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Un bacino dai tanti dubbi

LIVORNO – Forse stiamo rompendo le uova in qualche paniere: ma alla vigilia dell’estate, oggi 1 luglio, con il dibattito aperto sulla “non governance” del sistema portuale, i dubbi sulla Darsena Europa e il polverone della politica, ci sembra proprio che sia necessario riportare l’attenzione urgente su quella che sta diventando un’odissea: lo stato dell’arte del bacino galleggiante “Mediterraneo”.

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Diamo per scontato che tutti ormai sappiano la sua disgraziata storia: affondato quasi due anni fa per lo sbandamento della navetta “Urania” su cui stava lavorando il cantiere Montano, sequestrato dalla magistratura anche perché c’era scappato il morto, rimesso a galla solo dopo oltre un anno per complicazioni varie, è ancora lì, finalmente dissequestrato ma bloccato. Il “Mediterraneo” è diventato un monumento all’inefficienza, o forse alle complicazioni burocratiche, o forse ancora a tutte e due.

Da chiedersi a questo punto: perché l’Autorità portuale non taglia la testa al toro e mette in mora tutti, imponendo uno spostamento dell’“Urania” manu militari, ovviamente con la clausola di rifarsi poi su chi risulterà responsabile? Forse perché l’Autorità portuale oggi è sostanzialmente “solo” un presidente? E perché il responsabile del demanio della stessa Authority è il segretario generale che a sua volta non si sa bene quali poteri effettivi abbia ancora, viste le mille beghe che lo stanno accompagnando? Corsini, presidente dell’AdsP, avrebbe detto di recente che occorreranno altri 2 anni per riavere il “Mediterraneo” in efficienza: Poerio, di Azimut-Benetti, sostiene che basterebbero due mesi.

Ci dicono che l’intreccio di competenze sia il vero problema alla base del dramma. Il bene è demaniale, quindi di competenza dell’Autorità portuale (oggi “di sistema” ma solo nominalmente). Il bene però è in gestione al gruppo Azimut-Benetti, che dal fermo sta subendo danni ingenti, costretto a varare l’ultima sua nave da diporto addirittura a La Spezia, mandandocela con una chiatta. Ma Azimut-Benetti, dopo aver rimesso a galla con i suoi tecnici il “Mediterraneo”, non può far niente perché sopra c’è ancora bloccato il relitto dell’“Urania”, al centro di un contenzioso assicurativo. Per toglierlo, basterebbero due giorni di lavoro (il pontone “Italia” del gruppo Neri potrebbe farlo probabilmente con una sola virata) ma non si va avanti. Colpa del fatto che l’assicurazione del cantiere Montano, l’Autorità portuale, il cantiere Montano stesso e Benetti-Azimut non riuscirebbero a trovare un accordo sulla parte economica. Così almeno si sente dire.

Ci sono state svariate riunioni, ma tutto è ancora fermo. E Benetti, che tra pochi mesi dovrà varare il primo dei suoi mega-yachts da 100 metri, trema al pensiero di dover ricorrere ancora al bacino di La Spezia, con costi, tempi e rischi enormi. Vincenzo Poerio, AD del cantiere, è stato chiaro: ci sono danni economici e d’immagine enormi. Tanto da far gridare anche il sindacato al rischio che il cantiere faccia fagotto. Non succederà, non può né deve succedere. Ma nessuno si rende conto che siamo davvero a un colpevole, incredibile assurdo?

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
1 Luglio 2017
Ultima modifica
7 Luglio 2017 - ora: 12:18

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