Alla deriva fra la Sicilia e la Libia una “bomba ecologica a orologeria”
Gli effetti della guerra nel cuore del Mediterraneo: ormai all'uscio di casa nostra

Il relitto della nave gasiera “Arctic Metagaz” gravemente danneggiato da una esplosione mentre era in navigazione nel cuore del Mediterraneo
CATANIA. Da 40 giorni c’è nel Mediterraneo fra Sicilia, Malta e Libia una “bomba ecologica a orologeria” che non ha più equipaggio a bordo, è stata sventrata da una esplosione e minaccia di trasformarsi in una catastrofe ambientale. Stiamo parlando della nave gasiera “Arctic Metagaz” lunga 277 metri e capace di trasportare più di 60mila di gas naturale liquefatto: qul che preoccupa di più è il fatto che nelle tank, secondo le stime riferite da “Domani”, ha ancora «circa 900 tonnellate di olio combustibile denso (bunker), 100 tonnellate di gasolio e quantità imprecisate di solventi e pitture».
L’ odissea di questa nave va avanti dal 3 marzo scorso: colpita da una devastante esplosione dopo esser stata centrata con ogni probabilità dall’attacco di droni ucraini mentre era una ventina di miglia a est delle coste maltesi (altre fonti invece dicono 150). L’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, la nave invece è un relitto che per ora resta a galla ma è completamente alla deriva. Nelle immagini diffuse all’inizio di aprile dalle forze navali dell’Est Libia, secondo quanto segnala il giornale specializzato “TrasportoEuropa” si notano «fiancate lacerate, tracce diffuse di combustione, una marcata inclinazione dello scafo e deformazioni nelle strutture di coperta»: tutti indizi di «un deterioramento non solo funzionale ma anche strutturale, con un rischio crescente se la permanenza in mare dovesse prolungarsi».
In effetti, come ricorda il quotidiano catanese “La Sicilia”, la nave è in balia delle correnti nel Canale di Sicilia nel triangolo compreso fra il lembo più meridionale d’Italia (Lampedusa e Linosa), il golfo libico della Sirte e l’isola di Malta.
I cinque Paesi costieri del “Med 5” – e cioè Italia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro – hanno lanciato l’allarme chiamando in causa i vertici di Bruxelles di fronte a un pericolo che viene indicato come «imminente e grave» per chiedere un intervento «rapido, coordinato e proporzionato» in virtù dell’attivazione del “meccanismo di protezione civile dell’Unione Europea” e evitare conseguenze terribili.
Dopo l’esplosione la nane senza controllo è andata verso sud
Finora non ci sono stati grandi risultati nell’attivazione dell’euro-solidarietà: anche perché nel suo movimento fuori controllo la nave si è spostata pian piano verso sud e ora è più vicina alle coste libiche. Ma non è questo l’unico motivo: il carico di Gnl non minaccia di trasformarsi in una gigantesca “marea nera” e tuttavia, non conoscendo lo stato delle strutture della nave dopo l’esplosione, è complicato intervenire perché si rischia che il gas torni dallo stato liquido a quello gassoso in forma incontrollata e pericolosa.
Non basta: non è neanche semplice avere una interlocuzione con la proprietà reale della nave. Come indicato dal quotidiano “Libero”, è uscita dai cantieri 23 anni fa, ha «cinque nomi diversi sul curriculum di cui 4 negli ultimi 4 anni, per 8 volte ha cambiato armatore (ora è di proprietà di una società registrata in Liberia) e per 7 la bandiera, prima di conquistarsi il tricolore russo».
Già, perché l’unica cosa abbastanza sicura di tutto questo guazzabuglio è il fatto che la “Arctic Metagaz” fosse finita da tempo sotto sanzioni occidentali perché ritenuta appartenente alla “flotta fantasma” (circa 3mila navi), della quale Mosca si serve proprio per dribblare i provvedimenti restrittivi e continuare a garantire introiti alle casse del Cremlino. È stata proprio la nomenklatura di Putin a tirare in ballo un attacco ucraino.
Doppio salto di qualità: la guerra non resta là dov’è iniziata
Un salto di qualità il passaggio ad atti di guerra nel Mediterraneo. Anzi, forse un mezzo salto. Riporta il quotidiano spagnolo “El Pais” che pochi giorni prima dello scorso Natale i droni ucraini hanno colpito la petroliera “Qendil”, nave sotto bandiera dell’Oman e anch’essa ritenuta ascrivibile alla “flotta fantasma” russa per aggirare le sanzioni. È stata quella una sorta di “prova generale”: in precedenza, gli ucraini avevano utilizzato sì i droni per bersagliare navi mercantili e militari russe ma l’avevano fatto nel Mar Baltico e nel Mar Nero, la “Qendil” navigava nel Mar Mediterraneo in acque internazionali tra Malta e Grecia.
Ma c’è dell’altro: è un salto di qualità anche l’utilizzo di questa classe di droni. Se alcune fonti occidentali ipotizzano droni subacquei, la maggior e indicano l’utilizzo di un drone “Magura”. Lungo poco più di cinque metri, è una sorta di barchino-bomba che pesa fino a dieci quintali, può contare su 800 chilometri di autonomia massima per trasportare un carico fino a 200 chili, si muove con 60 ore di durata della batteria e grazie alla bassa impronta radar risulta difficile da rilevare; ha Gps e fotocamere avanzate per trasmettere in diretta all’operatore che lo guida da remoto. Così le informazioni di Rainews, che ricordava come precedente l’impiego di questo drone marino nell’affondamento di una grande nave pattuglia russa, la Sergey Kotov, ma nel mar Nero.

La nave gasiera è lunga 277 metri e bate bandiera russa: l’esplosione è avvenuta il 3 marzo scorso, la Russia ha dato la colpa a un attacco di droni ucraini
Verso la Libia sta andando ora alla deriva la nave, ma dall’ovest delle coste libiche potrebbe essere partito l’attacco. Non è senza motivo dire “a ovest”: l’est è controllato dalle milizie del generale Khalifa Haftar, che hanno contatti e amici a Mosca. Citando fonti anonime del governo filo-occidentale di Tripoli guidato da Abdelhamid Dbeibah, un’indagine di Radio France Internationale (Rfi) indica la presenza di «oltre 200 ufficiali ed esperti delle forze armate ucraine dispiegate in Libia con il consenso delle autorità governative. Tre i punti in cui sono localizzate: all’Accademia dell’Aeronautica di Misurata dove operano militari turchi, italiani e statunitensi insieme agli 007 britannici; nella zona di Zawya, 50 chilometri a nord della capitale, con una base utilizzabile per droni aerei e navali; nella sede della 111a Brigata dell’Armata, sulla strada per l’aeroporto di Tripoli.
Una patata bollente che ogni Paese spera di sbolognare all’altro
La reporter ambientalista Federica Rossi, ricostruendo per il quotidiano “Domani” gli sviluppi della vicenda, sottolinea il paradosso di questa storia: «Muovendosi in acque internazionali, si è innescato un meccanismo di “passaggio della patata bollente”: nella confusione su chi sia il reale responsabile, nessuno ha preso in carico il relitto». Aggiungendo poi: «La portavoce russa Zakharova ha chiarito che, sebbene Mosca mantenga la supervisione come Stato di bandiera, le normative internazionali attribuiscono agli Stati costieri il compito di scongiurare disastri ecologici. Tuttavia, nessun Paese si è attivato secondo i protocolli di salvaguardia del Mediterraneo».
Com’è ormai dimostrato in modo cartesiano, nel mondo globalizzato i conflitti regionali non restano mai semplicemente regionali ed è illusorio credere che gli effetti dell’aggressione russa a Kiev restino confinata entro il perimetro ucraino o che l’attacco israeliano-americano all’Iran non arrivasse a Hormuz e, da lì, al globo intero. Com’è accaduto nel 1914 con una scintilla che dà fuoco alla polveriera di una guerra mondiale che nessuno voleva iniziare, qui ci sono gli indizi di una “terza guerra mondiale a pezzi” denunciata da papa Francesco. E, detta in altri termini, dell’esigenza di maneggiare una enormissima massa di liquidità iniettata nei sistema per riallineare i volumi della finanza a quelli dell’economia reale: cosa volete di meglio di una bella “distruzione” che ha già in programma chi ricostruisce e a quali prezzi?
Il lavoro di Scandura (Radio Radicale) e le immagini della Marina dell’Est Libia

Queste tre immagini sono state diffuse dalle forze dell’esercito filo-russo di Haftar che controlla l’est della Libia: sono state divulgate anche dall’account “X” di Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale, protagonista di una intensa campagna di informazione sulla vicenda della nave gasiera alla deriva da oltre 40 giorni nel Mediterraneo

Per restare aggiornati passo dopo passo non c’è niente di meglio che far riferimento ai post che Sergio Scandura di Radio Radicale pubblica su X, l’ex Twitter. Compreso il video della Marina dell’Es libico dal quale sono tratte le immagini di cui sopra. Il suo è uno impareggiabile lavoro di documentazione che non ha eguali: del resto, non è forse il cronista che ha dimostrato, dati oggettivi alla mano, le bugie del governi italiano sul caso Almasri?
L’ultimo “ex-cinguettìo” di Scandura segnala che, in mancanza di geolocalizzazione Ais attivata (quelle sui siti di tracciamento navale sono aggiornate tutt’al più a 40 giorni fa) segnala che la nave gasiera russa «si trova a 89 miglia nautiche nord-nordovest di Tolmeita e a 101 miglia nord da Bengasi» mentre il rimorchiatore Maridive 701 continua il traino, in modo «faticoso e con diversi stop-and-go», per allontanare il relitto dalle coste della Cirenaica. Aggiungendo che lo stato maggiore delle milizie di Haftar segnala che «non si registrano perdite dai serbatoi di “Arctic Metagaz”».
Come il curling: con lo scirocco che (forse) la porta verso l’Italia
Il giornalista di Radio Radicale mette l’accento sul fatto che il Cremlino vuol tenere a galleggiare quanto più possibile il problema come «una “bomba ecologica” incontrollata» da usare in termini di propaganda contro l’Ucraina (indicandola come responsabile dell’attacco) e contro le sanzioni che ancora oggi colpiscono la nave da parte di «Usa, Regno Unito e Unione Europea».
Nell’ultimo post ci si affida ad una suggestione curiosa: quella di un “curling in alto mare”. Giocare sulla «corrente di scirocco in continuo rinforzo» per «provare a far agganciare il relitto dentro una spinta da sudest, favorita dalle correnti dominanti dei prossimi giorni, sperando che possa andare in direzione nordovest, dunque verso stati costieri europei come Malta e Italia». Dipenderà dal meteo ma – rincara – «anche dalla tenuta di una cima di traino» che ha spesso avuto qualche problema nei tentativi di rinmorchio delle scorse settimane («a ogni rinforzo di onda e vento, quando non si spezza la cima di traino, è il relitto a invertire i ruoli trainando il suo rimorchiatore»).
Mauro Zucchelli











