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Demolizioni e procedure da demolire

LIVORNO – Lo dubitavate? L’Unione Europea ha varato l’elenco dei cantieri abilitati al riciclaggio delle navi obsolete e l’Italia non ne ha uno. Eppure le normative indicate da Bruxelles sono state rese note da più di un anno. Eppure anche in Italia ci sono state imprese private di primo livello, cioè più che strutturate e più che esperte, che sono partite subito per essere dell’elenco. Una per tutte, la joint venture tra il cantiere San Giorgio e il gruppo Neri nel sito di Piombino.
[hidepost]E allora? Allora, ci dicono a Piombino che al contrario di quanto è avvenuto negli altri paesi Ue, la lista delle autorizzazioni richieste dalle varie burocrazie per dare l’ok al sito di Piombino è stata e continua ad essere da sfinimento. Neri e San Giorgio non parlano e lavorano a testa bassa per avere tutte le carte in regola: ma chi sta davvero perdendo la pazienza è tutto quel mondo del lavoro che si aspettava la partenza del complesso piombinese, e la sua ricaduta in una realtà di occupazione che con i ritardi sulle acciaierie e gli altri postumi della crisi certo non è messo bene.
L’assurdo degli assurdi è che il sito di Piombino urge anche e specialmente allo Stato italiano, la cui Marina Militare ha decine di navi vecchie, tenute (con i relativi costi) in “naftalina” in attesa di poterle demolire eliminando anche le componenti di amianto che le rendono pericolose. Niente, le varie burocrazie hanno inondato gli imprenditori di valanghe di richieste di carte: una Via Crucis che contrasta con tutte le promesse di semplificazione, di appalti veloci, di sburocratizzazione che ci erano state ammannite.
Quel che è peggio, è che non è stato chiesto niente di più di quello che una normativa rimasta obsoleta e punitiva continua a prevedere. Si va a passo di lumaca in tempi in cui il mondo vola con la fibra ottica e il “real time”. Ma si può?
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
4 Gennaio 2017
Ultima modifica
25 Febbraio 2017 - ora: 13:05

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