La “bacchetta magica” per trasformare in risorsa perfino le acque di scarico
Il progetto “Neofos” per il recupero del fosforo, materia prima critica

Progetto Neofos su recupero fosforo da acque reflue
MILANO. Dal semplice trattamento dei rifiuti presenti nell’acqua riuscire a passare al recupero delle risorse: è questa la sfida numero uno per il settore idrico europeo da qui ai prossimi anni. È in questo contesto cge bisogna guardare al progetto “Neofos”, iniziativa di ricerca industriale e sviluppo sperimentale finanziata dal ministero dell’ambiente con un investimento di un milione e mezzo di euro. Scopo: recuperare fosforo dalle acque reflue.

La città marocchina di Kourigba una delle capitali nella produzione mineraria di fosforo
Un poker di soggetti in campo sono coinvolti in questa sfida:
- Gruppo Cap: capofila del progetto, responsabile del coordinamento complessivo e delle attività di sperimentazione su scala impiantistica.
- MM spa: partner operativo strategico per le fasi di sperimentazione e modellazione.
- Politecnico di Milano: supporterà le attività di modellazione e ottimizzazione dei processi di rimozione e recupero del fosforo.
- Università di Bologna: contribuirà alle attività di ottimizzazione dei processi di recupero dalle ceneri, nonché alle valutazioni di sostenibilità ambientale ed economica.
Il traguardo di questa iniziativa – è stato spiegato presentandone l’identikit – è quello di «validare su scala pilota e dimostrativa tecnologie avanzate per il recupero del fosforo presente nelle acque reflue urbane e nei fanghi di depurazione». C’è da riuscire ad andare al di là dei «limiti delle tecnologie chimiche tradizionali nella rimozione del fosforo, garantendo processi più sostenibili». È un tema, quello del trattamento delle acque, che figurerà sotto i riflettori anche nella prossima edizione di “Accadueo” in agenda dal 26 al 27 novembre 2026 alla Nuova Fiera del Levante di Bari.
Il motivo per cui c’è attenzione a questo progetto? È il fatto che il fosforo figura nella lista dell’Unione europea relativa alle materie prime critiche perché ha un rischio «estremamente elevato» nella catena degli approvvigionamenti in quanto «l’Europa dipende per oltre il 90% dalle importazioni di roccia fosfatica da paesi extra-Ue». È una risorsa che coinvolge due settori industriali chiave:
- nel settore agroalimentare: il fosforo è «un macronutriente essenziale e insostituibile per la produzione di fertilizzanti».
- nel settore dell’industria dell’auto e nello stoccaggio energetico: la crescente domanda di batterie litio-ferro-fosfato, preferite per costi e sicurezza rispetto a quelle chimiche nichel-manganese-cobalto, sta creando «una competizione inedita sull’uso della risorsa».
È da rilevare anche che, al contempo, la direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane – viene fatto rilevare – impone «limiti sempre più stringenti sugli scarichi di nutrienti per contrastare l’eutrofizzazione» di fiumi, laghi e mari. Ecco che, com’è stato sottolineato presentando il progetto, «il recupero del fosforo diventa quindi una strategia duplice: compliance ambientale e valorizzazione economica di uno scarto».
C’è anche un aspetto di innovazione nel processo che sposta l’accento dalla rimozione chimica al recupero biologico. L’attuale standard gestionale prevede spesso «la rimozione del fosforo tramite dosaggio di reagenti chimici (sali di ferro o alluminio)»: ma questa è una metodologia che però risulta «tecnicamente complessa ed economicamente onerosa».
L’obiettivo del progetto “Neofos” interviene proprio su questi aspetti: rendere il ciclo di estrazione più sostenibile. I promotori del progetto spiegano che al centro del processo ci saranno l’impianto di depurazione di Bareggio come sito pilota, gestito da gruppo Cap, e gli impianti di Milano San Rocco e Nosedo come casi studio per lo “scale-up”, messi a disposizione da MM spa.
Le direttrici principali del progetto saranno tre:
- Ottimizzazione del processo biologico: la tecnologia S2EBPR. L’utilizzo di questa tecnologia consente di «catturare e accumulare il fosforo presente nelle acque reflue grazie all’azione di batteri specializzati»: in tal modo si limita l’impiego di reagenti chimici e diminuiscono i consumi di energia.
- Valorizzazione dei fanghi e delle ceneri: la produzione di struvite. Il progetto mette in preventivo due vie per recuperare il fosforo: l’una è costituita dai fanghi di depurazione, l’altra dalle ceneri da mono-incenerimento. Attraverso processi di lisciviazione acida e successiva precipitazione, è possibile – viene evidenziato – recuperare il fosforo «sotto forma di struvite (magnesio fosfato di ammonio esaidrato), fertilizzante a lento rilascio, o altri composti puri utilizzabili come fertilizzanti o in processi industriali». Sotto questo profilo si mira a valorizzare la precedente esperienza maturata dal gruppo Cap con la bio-piattaforma di Sesto San Giovanni: è prevista l’ottimizzazione dell’impianto pilota “struvite” a Sesto San Giovanni.
- Il passaggio da rifiuto a nuova risorsa utilizzabile. Elemento-chiave del progetto è l’analisi della sostenibilità economica in tandem con il percorso di certificazione “End of Waste”. Bisogna, insomma, che alla fine del ciclo i prodotti a base di fosforo recuperati siano conformi al Regolamento Ue: in tal modo potranno entrare «nel mercato di materiali sicuri e tracciabili, capaci di portare benefici sia ambientali che economici».
Il progetto “Neofos” viene indicato come un modello per l’applicazione dei principi di economia circolare al ciclo idrico integrato. Con una meta: arrivare a validare un modello replicabile su scala nazionale ed europea. L’integrazione di tali tecnologie – si afferma – garantirebbe «non solo una maggiore autonomia strategica nell’approvvigionamento di nutrienti, ma segnerebbe l’evoluzione degli impianti di depurazione in strutture capaci di generare valore su più fronti (acqua riutilizzabile, energia, nutrienti) minimizzando l’impronta ambientale».











