“Assassinio” di una galassia: così è stata “soffocata” da un buco nero
Studiosi della Normale nel team che ha scoperto il “cold case” astrofisico

La galassia di Pablo
PISA. Una squadra di astrofisici della Scuola Normale Superiore di Pisa (Stefano Carniani, Eleonora Parlanti e Giacomo Venturi) è nell’équipe internazionale di scienziati che ha annunciato di aver individuato «una galassia dell’universo primordiale, della grandezza di circa 200 miliardi di volte la massa del nostro Sole», come viene segnalato dal quartier generale dell’istituzione universitaria d’eccellenza. L’hanno chiamata la “galassia di Pablo” semplicemente perché questo è il nome di battesimo dell’astronomo che per primo l’ha scrutata nel cosmo: con singolare basso profilo, come se stessimo parlando dell’orto del vecchio zio…
Questa galassia dell’universo primordiale ha smesso molto presto di formare nuove stelle. E non per un capriccio di pigrizia: gliel’ha impedito – viene messo in risalto – il buco nero supermassiccio presente al suo centro. Di fatto, riscaldando il gas all’interno e intorno alla galassia, le ha impedito di evolversi: in pratica, l’ha soffocata lentamente. Quasi un “omicidio”, anzi un “galassicidio”.

Ingresso Scuola Normale Superiore di Pisa
I ricercatori sono stati guidati dall’Università di Cambridge: per le loro osservazioni hanno utilizzato i dati dell’Atacama Large Millimeter Array, un radiointerferometro collocato ad alta quota in Cile nel deserto di Atacama, e del James Webb Space Telescope. Di quest’ultimo è stato capo missione Massimo Stiavelli, un ex ragazzo di casa nostra: certificato di nascita targato Montecatini, liceo a Livorno (Enriques) e università a Pisa (Normale).
La galassia “Gs-10578”, quella di Pablo appunto, – lo riferiscono dalla Normale parlando di questa ricerca pubblicata su “Nature Astronomy” – si è formata «tra 1,2 e 2,2 miliardi di anni dopo il Big Bang». Cosa la contraddistingue? Il fatto che abbia «smesso presto di evolversi, nonostante la sua età relativamente giovane». Colpa della «quasi totale assenza del gas freddo di cui le stelle hanno bisogno per nascere»: e qui, come si diceva, c’è lo zampino del buco nero che conteneva.
Guardando alle tracce di questo “cold case”, dall’università di Cambridge viene segnalato che non si è trattato di «un singolo evento catastrofico»: una “morte” improvvisa, insomma. Semmai una sorta di lunga “agonia”: con il buco nero che ha riscaldato a più riprese il gas sia all’interno che tutt’attorno alla galassia così da soffocarla lentamente perché non poteva avere il gas fresco necessario.
I ricercatori hanno osservato a lungo la galassia in cerca di traccianti che indicassero il gas freddo: invece niente o quasi. «Quel che ci ha meravigliato è quanto si possa imparare non vedendo qualcosa»: queste le parole che da Cambrige riferiscono abbia detto il co-primo autore della ricerca, Jan Scholtz (Cavendish Laboratory di Cambridge e Kavli Institute for Cosmology). Aggiungendo poi: «Non è indispensabile un unico cataclisma per bloccare una galassia che forma stelle, basta impedire che il carburante fresco arrivi».











