La Cina punta sul porto secco di Ferkessédougou: così espande l’influenza in Africa Occidentale

Ferkessedougou, il progetto del porto secco da 732 ettari da realizzare in Costa d’Avorio in virtù di un accordo con la Cina
C’è un dato forse poco noto, ma che non può passare inosservato: dei 54 Paesi africani, 53 hanno aderito alla Belt and Road Iniziative (Bri) della Cina, ossia a quella che è stata definita come la “nuova via della seta”. L’unico che non vi ha aderito è il piccolo regno di e-Swatini, paese montagnoso situato all’interno del Sudafrica e ai confini col Mozambico, che ha deciso di mantenere relazioni diplomatiche con Taiwan. Per il resto, Pechino ha fatto cappotto in Africa, profilando così un’egemonia che ormai nessuno mette più in discussione.
Nella parte occidentale del continente, tutti i Paesi hanno aderito all’iniziativa cinese. E Pechino non sta certo con le mani in mano: logistica, estrazione di minerali (terre rare in particolare) e apertura commerciale rappresentano gli asset fondamentali della presenza del colosso asiatico in questa parte dell’Africa. Basti ricordare qui il mega-progetto di estrazione di ferro a Simandou (Guinea) dell’Aluminium Corporation of China, il porto di acque profonde a Lekki (Nigeria), nonché l’esenzione tariffaria totale dei 53 Paesi africani che hanno aderito alla “Bri” (che entrerà in vigore dal 1⸰ maggio di quest’anno).
Fra le opere più significative occorre ricordare il porto secco di Ferkessédougou, in Costa d’Avorio. Iniziato nel 2021, quest’anno l’opera dovrebbe concludersi, dopo che il governo locale ha proceduto agli espropri e ai rispettivi risarcimenti dei cittadini che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni per favorire la costruzione di questa imponente infrastruttura (732 ettari di estensione).
Questo porto secco, che si prospetta come un polo logistico all’interno del Paese, ha visto il finanziamento del consorzio cinese Compliant, insieme a fondi dello stato ivoriano, per un totale vicino vicini al miliardo di euro. I benefici per Cina e Costa d’Avorio sono evidenti. Gli interessi cinesi possono essere così sintetizzati: in primo luogo, Ferkessédougou servirà a favorire la rapida raccolta, deposito e stoccaggio dei minerali provenienti dai Paesi interni, senza sbocco al mare (Mali, Niger e Burkina Faso), che così raggiungeranno soltanto dopo un primo trattamento il lontano porto della capitale economica ivoriana, Abidjan, che è anche il principale scalo di tutta l’Africa Occidentale. In secondo luogo, vi sarà un aumento dell’efficienza logistica di tutta l’area, che Pechino potrà non soltanto controllare, ma espandere a proprio piacimento, diventandone il padrone incontrastato. Infine, questa presenza economica non farà che incrementare il “soft power” cinese in una regione sempre più strategica, per le numerose risorse di cui dispone.
Dal lato ivoriano, il primo obiettivo è decongestionare il porto di Abidjan. Lo scalo, nel 2025, ha battuto il record di movimentazione di merci, con 46,6 milioni di tonnellate, rendendolo quasi ingestibile, anche dal punto di vista dei tempi di sdoganamento e invio delle merci verso (soprattutto) i mercati asiatici. Inoltre, tutta la logistica dell’area ne beneficerà, visto che il progetto prevede la costruzione di una bretella di collegamento del porto secco di Ferkéssedougou alla linea ferroviaria principale che collega Abidjan con la capitale burkinabé, Ougadougou.

Una zona del progetto del porto secco ivoiano di Ferkessedougou
Si prevede la creazione di 71mila posti di lavoro, fra diretti e indiretti, mentre 200 famiglie stanno ricevendo in questi mesi nuove abitazioni, dotate di collegamenti con acqua corrente ed energia elettrica, e con la prossimità di scuole e centri sanitari. Infine, il nuovo porto secco non servirà esclusivamente le necessità minerarie cinesi, poiché è prevista anche una catena del freddo, destinata ad accogliere depositi di prodotti agricoli locali, quali castagna di anacardi, mango e derivati dall’allevamento bovino, la cui lavorazione sarà immediata, garantendo una dispersione molto minore di queste materie prime rispetto a quanto sta oggi avvenendo, trasportandoli fino al porto di Abidjan.
Trattandosi di un progetto dal notevole impatto sociale e ambientale, le critiche non sono mancate: da parte degli agricoltori, insoddisfazione per gli indennizzi ricevuti, ritenuti insufficienti, in molti casi; preoccupazione per aver sottratto più di 700 ettari di terre fertili all’attività agricola, con il timore di mettere a repentaglio la sicurezza alimentare di molte famiglie; infine, sul piano istituzionale, un’accresciuta dipendenza dall’indebitamento cinese e, su quello operativo, forti dubbi rispetto alla tenuta di una linea ferroviaria – quella, come ricordato sopra, Abidjan-Ougadougou – considerata obsoleta e non adeguata a sostenere il carico di merci che sarà chiamata a garantire.
È da dire anche che, sul piano geopolitico, il porto secco in costruzione rappresenta una seria minaccia per il porto di Lomè (Togo), da sempre concorrente con Abidjan per attrarre le merci dei Paesi dell’Africa Occidentale privi di sbocco al mare.
In tutto questo scenario, il ruolo della Cina risulta ulteriormente rafforzato: ormai Pechino ha messo solide radici in un’Africa Occidentale che, insieme all’alleato russo, sembra avere voltato le spalle in modo pressoché definitivo alle illusioni egemoniche occidentali (francesi in primo luogo), a cui resta ben poco da offrire a Paesi che intendono correre verso un benessere a cui da decenni aspirano, ma che – con le antiche alleanze – non sono mai riusciti a raggiungere appieno.
Luca Bussotti
(professore ordinario visitante, Universidade Federal do Espírito Santo, Vitória, Brasile; Universidade Técnica de Moçambique, Maputo, Mozambico)












