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RHEINMETALL VENDE

Chi sono i due gruppi in lizza per Pierburg: nomi e identikit dei pretendenti

Finalmente l'incontro al ministero: sindacato, Regione e Comune vogliono garanzie per i lavoratori

Livorno, via Salvatore Orlando, a un passo dal varco portuale Valessini: qui si trova lo stabilimento Pierburg Pump Technology Italy: immagine dall’alto della fabbrica che figura nel gruppo di stabilimenti per i quali la capogruppo Rheimetall ha avviato la cessione

LIVORNO. Al tavolo del ministero delle imprese stavolta sono saltati fuori i nomi dei pretendenti rimasti in lizza per acquisire le attività del settore civile del colosso tedesco Rheinmetall: tutta la divisione “Power system”, compreso Pierburg Pump Technologies Italy e dunque lo stabilimento livornese di via Salvatore Orlando, a due passi dal porto. Ecco chi saranno i protagonisti del duello per aggiudicarsi un ramo che, secondo le valutazioni della casa madre, dovrebbe avere un valore economico nell’ordine dei 350 milioni di euro:

  • Aurelius Group, società di investimento alternativo;
  • Ecco Group, specializzata in operazioni di “corporate carve-out”.

È il sindacato dei metalmeccanici Cgil livornesi a comunicare, in una nota ufficiale firmata dal segretario provinciale Fiom, Massimo Braccini, che sono questi due i soggetti in campo con «offerte vincolanti», stando a quanto indicato dall’azienda nel corso del dialogo romano.

La conferma arriva anche dal Comune di Livorno, che li definisce «fondi di investimento tedeschi specializzati in operazioni di dismissione e rilancio industriale».

Chi è “Aurelius”

Aurelius – 400 professionisti in nove uffici disseminati nel mondo – ha appena acquisito una storica impresa veneta come Fiamm (batterie auto), in precedenza ha rilevato The Body Shop e si è fatto avanti per Plasmon. Alle spalle ha 20 anni di attività: nasce da due ex studenti di McKinsey, Dirk Markus e Gert Purkert, nella stanza angusta di una casa editrice d’arte a Monaco di Baviera creano un fondo di private equity che debutta con la riconversione di un ostello postale tedesco. Ma l’esordio con la manifattura è due anni più tardi: il produttore statunitense di motori elettrici Sauer Danfoss si concentra sui motori a corrente alternata e vende una fabbrica che li produce a corrente continua, l’ingresso di Aurelius porta la svolta nella trasformazione verso motori a corrente alternata anche per lo stabilimento bavarese rilevato: dopo aver quadruplicato l’Ebitda lo rivenderà a un gruppo emiliano. Un’altra storia riguarda l’intervento all’interno di una azienda di liquori di lunga tradizione familiare ultrasecolare che galleggia: Aurelius entra con il 75% delle quote e la indirizza verso le acque minerali e i succhi di frutta. Risale a quattro anni fa un’altra vicenda relativa allo stabilimento britannico di un grande gruppo tedesco: lasciato a vivacchiare senza una reale missione produttiva. Aurelius l’ha rilevato e da una produzione di 4.500 tonnellate da passare alla casa-madre ha quasi raddoppiato i volumi per un ampio ventaglio di clienti, ricavi sono aumentati del 50% e Ebitda passato «da negativo a un margine del 15%».

Chi è “Ecco”

La parola “Ecco” non indica l’avverbio, semmai è una sigla che sta per  European Corporate Carve Out. Cioè esattamente il “mestiere” richiesto in questo caso: una grande azienda che vuol disinvestire da una certa qual attività e la mette in vendita perché vuol puntare su altro. Ma questo non significa affatto che l’attività in vendita sia un disastro, anzi. Ecco Group nasce per iniziativa di Daniel Ebert e Uli Lorenz: il primo annuncia giusto in questi giorni via Linkedin che Ecco ha fatto da “ostetrica” per la nascita di Sincereal Group, che «riunisce due consolidati siti di produzione di cereali a Bromborough (Gran Bretagna) e Itancourt (Francia)»  che, contando su «oltre 500 dipendenti e un fatturato complessivo di 150 milioni di euro», copriranno «l’intera gamma di prodotti a base di cereali pronti al consumo». Fra i casi segnalati c’è anche quello di una impresa basata a Iserlohn (Germania) che Ecco rileva dagli inglesi di Stemcor: in cinque anni i ricavi passano da 64 a 95 milioni e l’Ebitda quasi raddoppia (da 2,8 a 5,2 milioni).

Beninteso, questo è l’identikit con cui i due gruppi si autorappresentano all’esterno: ovviamente sono interessati a mostrarsi in una luce positiva.

PIERBURG STORY/1: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima in cui a settembre si segnala che la fabbrica livornese era stata messa in vendita

PIERBURG STORY/2: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima in cui a metà ottobre si rilancia l’indiscrezione riguardante l’interesse di un fondo americano per l’azienda

PIERBURG STORY/3: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima in cui a novembre si dà conto dello sciopero dei lavoratori dello stabilimento livornese per chiedere garanzie 

PIERBURG STORY/4: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima in cui all’inizio di dicembre si spiega che ci sono tre pretendenti in lizza per l’acquisizione delle attività civili del gruppo

PIERBURG STORY/5: qui il link all’articolo della Gazzetta Marittima in cui si dà voc alla delusione dei lavoratori dopo che in extremis è saltato il tavolo di confronto al ministero 

L’ingresso dello stabilimento livornese di Pierburg

Al confronto sotto gli occhi del ministero è stata inoltre messa in chiaro la tempistica che si è dato il colosso tedesco Rheinmetall: round decisivo «nel primo trimestre 2026» con «la scelta dell’acquirente e la firma del contratto di vendita» –  riferisce la nota sindacale – mentre per «il completamento formale della transazione» l’obiettivo è farcela «entro il 30 settembre 2026». Chissà se poi le date resteranno effettivamente queste. In effetti, finora la roadmap, comunque, sembra aver orizzonti di tempo soprattutto orientativi: in novembre era stato detto che tutto sarebbe stato deciso entro Natale, ora sembra che non solo il completamento delle operazioni ma anche la selezione dell’acquirente sia slittata a marzo. Forse più genericamente: a primavera. Resta però da parte del Comune di Livorno l’idea che «i prossimi giorni saranno decisivi per la chiusura del processo di vendita, secondo la roadmap illustrata dai rappresentanti di Pierburg nel corso dell’incontro».

La casa-madre Rheinmetall vuol concentrarsi sulle armi

Sulla base di quanto riportato da Handelsbatt, il principale quotidiano economico tedesco, prima in sette si erano fatti avanti, poi ne sono stati selezionati tre: come pare emerga da dichiarazioni attribuite all’amministratore delegato Armin Paperger. Adesso la “finalissima” fra due competitori.

Comunque, al di là di qualche aggiustamento di tiro sui tempi, almeno per ora sembra di intuire che in Germania non vi sia qualcuno che spinga a un ripensamento, men che mai il governo di Berlino. Anzi, è proprio la scelta maturata a livello di autorità centrali ad aver innescato il meccanismo: di fronte alla crisi dell’auto tedesca (innescata da un “diesel-gate” mai abbastanza chiarito) e allo stop alla locomotiva tedesca, che alimentava i propri “motori” con il gas russo a basso prezzo, il governo ha reagito lanciando una radicale trasformazione dell’apparato industriale, principalmente metalmeccanico, in manifattura a servizio del riarmo del Paese. Una rapida sterzata che mette in moto volumi finanziari talmente enormi da superare la gigantesca portata del piano di riarmo europeo, tanto per avere un’idea.

Rheimetall intende concentrare la propria forza industriale sui profitti attesi dal settore militare: talvolta riconvertendo come fabbriche di armi alcuni ex stabilimenti di componenti metalmeccaniche, in altri casi vendendo quel che dal civile si ritiene di non poter riconvertire in militare.

I numeri del gigante Rheinmetall e la corsa folle del titolo in Borsa

Figurarsi se il colosso targato Düsseldorf si lasciava sfuggire l’occasione: ha una capitalizzazione di borsa di 81 miliardi di euro, 9,7 miliardi di fatturato e 28mila addetti. Storicamente le sue radici sono nell’industria militare, negli scorsi decenni aveva sterzato in direzione delle produzioni civili, principalmente nel campo dell’industria dell’auto. Ma ormai da mesi dal quartier generale dei gruppo si è annunciato che già prima della cessione la parte denominata “Power System” verrà contabilizzata a parte, come se fosse già su un binario morto.

Basti guardare quel che è accaduto al titolo Rheinmetall sul lungo periodo: a cavallo fra la fine del secolo scorso viaggia poco sopra o poco sotto i 10 euro, nell’autunno 2000 è giù sotto quota 8. Ma passo dopo passo arriva a superare la soglia dei 100 euro nel 2017. Quel che accade successivamente però è fanta-finanza: nell’era del Covid prende qualche batosta ma scende tutt’al più sotto 60, salvo poi riprendersi e a fine 2022 risultare al di sopra del tetto dei 200 euro. Mica poco, ma è nulla al confronto della galoppata finanziaria successiva: 347 nel dicembre 2023, oltre 600 dodici mesi più tardi, oltre 1.600 nel dicembre scorso.

La stampa tedesca riporta che Rheinmetall vuole liberarsi del business civile perché lo ritiene poco redditizio: nelle intenzioni della capogruppo, questo puntare tutto sugli armamenti mira a far schizzare all’insù i profitti: viene ritenuto «a portata di mano un margine operativo di oltre il 20% entro il 2030» mentre «era ancora al 15,2% nel 2024».

Finalmente la questione Pierburg torna al tavolo del ministero

L’incontro al ministero delle imprese era saltato nei giorni scorsi: in fabbrica non erano mancati mugugni, come se i lavoratori avessero subito una doccia fredda che era sembrata vanificare la soddisfazione per esser riusciti a portare la questione all’attenzione del governo. Del resto, chi può fornire qualche garanzia di fronte a un processo che si gioca nel chiuso delle stanze della finanza internazionale? Solo un governo può sperare di farci qualcosa.

L’incontro al tavolo ministeriale stavolta si è svolto in parte da remoto ma ha messo in teams i vertici aziendali (a cominciare da Frank Maurer, amministratore delegato di Pierburg, secondo quanto riferisce il Comune di Livorno), la direzione aziendale, le istituzioni così come le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali insieme alle rappresentanze (rsu) degli stabilimenti coinvolti nel processo di cessione.

Dalla sponda sindacale è stato ricordato – è stato fatto rilevare – l’impegno assunto dall’azienda a «comunicare preventivamente qualsiasi decisione relativa alla cessione del comparto civile e “automotive” a livello globale». E tuttavia le organizzazioni dei lavoratori hanno messo in risalto che il consiglio di amministrazione di Rheinmetall Ag ha «formalmente deliberato il 17 dicembre 2025 la vendita della divisione civile “Power Systems”, che comprende le attività automotive e le altre attività civili, inclusi gli stabilimenti Pierburg, tra cui Livorno».

Cosa chiedono sindacati, Regione Toscana e Comune di Livorno

Braccini a nome della Fiom è tornato a insistere su alcuni aspetti che ritiene imprescindibili:

  • Tutela dell’occupazione e stabilità dei siti produttivi («con la salvaguardia dei livelli occupazionali»);
  • Chiarezza e trasparenza sul perimetro della cessione (chi c’è dentro e chi eventualmente no);
  • Piani industriali e investimenti certi («in grado di garantire la continuità produttiva»);
  • Definizione precisa delle linee di prodotto (perché se non c’è prodotto, significa che si sta compravendendo asset finanziari e non stabilimenti industriali);
  • Garanzie contrattuali per «tutte le lavoratrici e i lavoratori, inclusi percorsi di riqualificazione o ricollocazione in caso di ristrutturazioni»

Per evitare che tutta questa roba siano solo buone intenzioni di cui lastricare l’ennesima via dell’inferno, il sindacato chiede che «tutti questi elementi» siano «formalmente allegati all’atto di vendita, con penali vincolanti in caso di mancato rispetto degli impegni assunti». Nel frattempo, la mobilitazione dei lavoratori continua.

Anche il Comune di Livorno chiede che la vendita fornisca rassicurazioni ai lavoratori (e alla città). Lo dice Federico Mirabelli, assessore al lavoro e alle attività produttive: «In questo scenario l’Amministrazione Comunale continua a ritenere fondamentali due condizioni: 1) la continuità produttiva, garantita da un piano industriale credibile e sostenibile nel medio periodo; 2) il mantenimento dei livelli occupazionali».

Pure la Regione Toscana vuol tenere gli occhi ben aperti su questa vicenda: lo promettono il presidente Eugenio Giani e il consigliere per le crisi industriali Valerio Fabiani in nome della tutela dei lavoratori e del futuro del sito produttivo. «Un futuro che dovrà essere di lungimirante pianificazione industriale: vogliamo allontanare nettamente – queste le parole di Giani – qualsiasi ipotesi speculativa e ricevere le più ampie garanzie riguardo alla tutela dell’occupazione e all’elaborazione di piani industriali credibili. Diversamente ci opporremo a prospettive che non rispettino queste premesse».

Fabiani insiste su un tasto: noi istituzioni vogliamo essere coinvolte. E fa riferimento all’esito positivo dell’intervento dei siggetti istituzionali nel caso dell’azienda di Guasticce, Magna Closures: il consigliere ringrazia il ministero per l’attività su Pierburg: «Se saremo posti di fronte ad una solida operazione industriale – questa la sua conclusione – faremo la nostra parte, nell’interesse dei lavoratori e del territorio».

Il collegamento via teams si è spento ma l’incontro resta in certa maniera “acceso”: è stato confermato – si sottolinea da Palazzo Civico, sede del municipio labronico – il mantenimento del tavolo ministeriale, «sarà riconvocato in presenza di ulteriori novità significative».

Mauro Zucchelli

 

Pubblicato il
2 Febbraio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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