Contro il Brasile i dazi Usa al 50%: e se fosse un assist per Lula?

Il presidente brasiliano Lula
Mentre l’Unione Europea si sta barcamenando rispetto al possibile 10%, o forse qualcosa in più, poi 30% o domani chissà, che gli Stati Uniti potrebbero applicare alle sue merci in entrata nel paese degli yankees, dall’altro lato dell’Atlantico il pugno di ferro di Superman Donald Trump ha già emesso la sua seconda sentenza, dopo quella sul Canada, con dazi al 35%.
Il Brasile che, guarda caso, come il Canada vede governare una coalizione progressista, avrà i dazi sulle sue merci in entrata in territorio statunitense al 50%. Le reazioni non si sono fatte attendere, anche perché l’aria che qui si respira, già da qualche settimana, è di pre-campagna elettorale, visto che il prossimo anno Lula – candidato alla propria successione – dovrà sfidare un avversario comunque tosto, fra gli alleati dell’ineleggibile Jair Bolsonaro. Il più probabile sarà Tarcísio de Freitas, attuale governatore del più importante stato brasiliano, Sâo Paulo, in carica dal 2023 (qui il link alla notizia riportata dal principale periodico brasiliano).
La decisione di Trump di imporre dazi così elevati al Brasile non ha niente a che vedere con questioni economiche, come risulta chiaro dalla lettera che il capo di stato americano ha fatto recapitare a quello brasiliano. In un ennesimo esercizio di bullismo politico e grave ingerenza negli affari interni di un altro paese, Trump ha motivato la decisione di Washington come una punizione da infliggere a colui che rappresenta uno degli avversari politici più agguerriti a livello mondiale, appunto Lula. Proprio colui che, qualche giorno fa, ha ospitato il summit dei “Brics”, un raggruppamento molto eterogeneo che inizia a preoccupare la Casa Bianca rispetto al monopolio finanziario americano (qui il link alla notizia in lingua italiana) e che non ha risparmiato critiche a quello che è stato definito un vero e proprio genocidio nella Striscia di Gaza.
Nella sua missiva, Trump ha invocato almeno due questioni di politica interna brasiliana che avrebbero determinato la decisione rispetto a ciò che qui viene chiamato il “tarifaço”. Anzitutto, il trattamento riservato all’ex-presidente Bolsonaro. Trump scrive di aver conosciuto personalmente Bolsonaro e di avere enorme stima dell’uomo e del politico. E si dice meravigliato di come l’ex-presidente sia trattato in questo momento, con un processo che non avrebbe alcuna ragione di esistere, definito come “caccia alle streghe”. In secondo luogo, in Brasile vi sarebbero “attacchi insidiosi” alle elezioni libere e ai diritti fondamentali di espressione verso i cittadini americani.
Tale affermazione è stata tradotta in termini giuridici da un’intimazione proveniente dal tribunale della California, in seguito a una denuncia del gruppo Trump Media, contro il presidente del Supremo Tribunale Federale, Alexandre de Morais, relativamente al cancellamento di profili sospetti presenti nelle reti sociali statunitensi operanti in Brasile (qui il link alla notizia). Mentre il conflitto d’interessi impera, gli argomenti economici sono quasi inesistenti. Con un copia e incolla di un testo comune a tutti gli altri paesi “nemici”, la lettera allude a una relazione commerciale ingiusta nei confronti del Brasile, che dovrà quindi essere rivista, in favore degli interessi americani.

Il presidente statunitense Donald Trump mostra una tabella sui dazi: ma i numeri sono calcolati in modo sbagliato
La lettera di Trump si basa su contenuti falsi e tendenziosi. Innanzitutto, il caso-Bolsonaro. Quando, l’8 gennaio del 2023, le televisioni brasiliane trasmisero in diretta il tentativo di golpe contro il neo-vincitore presidente Lula, le immagini davano l’impressione di un qualcosa che era stato da tempo programmato, ma che risultò un fiasco, un goffo tentativo fallito di modificare il risultato elettorale che dava la vittoria a Lula. Anche se vi fu l’invasione, da parte di un gruppo consistente di golpisti, del parlamento e del tribunale federale, distruggendo grande parte delle relative infrastrutture.
In Brasile, il sistema elettorale è a prova di bomba, anche perché, col voto elettronico, è praticamente impossibile riuscire a manipolare ciò che la volontà popolare esprime nelle urne. A fronte di tutto ciò, una serie di soggetti – questa è l’accusa che è stata mossa, all’unanimità, da parte della Prima Sezione del Supremo Tribunale Federale – pilotati da Bolsonaro avrebbero cercato di impedire l’investitura di Lula alla presidenza, mediante un colpo di stato, che avrebbe dovuto verificarsi, appunto, l’8 gennaio del 2023.
Bolsonaro rischia fino a 39 anni di carcere, ma la sua ineleggibilità per cariche pubbliche per 8 anni è già stata sancita da un’altra condanna. Motivo: l’ex-presidente avrebbe sollevato sospetti infondati sulla correttezza del processo elettorale, in una riunione – trasmessa da Tv Brasil – con ambasciatori accreditati in Brasile, a luglio del 2022, insieme ad altre critiche pubbliche rispetto alla trasparenza del voto elettronico, minando – lui, presidente in carica – la credibilità delle istituzioni brasiliane (qui il link alla notizia).
Il quadro che emerge di Bolsonaro e dei suoi alleati è di un gruppo di soggetti politici disposti a tutto pur di rimanere al potere, infangando l’ottima reputazione dei processi elettorali in Brasile: seconndo le accuse, probabilmente organizzando (ma il processo è ancora in corso) un colpo di stato che avrebbe ricordato molto da vicino quello dei militari del 1964, col decisivo aiuto degli Stati Uniti.
Che Trump consideri queste accuse secondo l’ottica del “fumus persecutionis” appare del tutto normale, visto ciò che è accaduto, con la sua regia, a Capitol Hill, il 6 gennaio del 2022. Solo che la giustizia americana ha pensato bene di dare un colpo di spugna al tentativo golpista di Trump e soci, a differenza di ciò che sta accadendo in Brasile (qui il link alla notizia in lingua italiana su Capitol Hill).
D’altra parte, il governo-Lula, sin dal suo insediamento, ha cercato di studiare la forma di tassare in modo più conveniente, per le casse dello stato brasiliano, le Big Tech americane, fatto non ancora reso esecutivo a causa delle continue mediazioni che l’esecutivo deve effettuare col parlamento, dove il centro-sinistra non ha la maggioranza (qui il link alla notizia).
Sarebbe stato proprio questo il motivo forse centrale – oltre agli interessi imprenditoriali diretti – che avrebbe orientato Trump a optare per tariffe al 50% dei prodotti brasiliani, configurando così una sorta di ricatto verso il Paese guidato da Lula, che sta sfuggendo al controllo economico statunitense. Anche nel 1964 fu così, sebbene rispetto ad altri settori produttivi, e l’epilogo furono vent’anni di una spietata dittatura. Questa volta non ci sarà, almeno si spera, un colpo di stato orchestrato da Washington, ma l’influenza delle Big Tech americane nella prossima campagna elettorale non si farà attendere, e non sarà certo favorevole a Lula.
Anche perché il presidente brasiliano ha già fatto sapere che userà la reciprocità con gli Stati Uniti, mettendo il 50% di dazi verso le merci americane. Nel frattempo, Tarcísio de Freitas è corso subito a riunirsi con Gabriel Escobar, responsabile commerciale dell’ambasciata americana a Brasília, al fine di spuntare qualche sconto rispetto alle merci prodotte nello stato di São Paulo (qui il link alla notizia).

L’ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro
Ciò che si percepisce stando in Brasile – vi scrivo queste note da Recife, Pernambuco, la punta est di questo Paese da 220 milioni di abitanti e esteso il doppio dell’Unione Europea (8,5 milioni di chilometri quadrati) – è che la decisione di Trump potrebbe avere un effetto-boomerang: un po’ come è accaduto per le elezioni canadesi di qualche mese fa. Infatti, equiparare i dazi verso il Brasile a paesi come Venezuela, Cuba e Vietnam risulta incomprensibile ai più, anche a quell’elettorato moderato che, alle scorse elezioni, ha continuato a dare la propria fiducia al blocco di destra, al tempo rappresentato da Bolsonaro (qui il link alla notizia).
Nelle ultime elezioni, Bolsonaro – un po’ alla Berlusconi – si impossessò dei simboli nazionali, tanto che i suoi sostenitori sfilavano nei cortei con le bandiere nazionali, che venivano affisse anche nelle abitazioni private, a testimonianza del voto nazionalista che Bolsonaro intendeva rappresentare. Questa volta sarà difficile che ciò accada…
Magari, al posto delle bandiere verde-oro che promettono “Ordem e Progresso”, i sostenitori della destra sostituiranno quelle a stelle e strisce degli Stati Uniti, ma vi sono forti dubbi che ciò possa trovare il consenso della maggioranza dei brasiliani. Per questo, probabilmente, l’intervento di Trump nell’imporre il “tarifaço” potrebbe costituire un enorme assist alla riconferma di Lula al Palácio do Planalto.
Luca Bussotti
(Luca Bussotti è africanista, docente universitario in Mozambico, Portogallo e Brasile, oltre a essere visiting professor in atenei italiani quali Milano e Macerata)