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L’Italia al tavolo della Cina per la Belt & Road Initiative

ROMA – Dall’altra parte del mondo, nel cosiddetto Palazzo del popolo di Pechino, si è parlato molto di Italia nel giorni scorsi. Con il presidente del consiglio Giuseppe Conte e con il presidente della repubblica popolare Xi Jinping che hanno focalizzato gli impegni reciproci – non si sa ancora quanto teorici e in quanta parte pratici – della Belt & Road Initiative.

Siamo solo formiche in una realtà che coinvolge un’ottantina di paesi del mondo per circa mille miliardi di dollari di investimenti? Xi Jinping ha tenuto l’ospite italiano al posto d’onore, ma a nessuno è sfuggito che è stato il “premio” per essere l’Italia il primo paese europeo a firmare gli accordi di protocollo. E pazienza se al momento i veri affari la Cina li ha fatti con la Francia, comprando aerei e navi, mentre da noi si è limitata alle arance siciliane. La realpolitik impone questo e altro. Conte tra l’altro ha poi avuto colloqui diretti sia con Putin che con il premier egiziano al-Sisi. E nel quadro della realpolitik c’è già stata anche una significativa dichiarazione del segretario generale dell’ONU sulla crisi libica. “Noi non siamo – ha detto – né con Haftar né con Serraj: siamo con il popolo libico”. Ma fino a ieri l’ONU non aveva riconosciuto solo quest’ultimo? Boh…

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Torniamo alla B&R Initiative. Da quello che si può capire, gli investimenti cinesi sono al momento concentrati in Asia e Africa del nord, ma guardano ai due porti “ascellari” italiani per dare al loro hub del Pireo un’alternativa anche verso l’Europa centro-occidentale: esattamente quella parte d’Europa che dal Pireo si fa fatica a raggiungere. Significa che oltre a Trieste e Vado Ligure i cinesi non vogliono investire in altri porti? Poco tempo fa Confetra ha sostenuto al contrario, che ci sono possibilità per tutti quelli che sappiano offrire possibilità concrete di interconnessione con le TEN-T. Forse il punto concreto, ha fatto capire nei colloqui più ristretti il presidente della banca Aiib (Asian Infrastrutture Investiment Bank) Jin Liqun, è che con i suoi 50 miliardi di capitale per gli investimenti produttivi, la scelta sarà economica più che politica. I porti italiani, riferisce un Report dell’ambasciata d’Italia a Pechino, sono avvertiti.

A.F.

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Pubblicato il
1 Maggio 2019

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