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Per chi suona la campana di Venezia

ROMA – D’accordo, forse a pochi lettori interessa davvero capire che diavolo sta succedendo in questo paese – o se preferite, nella nostra Patria – in merito alla straordinaria follìa di un megaterminal containers “offshore” davanti a Venezia.
[hidepost]Ho già scritto che dopo una folata di proteste, di distinguo e di imbarazzati tentennamenti alla don Abbondio, sembra già calata la sordina, e non soltanto in Assoporti.
Certo, non mi aspettavo né mi aspetto chiarimenti dalla politica. Però mi ha sorpreso – e scusate l’ingenuità – che la principale giustificazione addotta a livello di esponenti del governo, per i 100 milioni scippati al Mose e destinati al megaterminal, sia stata che non sono soldi destinati ad altri porti, quindi non avrebbe senso che gli altri porti (e Assoporti per loro) stiano a far tanto casino. Come a dire: non li leviamo a voi, ergo non disturbate il manovratore.
Tra parentesi, nemmeno quelli del Mose sembrano tanto preoccupati: 100 milioni su un budget miliardario sono quasi una briciola, se la politica vuole la sua “fetta” se la prenda e ci lasci lavorare. Semmai – ma questo me l’hanno ricordato gli ingegneri che lavorano al grande progetto veneziano – fa ridere la giustificazione di Costa secondo cui il Mose porterà a interdire la laguna alle navi, per cui occorre la piattaforma offshore: basta leggere gli studi alla base del progetto per ricordarsi che le paratie del Mose saranno azionate per 4/6 ore non più di due/tre volte all’anno al massimo. Come scusa dunque, regge pochino. Tant’è che le crociere se ne fregano dell’idea del megaterminal e semmai c’è qualcuno in Venezia – potenza del libero pensiero – che non le vorrebbe nella laguna che pure è un richiamo turistico tra i più cliccati al mondo.
Ma il problema vero è che nessuno in chiave politica e pochi anche in chiave tecnico-amministrativa sembra aver dato il giusto peso alle amareggiate critiche dei principali armatori che operano nel nord Adriatico: da MSC a Evergreen, da Hanjin (Adn Service) a Zim e Cma-Cgm, i commenti sono stati tutti tra il sorpreso, l’incredulo e in alcuni casi il sarcastico. Traduzione: solo in Italia si arriva a incrementare la pletora assurda di porti e porticcioli esistenti con l’idea di farne uno nuovo, per di più offshore (con le relative rotture di carico) davanti alla città dell’arte più delicata, preziosa e minacciata del mondo, solo per fare un favore a qualche politico megalomane…
E il governo dei tecnici che governa l’Italia? Non solo non ha rintuzzato l’idea, non solo non ha dato spazio ai giudizi dei tecnici (ossia degli armatori), non solo non ha ricordato che c’è ancora tutto da decidere sulla pianificazione portuale (e i cincischiamenti intorno alla riforma della riforma certo non aiutano) ma con un tratto di penna ha dato l’ok al “blitz” dell’abbinata Costa-Ciaccia-Brunetta, con la sola foglia di fico davanti alle vergogne che i soldi non vengono sottratti ad altri porti.
In quanto alla programmazione, alla politica della logistica, a un piano veramente tecnico per fare come in tutti i paesi seri del mondo – e cioè di concentrare gli investimenti in pochi porti e buoni invece di continuare a farli a pioggia sulla base delle velleità campanilistiche – scusatemi il termine, ma ecchissenefrega. La campana non suona per noi.
Eppoi ci si meraviglia se la Slovenia, che dalla vicina Italia si aspettava con il NAPA un minimo di serietà strategica, decide adesso di fare da sola e prova anche a scipparci i collegamenti con le reti Ten dell’Ue. Altro che paese capitalista incapace di fare scelte capitaliste, come lamentava giorni fa Pierluigi Maneschi da Trieste: questo sembra davvero il paese dei quaraquaquà della buonanima di Totò.
A.F.

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Pubblicato il
28 Novembre 2012

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