Meno farmaci negli allevamenti di pesce, rimpiazzati dagli oli essenziali come medicina
Università di Pisa capofila del progetto che riduce l’impiego degli antibiotici

Da destra: Valentina Meucci e Lucia De Marchi
PISA. Il progetto di ricerca punta a rendere l’acquacoltura più sostenibile riducendo l’uso di antibiotici. Come? Utilizzando fitobiotici di origine naturale come gli oli essenziali. A guidarlo come capofila è l’Università di Pisa: ha ottenuto un finanziamento del Fondo Italiano per la Scienza con oltre 1,3 milioni di euro; durerà tre anni (fino al 2029). Obiettivo: sviluppare modelli innovativi di acquacoltura – viene sottolineato – «ispirati all’idea di salute unica, che integra benessere animale, tutela dell’ambiente e sicurezza alimentare».
Il progetto è guidato dalla professoressa Lucia De Marchi, ricercatrice del Dipartimento di scienze veterinarie dell’Università di Pisa: coordinerà – viene messo in rilievo – un lavoro multidisciplinare «basato su studi in vitro e in vivo, analisi ecotossicologiche e valutazioni nutrizionali allo scopo di definire linee guida concrete per un’acquacoltura più sostenibile».
Biologa, 37 anni, dottorato internazionale conseguito in Portogallo, De Marchi lavora con la collega Meucci nel laboratorio di farmacologia e tossicologia veterinaria ed è autrice di oltre cento pubblicazioni scientifiche: con questo identikit la presenta l’ateneo pisano. «La sua attività di ricerca, sviluppata tra Italia e Portogallo, – viene ribadito – è incentrata sugli impatti dei contaminanti marini e sui rischi legati all’uso degli antibiotici in acquacoltura, ambiti da cui nasce l’interesse per soluzioni innovative e naturali come i fitobiotici».
Secondo quanto viene riferito dall’ateneo, la ricerca punta i riflettori sull’efficacia degli oli essenziali di limone timo e rosmarino come alternativa agli antibiotici: in particolare, attraverso la combinazione di approcci nutrizionali, ecotossicologici, immunologici, il progetto valuterà gli effetti su specie chiave dell’acquacoltura mediterranee come orata, mitilo e vongola. «A livello di ricadute generali, ridurre l’uso di antibiotici – questa l’argomentazione – significa contrastare il fenomeno dell’antimicrobico-resistenza, limitare la dispersione di residui farmacologici negli ecosistemi e offrire ai consumatori alimenti più sicuri e sostenibili».
Queste le parole della professoressa Valentina Meucci: «L’Italia, insieme alla Spagna, alla Francia e alla Grecia, è fra i Paesi europei con il numero maggiore di allevamenti di specie ittiche. A ciò si aggiunga che negli ultimi dieci anni la richiesta di alimenti provenienti da questo mondo è aumentata del 122%. Ovviamente a questo si accompagnerà un uso maggiore di antibiotici che potrà influire in maniera negativa sulla nostra salute: da qui la necessità di intervenire».
Ecco la sottolineatura che arriva dalla sua collega Lucia De Marchi: «Questo non è solo un progetto scientifico, ma anche un percorso di responsabilità sociale. Accanto alla ricerca sui fitobiotici, puntiamo molto sulla divulgazione e sul dialogo con le comunità costiere e con gli operatori del settore, perché l’acquacoltura sostenibile riguarda tutti: è una leva fondamentale per garantire cibo sano, tutelare l’ambiente marino e costruire un modello di alimentazione davvero orientato al futuro». Aggiungendo poi: «La nostra speranza è dunque quella di portare in tavola un prodotto più sano e di commercializzare questi mangimi alternativi cercando di coinvolgere l’intera filiera ittica dal produttore al consumatore».











