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Come cambiano i dragaggi portuali con la “benedizione” dell’Ambiente

Il ripascimento degli arenili e la discarica in siti marini delle sabbie non inquinate aprono una prospettiva in linea con le regole dei paesi europei più avanzati

Silvia Velo

ROMA – Sta diventando una bandiera del ministero dell’Ambiente ancora di più che del ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Ma in effetti, la nuova disciplina dei dragaggi portuali, con annesso lungo, dettagliato (e un po’ farraginoso) regolamento di attuazione, sono un significativo passo avanti sia per la difesa ambientale che per l’adeguamento dei fondali portuali. Se n’è discusso in termini approfonditi – e in alcuni passaggi estremamente tecnici – nel workshop di due giorni fa nell’auditorium del ministero dell’Ambiente e della Difesa del mare; un nuovo appuntamento dopo quelli che il sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo aveva già tenuto sul tema sia a Livorno che a Piombino.
[hidepost]Dopo l’introduzione della stessa Velo, che ha ricordato come le nuove regole da lei fortemente volute sono in linea con quelle dei paesi più avanzati, sono stati i dirigenti tecnici del MATTM (Ministero Ambiente e difesa del Territorio e del Mare) ad entrare nei dettagli relativi sia allo snellimento della parte burocratica che attiene ai dragaggi, sia alla possibilità di destinare i materiali d’escavo – se “puliti” secondo i parametri dell’Ispra – ad appositi siti in alto mare, o se sabbie al ripascimento di arenili costieri. Due soluzioni, lo scarico in mare e il ripascimento – che con la precedente legislazione erano praticamente impossibili, con pesanti conseguenze economiche e con la perdita di materiale prezioso per le spiagge, specie la dove l’erosione le ha ridotte. Andrea Vaiardi, Laura D’Aprile e Giuseppe Italiano – dirigenti del ministero – e il ricercatore Ispra Davide Pellegrini hanno illustrato nei dettagli le nuove normative. Che Luigi Merlo, già presidente dell’Authority portuale di Genova e attualmente consigliere del ministro Delrio per la portualità, ha a sua volta inquadrato nella logica degli scali marittimi, condizionati per decenni a conferire sedimenti anche pulitissimi in discariche per gli inquinanti o addirittura a spedirli all’estero (dove venivano utilizzati tranquillamente per creare piazzali portuali). Contributi importanti al dibattito sono arrivati anche da Maria Teresa Giarratano (DG protezione della natura e del mare) e da Gaia Checcucci (DG salvaguardia delle acque). Per le Regioni, hanno parlato Luca Marchesi e Donatella Spano.
La sostanza del convegno: facendo salva la compatibilità ambientale – Silvia Velo ha insistito particolarmente sulla delicatezza del Mediterraneo, mare chiuso e molto vulnerabile – va tenuto conto che la possibilità di adeguare i porti ai nuovi fondali richiesti dalle grandi navi è indispensabile. Anche perché il PIL italiano – ha ricordato Merlo – può ottenere un notevole incremento proprio da uno sviluppo dei trasporti e del diporto sul mare.
A.F.

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Pubblicato il
22 Ottobre 2016

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