Referendum, dentro le cifre seggio per seggio quante sorprese saltano fuori
Il voto per il sì e per il no guardando a età, classi sociali, istruzione, quartieri

L’opposizione anti-Meloni tiene al caldo il risultato del referendum e sogna di tradurlo in una cosa sola: il governo ha la maggioranza in Parlamento ma non nel Paese. Possibilissimo, visto che al voto del 2022 il “partito del non voto” è stato di gran lunga il più rilevante, con 17,9 milioni di voti che rappresentano ben più di quanto hanno raccolto tutti insieme sia Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Calenda-Renzi e tutto il pulviscolo dei partiti minori. Non facciamo però finta di niente: è stato così anche nelle altre occasioni elettorali in cui ha prevalso il fronte opposto, almeno nella storia elettorale recente.
Basta però scendere nel dettaglio del seggio per seggio per accorgersi che l’elettorato di centrodestra, il referendum sulla giustizia l’ha digerito mica tanto. È vero che di fronte al quesito referendario ha prevalso l’adesione ideologica o il grado di fiducia nel governo: questa non è una opinione bensì un dato di fatto messo nero su bianco dall’indagine condotta dal Centro italiano studi elettorali (Cise) fondato da studiosi come Roberto D’Alimonte e Stefano Bartolini ora polo di ricerca dell’ateneo fiorentino in tandem la Luiss. Peraltro, come dice proprio il Cise, gli elettori orientati verso il centrosinistra hanno fatto quadrato, quelli di centrodestra un po’ meno. Beninteso, lasciamo da parte la stupidaggine dell’elettorato rosso nei secoli fedele e pronto a dire che gli asini “volicchiano” se glielo chiedesse “l’Unità” o il Partito: “l’Unità” abbiamo visto che fine ha fatto e pensare che il Partito-chiesa degli anni ’60-70 sia replicato nel dna del Pd di adesso significa proprio credere che gli asini “volicchino”.
C’è voluta una settimana per riclassificare i dati: arriviamo dunque con ritardo. Peraltro, non se ne vede granché in giro: in genere gli accenti sembrano quelli d’un derby in cui la curva di una squadra ha vinto e l’altra sostanzialmente dà la colpa all’arbitro o alla sfiga. Proviamo ugualmente, casomai ci vossero venticinque lettori disposti a perdere del tempo per capirci qualcosa…
L’elettore è mobile qual piuma al vento…
Lo dice anche l’analisi dell’istituto Cattaneo, un team bolognese abituato a guardare dentro i flussi degli spostamenti di un elettorato che è “mobile qual piuma al vento”, se appena s’alza una brezzettina che gli dia un motivo d’identificazione in qualcosa (si pensi a Fratelli d’Italia passato in pochi anni da percentuali minime al ruolo di numero uno, alla Lega precipitata da consensi record a essere la terza ruota del carro della destra, al M5s con il boom, poi l’afflosciamento e di nuovo la ripresa).
Cosa dice l’istituto Cattaneo? Guardando a Firenze: chi nel 2022 aveva votato centrosinistra ha votato al 100% no, gli allora votanti M5s si sono indirizzati al 99% per il no (con un 1% di astenuti), fra gli ex centristi di Renzi-Calenda il 56% ha scelto il sì, il 43% il no. E fra gli elettori del centrodestra? Prevale il no, ma per il 79%, uno su cinque non ci sta e opta o per l’astensione (13%) o per il no (9%). Anche a Prato vale grossomodo qualcosa del genere: gli ex del centrosinistra fanno la croce al 96% per il no (con un 4% di sì), nella galassia dei votanti Cinque Stelle i no sono al 90% (con un 10% che si defila nell’astensione), per renziani-calenziani vale una distribuzione quasi fifty-fifty ma con prevalenza del sì (55%). Di nuovo: e quanti avevano dato fiducia al centrodestra? All’85% si schierano per il sì, ma con un astensionismo non trascurabile (15%).

Girando la luce dei riflettori sul dato nazionale, emerge che la Toscana ex “rossa” – più delle metà dei capoluoghi di provincia sono in mano a sindaci di destra, così tanto per ricordarselo… – è sembrata far quadrato più che altrove sulle posizioni consolidate.
Ma non è questo il punto. I populisti-sovranisti potevano immaginare che il referendum sul Csm e le carriere dei magistrati fosse davvero caro a chi s’arrabatta a campare di lavoretti e lavoricchi nelle periferie popolari? E lo fosse dopo che nel referendum sui diritti sociali, invece, il salario minimo no? E che la crociata contro la casta dei magistrati la conducesse l’ultracasta dei politici? E che per migliorare le proprie condizioni sociali bisognasse cominciare a tirare qualche picconata alla Costituzione, tanto per provare ad allargare la breccia?
L’identikit che salta fuori dal referendum, parola di Cise
La “fotografia” scattata dal Cise punta a individuare, ad esempio, l’identikit per età: a livello nazionale, secondo queste stime, il sì la spunta, ma di misura, solo fra i 45-54enni (con il 51,7%) mentre il no ottiene i risultati migliori fra gli under 30 (68,4%) e fra gli ultrasessantacinquenni (63,4%), ma è netta l’affermazione anche nella fascia 30-44 anni (59,8%) e in quella 55-64 anni (57,2%).
Nell’analisi per titoli di studio, il sì vince fra chi ha tutt’al più la licenza media (54,6%), invece il no fa quasi cappotto in quanti hanno almeno la laurea (71,2%) e comunque detta legge pure fra i diplomati (60,2%).
La griglia del Cise relativa a una certa qual “mappa” per classi sociali indica che il sì si afferma fra operai e lavoratori manuali (con quasi il 53%) e ottiene fra le casalinghe il miglior risultato (oltre il 60%); al contrario il fronte del no sfiora il 54% fra i disoccupati, supera il 58% nella categoria “borghesia e professionisti”) e oltrepassa il 63% nel ceto medio impiegatizio. Ma di nuovo è fra gli “under” e gli “over” che fa man bassa: alla voce “pensionati” va al di là del 64% e fra gli studenti è a un passo dal 74%.

L’analisi seggio per seggio: così si vede quel che accade davvero
Tutto questo, però, non è che la quinta del palcoscenico per capire lo scenario in cui caliamo il fatto che Livorno città, cioè i 172 seggi (e i 121mila elettori) da Pian di Rota a Quercianella, risulta essere al settimo posto fra gli oltre cento capoluoghi di provincia per percentuale di schede con la croce sul no. Davanti a sé nell’ordine: Napoli (75,5%), il minuscolo borgo sardo di Lanusei capoluogo dell’Ogliastra (71,3%), Nuoro (69,4%), Palermo (68,9%), Bologna (68,3%) e Matera (68,2%).
Ma infilando il naso nell’urna di ciascun seggio salta fuori anche qualcosa che racconta molto di più che l’esultanza di chi ha vinto e la rabbia di chi ha perso, talvolta l’uno e l’altro con effetti di comicità involontaria. Per dirne una: si potrebbe dire che il il fronte del no ha la roccaforte alle Sorgenti, periferia popolare nord della città: fra i venti seggi record – dove il no vola oltre il 74% – se ne contano quattro proprio lì, in una “storica” periferia di case popolari e non solo, “patria” di Paolo Virzì ma non di “Ovosodo”. Sono i seggi 88 (con le famiglie che abitano attorno alla chiesa di via Lutero), 84 e 80 (qui vota chi sta in zona via Donnini, strada dov’è la federazione Pd) e 81 (elettorato di via del Vigna e dintorni).
Di questi venti seggi dove il no fa cappotto ce ne sono anche tre a La Rosa, periferia sud un po’ più recente che si è formata fra la seconda metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’70 con l’allora “Cooppona”: sono i seggi 129 (qui le urne per chi risiede in zona PalaMacchia), 166 (zona scuole Bartolena) e 167 (zona via Tommaseo). Due sono a Colline, nella zona più vicina all’ex Fiat (ora Esselunga): con i seggi 95 (zona via Ferraris) e 100 (zona via Lorenzini). Qualche altro seggio-roccaforte del no? Un’accoppiata la troviamo alla Scopaia, la penultima grande espansione di periferia nata una ventina d’anni fa: nei seggi 159 (zona via Giotto) e soprattutto 158 (zona via Francia). In quest’ultima urna i no (poco meno dell’83%) sono stati quasi il quintuplo dei sì.
Tutti gli altri seggi con il no a percentuali super sono accomunati da un dato: non ce n’è nemmeno uno nei quartieri residenziali. Principalmente si tratta di periferie più o meno popolari: a Shangai (seggio 71), a Coteto (154), alla Cigna (155), in Borgo Cappuccini (9), alla Stazione (56), a Fiorentina (83). Infine: in zona Garibaldi (seggio 68), Magenta (22) e San Marco (29).
Dentro le urne, con lo scandaglio fra gli strati sociali
Dunque: diciamo così, non esattamente un insediamento da “radical chic della Ztl” (posto che a Livorno indicare lo chic con la Ztl, così come in molte altre città, è solo una stupidera). Significa che il “campo larghissimo” che sta dietro al fronte del no ha risolto i problemi di rappresentanza dei diritti sociali? Manco per sogno: questo semmai era un quesito referendario più da elettorato d’opinione e se dev’essere declinato sulle sensibilità ai diritti forse è più vicino ai diritti civili. Ma i numeri delle urne dicono questo: vedremo poi la prova del nove. Intanto, c’è da segnalare anche che dicono pure qualcos’altro: almeno in questo caso non è stata l’alta affluenza a gonfiare le vele del no: fra i venti seggi dove il no ha totalizzato i risultati migliori (tutti sopra il 74%, ripetiamo) ce ne sono solo cinque in cui la partecipazione al voto è più alta della media cittadina.
Quest’ultimo aspetto è l’esatto contrario di quel che accade se guardiamo nel mazzo dei venti seggi dove il sì è andato meglio. Anzi, meno peggio: c’è un unico seggio in cui il sì ha prevalso ed è una situazione particolarissima: Gorgona. Qui l’affluenza è stata il 100%, i 34 elettori tutti votanti hanno visto il sì sfiorare l’80%. A parte questo caso singolare, in tutti gli altri seggi livornesi non ce n’è uno in cui il sì si sia imposto: i venti migliori risultati del sì stanno fra il 40 e (quasi) il 45%. Con il “primato” in cinque seggi: nel seggio 144 di Montenero la percentuale più elevata con il 44,7% (sono gli elettori nei paraggi di Villa Serena), poi il 139 di Banditella (zona via Lega-via Provenzal), quindi due urne ardenzine, la 134 (zona piazza Cappiello) e la 133 (zona via Pacinotti-via del Mare), infine un seggio antignanese, il 138 (zona via Fratelli Del Conte).
Gli altri di questa “top 20” del sì? Li troviamo principalmente nei quartieri residenziali, come detto: tre in zona Marradi (38, 39 e 41), due in zona Fabbricotti (107 e 108), contigue entrambe alle zone Mameli (104), Attias (44) e Calzabigi (45). E se fin qui siamo nella fascia a ridosso del centro, ecco che nella metà sud della mappa urbana troviamo aree prevalentemente di condomini eleganti e ville come Antignano (137), Banditella (135), stadio (126), Montenero (141) e San Jacopo (120). Lasciamo alla valutazione altrui un fatto: in tutti ma proprio tutti questi seggi dove il sì va meno peggio l’affluenza supera la media cittadina.

L’elettore populista non l’ha visto come il “suo” referendum
Abbiamo provato anche a contare materialmente i voti del sì. Come schede anziché come percentuali: dunque, come teste perché sempre più spesso l’astensionismo è una scelta politica. Seggio per seggio si è guardato a quel che aveva totalizzato il centrodestra alle ultime elezioni europee di due anni fa (è il tipo di consultazione in cui emergono gli orientamenti politici di fondo più che le logiche locali), e già così ci sono quattro seggi in cui il fronte del sì non riprende nemmeno i voti che aveva preso allora come singoli partiti: al seggio 29 zona San Marco ci sono 13 voti in meno, al seggio 76 in zona Basta otto in meno, al seggio 26 in zona Garibaldi sette in meno e al seggio 157 in zona La Leccia uno in meno. Tutte zone popolari, altro che radical chic.
Siccome si è schierato anche una bella fetta di Pd, cioè l’area riformista, o anche singole figure orientate sul lato sinistro dello schieramento, è sembrato realistico aggiungere 10 voti di provenienza extra. Il che equivarrebbe a dire che nell’elettorato Pd l’area riformista schierata per il sì “valgono” tutt’al più un 7%: stima fin troppo prudente, se pensiamo che per il sì si è schierato l’ex parlamentare livornese Andrea Romano. Parecchio a spanne ma anche prudente: al tirar della riga del totale, in questo caso sarebbero nove i seggi in cui il fronte del sì non riporta a votare chi era già politicamente dalla sua parte. A quelli già citati si aggiungono, a parte i due seggi ospedalieri che fanno caso del tutto a sé, il numero 32 in zona Torretta, il numero 30 in zona Garibaldi e il numero 102 in zona Stazione (via Ademollo e dintorni). E se l’ampliamento arrivasse a una ventina di voti al di fuori del centrodestra, ecco che lo schieramento del sì resterebbe al di sotto del bacino di elettori che secondo il voto europeo di due anni fa aveva in dote in 38 seggi su 172. Tutti in zone popolari, eccetto uno: il 118 in zona Montebello (con l’elettorato di via Rosa del Tirreno e strade vicine).
Qui l’affluenza fa flop (e sono tutte zone popolari)
Occhio però a non trarre conclusioni affrettate: ad esempio, sul fatto che il successo del centrosinistra come alfiere del sì si debba al fatto di esser riuscito a ristabilire la connessione con i ceti popolari che, rispondendo all’appello hanno gonfiato le vele dell’affluenza. A dire il vero è così fino a un certo punto, anzi poco. Un sospetto viene se si guarda ai venti seggi dove l’affluenza non è stata così forte come altrove: nessuno di essi è nei quartieri-bene. Dove sono? Tre a Shangai (seggi 70, 71 e 72) e altrettanti in zona Garibaldi (26, 30 e 68), due alla Bastia (73 e 76) così come in Corea (77 e 78) e a San Marco (28 e 29), poi uno a testa in zona Centro (3), a La Rosa (129), Salviano (149), Venti Settembre (19), Venezia (25), Sant’Andrea (31), La Leccia (160), Torretta (32), Stazione (102). In sei di essi non arriva neanche al 50%: li troviamo alla Stazione, a Torretta, in Corea, a San Marco, in zona Garibaldi e alla Bastia: nel seggio 76, dove votano i residenti nei dintorni di via Giordano Bruno, si resta addirittura al di sotto del 40%.


Il raffronto con quanto il fronte del sì aveva preso nel voto per il sindaco
Una coincidenza, solo un capriccio del caso? Mica tanto. Qualcosa del genere salta fuori anche dal raffronto con quanto i candidati del centrodestra avevano raccolto nel voto per il sindaco (2024). Ebbene, in cinque seggi il sì non ha convinto neanche quanti avevano votato 21 mesi fa i partiti che sostenevano il sì. Il proprio elettorato filo-sì è mancato all’appello: il segno “meno” vale al seggio 127 (La Rosa zona via Oleandri) così come al seggio 29 in zona San Marco (dove votano gli abitanti di via Palestro e dintorni), al 51 in zona ospedale (viale Marconi), al 94 in zona Colline (Esselunga, ex Fiat), al 26 in zona Garibaldi (via della Campana). Non basta: se mettessimo nel conto dieci possibili voti extra per seggio in un quinto della geografia elettorale livornese si avrebbe una certa qual “diserzione” dell’ex elettorato dello schieramento del sì. Se questi voti extra li allargassimo a una ventina, in 64 seggi su 172 – cioè più di uno su tre – i promotori del cambiamento della Costituzione non hanno convinto neppure la propria base che li aveva già votati.
Ma questo vuol dire anche un’altra cosa: è di nuovo il “popolo del centrosinistra” a prendersi la briga di dare uno scossone. È evidente che l’unica riforma che il governo di destra-destra voleva cominciare a portarsi a casa era la meno in linea con l’approccio anti-casta che i populisti vogliono accreditarsi: il Cms bis, la separazione delle carriere e tutto l’ambaradan serviva forse ad alzare i salari, accrescere il potere d’acquisto, riportare in patria gli investimenti industriali e via enumerando? Per ora ne ha rimediato l’altolà a qualsiasi modifica della Costituzione (do you remember Renzi?): difficile perciò metter mano al premierato salvo scavarsi la fossa. Tradotto: dalla conquista dell’egemonia (Atreju) al governo balneare Rumor 2 mentre, nel meraviglioso mondo di The Donald, basta il minaccioso messaggio in streaming di un tipo in una curiosa divisa da colonnello dei ribelli houthi a strangolare i traffici portuali da Suez (mar Rosso, stretto di Bab al-Mandab) facendo impazzire i costi assicurativi delle navi senza sparare un colpo.
Mauro Zucchelli












