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La Riforma? E’ a rischio con due velocità

LIVORNO – Dalla periferia, dove siamo, possiamo anche vederla così: sulla riforma dei porti, accettansi scommesse. E la posta può essere alta.
[hidepost]Si scontrano – o se preferite i toni soft, diciamo che si confrontano – le ripetute assicurazioni del ministro Graziano Delrio sul fatto che la riforma ci sarà entro un mese e i presidenti delle Autorità di sistema entro l’estate – con il fuoco di sbarramento che continua ad esserci non solo da parte delle Regioni “ribelli”, ma anche di importanti organi dello Stato.
Prendiamo il Consiglio di Stato. Da Roma si affannano a sottolineare che ha approvato il testo della riforma. Ma in realtà, malgrado abbia dovuto esser cauto per non incorrere nelle sculacciate del governo, ha messo qualche mina non certo piccola nel suo percorso. Prima di tutti, il richiamo a quell’assurda concessione alla Regioni “ribelli” (tre anni di proroga per chi non vuole gli accorpamenti) che di fatto ipotizza un’Italia dei porti spaccata in due: con una maggioranza di porti che lavorerebbe sulla base della Riforma e una minoranza che continuerebbe ad agire con le norme di oggi. Un pasticcio giuridico? Non solo giuridico: e non c’è chi non si renda conto che di fatto la stessa Riforma ne risulterebbe azzoppata.
Sui problemi dei tempi, anche l’autorevole Il Sole-24 Ore ha dedicato martedì scorso una mezza pagina con un titolo che da solo chiarisce come la vede il giornale della Confindustria (e di Confitarma): “In stallo i porti commissariati”. Sottotitolo: “Le nomine dei presidenti rischiano di slittare a dopo l’estate”. Vi si riportano le dichiarazioni di alcuni commissari, tra cui quella dell’ammiraglio Pettorino (Genova) che ha sottolineato come “un presidente ha un’agibilità politica che un commissario non ha”. Con buona pace dei vari decreti Delrio con cui si stabilisce che i commissari hanno le stesse prerogative dei presidenti, Pettorino ha ragione: almeno sul piano politico (ma non solo) un commissario non può certo trattare con la pletora degli attori del territorio come un presidente. E le commissioni parlamentari di Camere Senato ancora non si sono espresse.
Per concludere: il Consiglio di Stato ha approvato la Riforma, ma di fatto ha detto che è azzoppata e di difficile applicazione pratica per rilanciare davvero sui porti italiani. Ci raccontano che a Bruxelles ci sia chi sghignazza, usando la riforma azzoppata come ennesima dimostrazione dell’incapacità dell’Italia di fare riforme vere. A parte che di questi tempi a Bruxelles farebbero meglio a star zitti – le incapacità del parlamento europeo sono pari se non superiori alle nostre – bisogna ammettere che ad oggi la tanto sospirata Riforma parte male. D’accordo, meglio poco che niente. Ma ne siamo davvero convinti?
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
21 Maggio 2016

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