Strage del Moby Prince, il 35° anniversario è il primo senza Loris Rispoli
Le due associazioni di familiari delle vittime diventano una e si aprono ai giovani

Loris Rispoli, punto di riferimento della lunghissima battaglia per chiedere verità e giustizia per le vittime del Moby Prince
LIVORNO. I baffi e il volto di Loris Rispoli sono stati più di un terzo di secolo l’immagine testarda di chi non ha abbassato la testa e, di fronte alle verità ufficiali sulla sciagura del Moby Prince, ha costruito ponti, solidarietà, mobilitazione e alleanze: resistenza, chiamiamola così. E adesso la “sua” gente si è ritrovata a dover camminare sulle proprie gambe perché, anche se la malattia lo teneva lontano dagli impegni pubblici da tempo, questa è stata la prima volta davvero senza di lui, morto il 22 novembre scorso a 69 anni. Non solo: poco prima si era spento anche Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto Navarma a bordo del quale quella notte a pochissima distanza dal porto di Livorno si scatenò l’apocalisse di fuoco dopo la collisione con la petroliera Agip.
Il rito è stato tutti gli anni, compreso il “lockdown” del Covid, contrassegnato dalle rose rosse affidate al mare: gettate dalla banchina del Porto Mediceo a Livorno, nel giorno dell’anniversario numero 35, mentre risuonano i nomi delle 140 vittime letti ad uno ad uno, così come ad uno ad uno sono scolpiti nella lapide di fronte al mare; consegnate dai familiari delle vittime alla squadra di rugby Lions Amaranto perché le lancino nelle acque del porto di Olbia in occasione della trasferta in Sardegna.
Il coraggio di Rispoli è stato ricordato dal presidente e dalla vicepresidente della Regione Toscana, Eugenio Giani e Mia Diop, segnalandone «la tenacia e determinazione nella ricerca della verità» che «ha trasformato un dolore indicibile in una forza collettiva che ha unito un’intera città». Giani e Diop hanno parlato di «ferita ancora aperta, che lascia ancora, nonostante molti aspetti siano stati chiariti, interrogativi senza risposte». Lo hanno ripetuto tenendo a sottolineare che «il presidente Mattarella ha evidenziato che «questa tragedia poteva essere evitata», richiamando «tutti, innanzitutto le istituzioni, alla responsabilità della memoria e a quella dell’impegno per la sicurezza e la prevenzione». Oltre alle autorità regionali toscane e agli omologhi sardi, all’iniziativa per il 35° anniversario sono intervenuti anche Pietro Pittalis, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul Moby Prince, la deputata livornese Chiara Tenerini e la commissione al completo, senza contare vari esponenti di amministrazioni delle molte città colpite dalla tragedia.

Il presidente e la vicepresidente della Regione Toscana, Eugenio Giani e Mia Diop, al corteo in ricordo delle 140 vittime morte nel rogo del Moby Prince
È da mettere in rilievo che, come racconta Juna Goti sul “Tirreno”, «per avere una voce ancora più alta, per trovare le energie che servono per percorrere quel lungo miglio finale, le due associazioni dei familiari hanno deciso di unire le forze»: i due gruppi, nati l’uno attorno a Rispoli e l’altro attorno ai figli del comandante Chessa, si riuniranno in un’unica nuova realtà, «di cui faranno parte i familiari e che sarà aperta a tutti».
È stato sottolineato che «servono forze nuove che ci diano quella spinta che manca per fare l’ultimo miglio. Ci siamo resi conto che ci sono molti giovani, che negli anni Novanta non erano nemmeno nati, che si sono interessati di questa vicenda. Anche la realizzazione di un museo sulla strage del Moby è stata proposta dai giovani. Per loro noi dobbiamo preparare questa nuova associazione, che quando arriverà la fine della commissione, sarà lo strumento per tenere viva la memoria. La più grande paura di Loris e di Angelo era che la storia del Moby fosse dimenticata, ma così, quando anche noi faremo un passo indietro, sarà ricordata».
Sulla sciagura del traghetto in fiamme costata nel ’91 la vita a 140 marittimi e passeggeri, il sindaco Luca Salvetti ha incentrato la commemorazione su alcune parole-simbolo, una sorta di alfabeto del dolore. Ed è proprio “dolore” la prima di queste parole («attanaglia il cuore e la mente di tutti noi e non ha mai lasciato per un attimo i familiari e le città»). Segue la parola “mancanza”: riguarda le «tante persone che non ci sono più, che hanno lottato intorno alla vicenda e si sono consumate intorno ad essa» (e il riferimento è in primis a Rispoli). La terza è “impotenza”: racconta di «un sentimento di incapacità di smuovere le cose e dare un contributo concreto che va al di là delle formalità». La quarta è “strage”: inizialmente «quasi un tabù» poi pian piano, «tutti hanno trovato il coraggio di usarla» ed è un cambio di paradigma fondamentale. Poi: “giustizia e verità”, che diventano «sempre più consunte e sbiadite». Infine, l’ultima: “rassegnazione”. La ripete per die che «questa città non si è mai rassegnata a niente», e nel vocabolario della tragedia «questo termine non trova e non troverà spazio».

Il corteo in ricordo delle vittime del Moby Prince mentre attraversa piazza Grande a Livorno. Da decenni lo striscione simbolo della mobilitazione è lo stesso: “Moby Prince, 140 morti nessun colpevole”











