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LA RICERCA

Le magagne delle multinazionali europee sotto la lente dell’ateneo pisano

«Oltre 4.300 abusi documentati in tutto il pianeta in vent’anni, 27 sono in Italia»

PISA. «Il 98% delle grandi imprese multinazionali europee monitorate ha commesso almeno un presunto abuso dei diritti umani o ambientali tra il 2000 e il 2020». Parola del database “Brave” (ora online) realizzato nell’ambito del progetto europeo “Rebalance” che ha come coordinatrice l’Università di Pisa: sarà il 23 gennaio alle 16 su Teams “BRAVE dataset Launch event”.

Le cifre indicate nell’annuncio dell’ateneo pisano  sono queste (a livello planetario): 4.314 casi di presunti abusi che in 145 Paesi del mondo coinvolgono 83 tra le maggiori imprese multinazionali europee quotate in borsa. Si tratta – viene fatto rilevare – di «una raccolta sistematica di dati provenienti dal “Business & Human Rights Resource Centre” come fonte primaria». “Brave” codifica le violazioni in base a «tipologia di abuso, paese, vittime coinvolte, livello di responsabilità aziendale (diretto o indiretto) e gravità. In questo modo si permettono «analisi comparative e longitudinali su scala globale».

In testa alla classifica ecco le violazioni registrano in Brasile e negli Stati Uniti, tanto l’uno come l’altro con il 6% dei casi a testa, seguono Nigeria e Colombia (con il 5%).

E l’Italia? Nel database sono figurano «27 presunte violazioni dei diritti umani e ambientali, che coinvolgono 12 imprese del campione analizzato, di cui 3 italiane». Principali vittime: i lavoratori («coinvolti in circa il 52% dei casi»), seguiti dalle comunità locali (il 41%) e dai bambini (il 7%). Quanto alle tipologie: più che altro, sono violazioni dei diritti dei lavoratori (il 22% del totale) mentre la privazione della vita e gli impatti ambientali negativi “valgono” ambedue attorno al 19%,, quindi c’è la discriminazione (l’11%), il lavoro minorile, le intimidazioni e gli impatti negativi sulla salute  (tutti e tre grossomodo al 7% ciascuno); infine, corruzione e restrizione dei diritti si attestano al 4% tanto la prima come la seconda.

La presentazione del progetto “Brave”

Lo studio indica che «quattro imprese italiane sono coinvolte in 167 presunte violazioni dei diritti umani e ambientali, di cui circa il 5% avvenute in Europa» (e, secondo gli autori, nel 78% dei casi, 131 in tutto, «il coinvolgimento dell’impresa è diretto»). Tali violazioni – lo dice la presentazione che l’ateneo pisano fa del report – colpiscono «soprattutto le comunità»: avviene nell’83% delle situazioni. Per il resto: sono a danno dei lavoratori (10%), degli attivisti e dei giornalisti (4%), dei bambini (2%) e infine dei consumatori e dei clienti (1%). Relativamente alle tipologie: prevalgono gli impatti ambientali negativi (35%) e gli impatti negativi sulla salute (25%).

Non è una novità: in effetti, tornando a un’ottica internazionale salta fuori che le tipologie di abuso più frequenti riguardano l’ambiente («oltre mille») e la salute («quasi ottocento»), seguite da quelle riguardanti i diritti dei lavoratori in quasi mezzo migliaio di occasioni. Attenzione: “Brave” mette nero su bianco anche l’indicazione di abusi di estrema gravità: ogni riferimento a «schiavitù, torture e traffico di esseri umani», secondo quanto reso noto.

C’è dell’altro. Ad esempio, che negli ultimi dieci anni si è registrato «un calo progressivo» dopo che era stata rilevata «una forte crescita degli abusi nel primo decennio dei Duemila». Potrebbe essere un bel segnale: potrebbe trattarsi di possibili miglioramenti nella responsabilità aziendale e nella sorveglianza normativa. Sotto il profilo geografico, c’è una netta differenza fra lo spazio europeo e quello extraeuropeo: «Le violazioni in Europa restano relativamente contenute, mentre quelle extraeuropee evidenziano l’impatto extraterritoriale delle attività delle multinazionali, spesso in contesti caratterizzati da regolamentazioni più deboli».

Dalla presentazione del report da parte dell’Università di Pisa emerge pure «il ruolo delle catene globali del valore: il 56% degli abusi indiretti riguarda fornitori e partner internazionali, mentre il 33% implica collusioni con soggetti terzi, inclusi gli Stati ospitanti o le loro agenzie». La gravità complessiva è «allarmante», dice l’indagine: l’83% delle aziende – si afferma – risulta «coinvolto in abusi di diritti “non derogabili” dal diritto internazionale» e l’89% dei casi riguarda «violazioni dell’integrità fisica delle persone». Principali vittime: i lavoratori, «seguiti dalle comunità locali e dai bambini» (ma non mancano «casi che coinvolgono consumatori, attivisti e giornalisti)».

“Brave” è stato realizzato al Dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa da Federica Nieri con la collaborazione Elena Assenza, Verdiana Morreale, Sanna Strom ed Elisa Giuliani;  insieme a loro hanno preso parte più di cinquanta tra ricercatori e ricercatrici, tra cui anche alcuni studenti dell’ateneo pisano, che hanno lavorato alla codifica.

Elisa Giuliani, docente del Dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa e responsabile scientifica del progetto “Rebalance”

Queste le parole di Elisa Giuliani, professoressa del Dipartimento di economia e management dell’Università di Pisa e responsabile scientifica del progetto “Rebalance”: «Questi dati mostrano con chiarezza come l’attività delle grandi imprese possa incidere profondamente non solo sui diritti umani e sull’ambiente, ma anche sulla qualità delle nostre democrazie. Il database “Brave” nasce per fornire uno strumento accessibile che permetta di comprendere quando, come e perché il potere economico delle imprese può trasformarsi in un rischio sistemico per i diritti fondamentali e per la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche».

Pubblicato il
15 Gennaio 2026

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