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CRISI: CIFRE CHOC

La notte dell’industria chimica europea: così si uccide un comparto fondamentale

In tre anni 20mila addetti in meno. La Filctem: ora la Regione Toscana scenda in campo

LIVORNO. L’industria chimica europea forse non sarà al collasso o in coma profondo ma al capezzale i medici hanno detto che la prognosi è riservata: «Dal 2022 sono state chiuse capacità produttive per 37 milioni di tonnellate, quasi il 9% del totale, con la perdita di 20mila posti di lavoro diretti». Non potrebbe essere più preoccupato l’allarme lanciato dall’organizzazione Cgil di categoria (Filctem) dalla sede della Camera del Lavoro di Livorno: si basa sul report messo nero su bianco dal Consiglio europeo delle industrie chimiche (Cefic).

Diciamolo più esattamente: qualcuno c’è ed è proprio il direttore generale di Cefic, Marco Mensink, che da Bruxelles scandisce: «Le chiusure degli impianti chimici in Europa sono aumentate di sei volte dal 2022». E ancora: «Tutto il settore è in una fase di gravi stress e fratture: raddoppiato in un anno il tasso di chiusure. E non è la cosa peggiore, perché un guaio ancor più grosso è il fatto che gli investimenti annuali sono dimezzati, anzi  quasi zero. Dall’uno e dall’altro lato, la velocità sta accelerando, non rallentando». Per dirla in estrema sintesi: non bastano più i piani di rilancio, adesso «abbiamo bisogno di un’azione decisiva, con impatto a livello di stabilimento». Se non è un allarme rosso, anzi rossissimo, questo…

Sia chiaro, Cefic non è un club di sindacalisti sovversivi: è il forum che raggruppa gli industriali del settore chimico a livello europeo (dai quelli piccoli ai più grandi): valgono il 13% della produzione chimica mondiale e dànno lavoro a 1,2 milioni di persone.

Il report degli industriali europei dice che c’è da misurare l’«impatto umano ed economico dell’ondata di chiusure in corso: al di là della perdita dei posti di lavoro di 20mila dipendenti diretti, c’è da mettere nel conto la stima di altri 89mila posti di lavoro a rischio nell’indotto in tutta Europa, visto il ruolo centrale che l’industria chimica ha spesso nelle catene del valore a livello regionale.

A destare ancor più allarme è la tendenza relativa ai nuovi investimenti: sono «rallentati drasticamente», dice il dossier firmato dal Cefic. Tradotto: «La capacità di investimento ogni anno annunciata è diminuita in modo nettissimo: da 2,7 milioni di tonnellate nel 2022 ad appena 300mila tonnellate. Per l’organizzazione degli industriali chimici del Vecchio Continente si precipita giù: le chiusure «ora superano in modo significativo nuovi investimenti», significa che «l’industria chimica europea si sta contraendo». Questo porta con sé un interrogativo: riguarda la capacità dell’Europa di «mantenere una base industriale competitiva e resiliente».

I timori scuotono anche il sindacato livornese Filctem: «Non siamo davanti a una semplice fase ciclica, ma a un processo di vera e propria deindustrializzazione». Dietro cosa c’è? L’organizzazione dei lavoratori torna a puntare il dito contro elementi che ha già indicato a più riprese: 1) costi energetici insostenibili, 2) debolezza della domanda, 3) sovracapacità globale, 4) incertezza regolatoria. Non basta: a ciò si aggiunga «un contesto internazionale sempre più segnato da dazi e tensioni commerciali che penalizzano ulteriormente le produzioni europee rispetto a competitor che operano con regole, costi energetici e vincoli ambientali molto diversi».

Il sindacato ricorda di aver denunciato questa situazione da tempo: «Senza una vera politica industriale europea e nazionale, senza interventi concreti sul costo dell’energia, senza una gestione seria della concorrenza internazionale e dei dazi, la transizione ecologica rischia di trasformarsi in una scorciatoia verso la desertificazione industriale».

Anche l’Italia è pienamente coinvolta in questo smottamento della base industriale, dice senza troppi giri di parole il sindacato labronico: «Nel periodo considerato sono state annunciate chiusure per 2,5 milioni di tonnellate di capacità, senza che emergano investimenti significativi in nuove produzioni. Cosa significa questo? Perdere impianti, competenze e occupazione senza alcuna prospettiva di reindustrializzazione». In particolare, c’è una preoccupazione ancor più preoccupata: è relativa alla situazione della petrolchimica e dei polimeri. La chiusura di “cracker” e impianti a monte rischia di diventare una valanga che tutto travolge e «mette a rischio l’intera filiera, con effetti a cascata sugli stabilimenti a valle», dicono dalla Filctem livornese.

L’insistenza sul costo dell’energia riguarda in particolare il nostro Paese: una parte tutt’altro che secondaria del problema sta nelle modalità-guida per calcolare lo standard dei prezzi. È un criterio nato per cercare di rendere meno difficile la transizione verso fonti rinnovabili, si è trasformato in un autogol che serve soprattutto a tenere alti i prezzi e a far gonfiare i profitti a chi ha in mano le chiavi della fornitura di energia.

Altro tassello del mosaico: l’industria chimica ha un impatto pesante sui territori. Ma non ha senso quasi augurarsene la Caporetto per immaginarsi un futuro pulito e immacolato: gli impianti ci sono, e un collasso del sistema significherebbe semplicemente tenerseli fra i piedi, magari spenti o con margini risicatissimi: davvero il miglior modo per rimanere con nessun beneficio e tutti i guai. Le industria chimiche chiuse rimangono come un catafalco che di certo non spende quattrini per la bonifica: e siccome nessun acquirente intende accollarsi un onere che non gli spetta, finisce che con ogni probabilità un’area chimica dismessa diventa peggio della carcassa di un dinosauro abbandonato in mezzo al paesaggio. Ci sono decine di esempi di mancate bonifiche che si trascinano da decenni senza grandi risultati, e anche sperare nell’intervento pubblico salvifico è illusorio. Lo dice prima di tutto l’esperienza concreta: d’altronde, quale governo spenderebbe decine di milioni di euro in un sito inquinato in profondità anziché per favorire attività e incentivare consumi?

Il fatto che sia proprio una organizzazione sindacale livornese ad alzare la voce non è senza motivo. In provincia di Livorno l’industria sia chimica che petrolifera ha un peso specifico decisamente rilevante: sulla geografia dei territori (come estensione dei complessi industriali, a cominciare dalla raffineria Eni di Stagno che si allarga su oltre un milione di metri quadri), sulle ricadute in termini di buste paga, sull’impatto ambientale (in primis le emissioni e i suoli). Ma anche sul modello di relazione con la comunità civile: prima in provincia di Livorno e poi allargandosi a dimensione regionale, l’industria chimica ha su base volontaria redatto un bilancio di sostenibilità in cui squaderna sotto gli occhi di tutti i benefici e i costi della presenza delle industrie chimiche sul territorio toscano.

Bisogna dire, tanto per valutare il peso specifico del comparto chimico sui nostri territori, che l’ultimo “bilancio di sostenibilità” – esperienza pilota nata nelle province di Livorno e Massa Carrara, poi allargata anche a imprese dei territori di Firenze, Pisa e Grosseto – ha coinvolto 27 fra le principali aziende del settore: nel complesso valgono 3,5 miliardi di euro di valore economico, 156 milioni di investimenti, 221 milioni di buste paga, oltre 3.200 dipendenti (per il 93% a tempo indeterminato) e 21 aziende a zero infortuni sul luogo di lavoro; nell’85% dei casi le forniture sono italiane rispetto al totale di quelle europee, sono stati 344 i gigawattora di energia elettrica autoprodotta e 136 milioni i metri cubi di acque prelevate (con l’82% di merci che arrivano o dal mare o via conduttura senza interferire con il territorio). Questo un sommario identikit che raffigura quel che significano le fabbriche chimiche, quantomeno le più significative, dalle nostre parti.

Stefano Santini Filctem

La Filctem, per bocca del segretario generale provinciale Stefano Santini, mette l’accento sul fatto che i gravi problemi dell’industria chimica rappresentano «un rischio strutturale che riguarda direttamente anche territori come Livorno e più in generale la Toscana: qui la chimica rappresenta ancora un presidio industriale strategico».

Il numero uno del sindacato chimici Cgil ripete una volta di più «la richiesta già avanzata più volte: è necessario attivare subito il tavolo regionale sulla chimica promesso dalla Regione Toscana». L’obiettivo è esplicito: «Costruire un percorso che porti al coinvolgimento diretto del governo e, in particolare, del ministero delle imprese e del Made in Italy perché le scelte strategiche sul futuro del settore non possono restare confinate al solo livello territoriale».

A giudizio di Santini non c’è più spazio per l’accademia: «Non servono ulteriori studi – aggiunge –  ma un confronto strutturato con istituzioni, parti sociali e imprese per mettere in campo una strategia industriale chiara per il settore: misure che restituiscano competitività energetica, sostegno agli investimenti, tutela dell’occupazione, governo della transizione ecologica, attenzione agli effetti dei dazi e delle politiche commerciali internazionali». Con una sottolineatura conclusiva: «Qui non parliamo di statistiche, ma di lavoratrici e lavoratori, di professionalità, di futuro dei territori. La chimica è un settore strategico per il Paese: difenderla significa difendere lavoro, industria e sviluppo».

Pubblicato il
29 Gennaio 2026

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