per noi. Per noi cittadini qualsiasi: quelli che si alzano la mattina e sanno che dovranno correre, correre molto, per il pane quotidiano ma specialmente per far fronte alle mille trappole che un Paese malato di burocratichite gli tende. Mi correggo: non solo noi cittadini qualunque ma anche chi ha un incarico, chi dirige un’impresa, sia essa una bottega o un’Autorità Portuale (scriveva tempo fa un acuto commentatore che “per presiedere un’AdSP oggi occorre avere la vocazione al martirio”). Compresi coloro che lavorano nel volontariato, che aiutano i meno fortunati, che si danno da fare a proprie spese e a spese del proprio tempo, che ricevono attestati di stima e abbracci. Anche per loro, zac, può scattare un burocrate – in borghese o in divisa – e comincia il calvario delle carte.

Perché queste amare note? Perché anche sui giornaloni di oggi leggiamo cose da paese dei matti. Un noto politico che imporrebbe interviste senza domande e senza interrompere il bla-bla dei suoi; un premio Nobel che considera il governo UE “un insieme di incapaci”; un giudice condannato per aver sfregiato a coltellate le gomme dell’auto di una collega – e quindi condannato – ora promosso a un prestigioso incarico dal Consiglio Superiore della Magistratura; una statistica secondo la quale se avessimo vaccinato subito gli anziani avremmo risparmiato il 54% dei morti di Covid….

Mi fermo: non per carità di Patria ma perché anche solo a scrivere mi monta la rabbia. Possibile che nessuno consideri anche i piccoli diritti di noi uomini qualunque? Leggo di processi che durano dodici anni. Leggo che in quest’ultima settimana si sono conclusi altri processi annosi e clamorosi con assoluzioni piene definitive: dopo aver tenuto per anni ed anni alla gogna personaggi che hanno agito – lo certificano le assoluzioni – nel bene del Paese.

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Leggo – mammamia quanto dobbiamo ingoiare! – che nella “vocazione al martirio” nelle AdSP è compreso anche l’essere sotto processo per anni, insieme a imprenditori che si trascinano dietro queste spade di Democle: ed hanno dovuto imparare a lavorare lo stesso, ingoiando amarezze, risentimenti, vergogna. I giudici, per carità, sono tutti persone per bene: ma mai che come ogni altro mortale paghino quando fanno errori clamorosi, che costano danaro pubblico, dolore, gogne incancellabili. Ci fu anche un referendum sulla loro responsabilità, finito a tarallucci, anzi peggio: se un magistrato sbaglia paga lo Stato, cioè noi.

Di trappole ce n’è per tutti: e forse compresi voi amici lettori, che magari inconsapevolmente avete violato il cavillo Tot della dimenticata leggina TOT/1 in perfetta buona fede e senza far male a nessuno. Consolatevi se potete: ci siamo caduti in tanti. E non per niente il nostro è il Paese con il maggior numero di avvocati e con i tribunali ingolfati anche di cazzate. Lo scriveva Dante settecento anni fa e non è cambiato molto: “Serva Italia di dolore ostello… non donna di provincia ma bordello”. Amen.

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
24 Marzo 2021

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