Navi abbandonate dagli armatori: moltiplicate per 20 in nove anni
Dossier del sindacato Itf. Oltre 6mila marittimi nei guai: chi sono, da dove vengono

L’immagine di un equipaggio marittimo con cui il sindacato Itf presenta il dossier sulle navi (e sui marittimi) lasciati in abbandono dalle proprietà armatoriali
LONDRA. Per il sesto anno di fila il numero di navi abbandonate dalle società armatoriali ha battuto ogni record, e sono quattro anni di seguito che anche il numero di marittimi abbandonati ha superato il primato stabilito appena dodici mesi prima. Già così ce ne sarebbe di che far rizzare i capelli, ma non basta: perché i dati hanno preso non solo a crescere ma a correre, anzi a galoppare, e nell’ultimo anno il numero delle navi lasciate alla deriva amministrativo-burocratica è aumentato del 31% in un sol colpo e quello dei marittimi perfino di più (32%). Parola del dossier messo a punto dal sindacato planetario del settore, la Federazione Internazionale dei Lavoratori dei Trasporti (Itf): basti dire che nell’arco dello scorso anno si sono contati 6.223 marittimi abbandonati a sé stessi a bordo di una flotta “fantasma” di 410 navi che gli armatori hanno lasciato al loro destino.
In appena nove anni i casi di navi (e marittimi) abbandonate a sé stesse sono esplosi: da 20 che erano nel 2016 adesso superano quota 400. Nel 98% sono vicende seguite dal sindacato internazionale: al 1° gennaio scorso, in 163 situazioni si era arrivati a una soluzione, 67 casi sono contestati, e 5 sono inattivi; resta una grossa quota di vicende irrisolte (176).

«Profitti facili, diritti violati»
«Che vergogna: ancora una volta – queste l’amara sottolineatura che arriva da David Heindel, presidente della sezione marittimi dell’Itf – stiamo di fronte a un numero record di marittimi abbandonati da armatori senza scrupoli». Lo ripete rincarando la dose: «Ogni giorno, in tutto il pianeta, i marittimi subiscono tremende violazioni dei loro diritti umani e del lavoro: e tutto questo per consentire alle imprese di fare soldi facili a loro spese. È lampante che questo sia un problema sistemico nel settore: vuol dire, insomma, che abbiamo bisogno che tutto il settore si unisca ai marittimi e ai loro sindacati per dire “basta”».
«Quanti altri marittimi dovranno subire la miseria dell’abbandono prima che si verifichino i cambiamenti che sappiamo essere necessari per porre fine a questa pratica vergognosa?»: è il punto di domanda che scaraventa nel piatto il segretario generale dell’Itf, Stephen Cotton. «Nel 2025 – afferma – abbiamo assistito ancora una volta al peggior anno mai registrato per l’abbandono dei marittimi. Ma questa non è solo una questione di numeri: queste sono le persone, i lavoratori insomma, che fanno andare avanti la nostra economia, costrette a situazioni assolutamente disperate, lontano da casa e spesso senza una chiara soluzione in vista».
Le cifre messe nero su bianco dall’Itf – viene annunciato dal quartier generale londinese dell’organizzazione dei lavoratori – saranno posti sotto i riflettori in un report all’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) da presentare entro il 6 febbraio prossimo: sarà discusso poi nell’aprile successivo, durante la 113a sessione del Comitato giuridico dell’Imo. Emerge, ad esempio, che a seguito degli abbandoni, ai marittimi «spettavano complessivamente 25,8 milioni di dollari nel 2025». Di questa somma, l’Itf ce l’ha fatta a recuperarne 16,5 milioni restituendola poi ai marittimi.

Identikit dei marittimi abbandonati senza stipendio
I gironi infernali di questo tipo di rapporti di lavoro hanno molto a che fare con la provenienza da zona povere o talvolta poverissime del mappamondo, magari contrassegnate da grandi diseguaglianze sociali. Fatto sta che pure nel 2025, così come era stato l’anno precedente, i marittimi indiani sono di gran lunga il gruppo nazionale più colpito: 1.125 i marittimi indiani alle prese con l’odissea dell’abbandono da parte del loro armatore. L’Itf ricorda che pochi mesi fa il governo indiano ha annunciato provvedimenti tipo “lista nera” per «proteggere i marittimi dalle navi con un record di ripetuti abbandoni e altre cattive pratiche». È vero che la popolazione indiana è la più numerosa del mondo, ma questo numero è più del doppio di quello fatto registrare dalla seconda classificata: dopo gli indiani, sono i marittimi filippini i più colpiti (con 539 di loro che risultano abbandonati lo scorso anno) e al terzo posto i siriani (con 309 abbandonati).
Boom degli abbandoni di navi, ma dov’è che nei mari del mappamondo riscontriamo di più questo fenomeno preoccupante? Non crediate sia in qualche angolo poverissimo del pianeta: al contrario, è il Medio Oriente (con 152 casi) e al secondo posto l’Europa (con 122). Già queste due macroaree, sicuramente non le meno sviluppate del globo, sono i luoghi geografici cove più facilmente è capitato lo scorso anno che una nave venisse abbandonata a sé stessa: più di due navi abbandonate su tre hanno fatto l’ultima tappa in uno scalo europeo o in uno dell’area che va dalla Turchia agli Emirati e all’Arabia Saudita o all’Oman passando per l’Egitto e l’Iran. Figurarsi che, guardando agli stati in cui le navi sono state dichiarate più o meno ufficialmente in abbandono, sono catalogabili nell’area mediorientale tutti e cinque quelli in testa per numero di navi lasciate al loro destino: Turchia (con 61 navi), Emirati Arabi Uniti (con 54), Arabia Saudita (con 21), Egitto e Iran (con 20). Seguono poi: India, Cina, Oman, Grecia e Indonesia.
La scappatoia delle “bandiere di comodo”
In questo guazzabuglio non stupirà che gli abbandoni riguardino in particolare le navi battenti bandiera di comodo: su 337 navi abbandonate nel corso del 2025 – cioè l’82% del totale – sventolava una bandiera di comodo. A giudizio del sindacato Itf, si può stimare che batta bandiera di comodo «circa il 30% dell’intera flotta mondiale di 100mila navi mercantili». In testa a questa top ten c’è, manco a dirlo, Panama: 68 abbandoni rispetto ai 43 dell’anno precedente. Rilevante anche il numero di abbandoni per i quali la bandiera è rimasta sconosciuta: «più che raddoppiato» in pochissimo tempo, adesso siamo a quota 46 (rispetto ai 20 precedenti).
L’Itf rivendica una lunghissima battaglia che va avanti praticamente dalla fine della Seconda guerra mondiale: nel mirino, appunto, le navi con “bandiera libera” («sono una minaccia ai diritti dei marittimi»); a più riprese il sindacato internazionale ha denunciato «le attività illegali e illecite consentite dal sistema delle navi con bandiera libera». Del resto, questo tassello del puzzle non si è forse notato nelle ultime settimane in virtù delle attività per contrastare «le petroliere della “flotta ombra” che cambiano bandiera».


L’antidoto secondo il sindacato internazionale
Il leader sindacale Cotton si sgola da tempo a ripeterlo: «La soluzione al problema dell’abbandono risiede nella responsabilità del settore marittimo, garantendo che gli armatori non possano sottrarsi alle proprie responsabilità». Come? Prima di tutto, dovrebbero essere dati all’Organizzazione Marittima Internazionale più poteri per avere davvero «un ruolo di coordinamento nell’eradicazione dell’abbandono».
Queste sono i provvedimenti che l’Itf sollecita per cercare di contrastare l’abbandono dei marittimi:
- Gli Stati di bandiera devono essere «obbligati a registrare il proprietario effettivo di una nave, compresi i dettagli di contatto, come precondizione per la registrazione»
- Lista nera nazionale delle navi per «proteggere i marittimi dalle navi ripetutamente coinvolte in casi di abbandono, seguendo l’esempio della Dg Shipping indiana»;
- indagini governative sull’uso delle bandiere di comodo, come quelle attualmente in corso negli Stati Uniti
Per uscire dalla logica fredda delle cifre delle statistiche, l’Itf fanno un caso concreto: il sindacato punta il dito contro il caso della “Eleen Armonia” al largo delle coste nigeriane e lo fa citando il racconto di «un marittimo indiano, attualmente abbandonato insieme ad altri tre membri dell’equipaggio». La loro odissea: da giugno non ricevono alcun compenso, l’Itf ha dichiarato la nave abbandonata «nell’agosto 2025». A dispetto dei ripetuti ricorsi e della scadenza dei contratti, non sono stati rimpatriati dall’armatore che praticamente li tiene bloccati e oltretutto non li paga.
«La situazione qui – viene sottolineato dai protagonisti di questa disavventura – è peggio che stare all’inferno. Continuiamo a sentire false promesse dalla compagnia: forse dieci volte ci hanno detto che saremmo potuti tornare a casa, poi niente. L’assicuratore della nave ci ha detto a dicembre che i nostri stipendi erano in sospeso da più di due mesi, dunque sarebbero intervenuti e ci avrebbero aiutato a firmare. Ma poi…».
Bob Cremonesi












