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La “riformina” e le ambasce contro Roma

LIVORNO – Per carità, lungi da noi l’aspirazione a far da mosca cocchiera: nel senso che la nostra modesta posizione di periodico bisettimanale per porti ed economia non ci consente di entrare con giudizi nei dibattiti sui massimi sistemi. Però i dibattiti ci sono, trattano di porti e di economia e quindi qualcosa dobbiamo pur dire, anche per informare i lettori che giustamente sono in tutt’altre faccende affaccendati e stanno poco dietro ai troppi bla-bla.

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Dunque, riassumiamo. Il governo ha proposto una “riformina” della riforma portuale, che punta molto alle cariche nelle Authorities ma poco o niente a far capire quali risorse potranno arrivare, da chi e quando. Con tutta la stima per l’amico Matteoli, qualcosa non è chiaro. Possiamo dircelo? Dalla riforma della legge 84/94 i porti si aspettavano e si aspettano in particolare una scelta di almeno parziale autonomia finanziaria. Da anni ormai si va dicendo che basterebbe una piccola quota dell’Iva prodotta dai traffici per consentire ai porti più dinamici di finanziare le proprie infrastrutture invece di attendere i (sempre meno) proventi a pioggia o no dallo Stato. Sotto questo aspetto c’è sconcerto e delusione, sia a destra che a sinistra. Si dice che Tremonti fa il cerbero, visto che le entrate fiscali stanno calando (il che è naturale con la crisi che non è ancora finita): ma forse una visione più strategica sulla portualità non farebbe male.

Nel frattempo arrivano “rumors” dal felpato mondo degli economisti secondo cui la Germania – attuale locomotiva ripartita in tromba sull’economia di Eurolandia – studierebbe addirittura di abbandonare l’euro e tornare al marco. Un’ipotesi che a molti fa tremare le vene ai polsi e che di fatto sfascerebbe la credibilità (e la tenuta) dell’euro stesso.

Poi c’è l’ipotesi della Lega – non la sottovalutiamo, nell’attuale governo conta assai – di spostare il governo e la “governance” del Paese da Roma al nord Italia, con quella che Il Sole-24 Ore ha recentemente ribattezzato “una torta alla bavarese”. Sarà una delle solite provocazioni leghiste? Il fatto è che da qualche tempo questa ipotesi affiora, scompare e riaffiora come un fiume carsico. E bisogna ammettere che qualche suggestione la crea: perché come scriveva tempo fa lo stesso giornale della Confindustria, “oggi i governi locali hanno grandi poteri e zero o quasi responsabilità fiscale, decidono molto ma poi sono gli altri a pagare”. Quindi dare loro la responsabilità delle leve fiscali, come si ipotizza al Nord “significherebbe ripristinare un equilibrio istituzionale alterato dalla riforma del titolo V della Costituzione, mettendo i governatori delle regioni di fronte agli elettori per rispondere delle inefficienze” e  responsabilizzarli sulle risorse, su come le spendono, e insomma su quello che rastrellano nelle tasche dei cittadini.

Da qui però – secondo Confindustria – chiedere l’abbandono del parlamento nazionale e la cancellazione di “Roma ladrona” il passo è lungo, forse troppo. Un’Italia secondo la ricetta della “torta bavarese”, con Nord e Sud autonomi come “lander” e i ministeri distribuiti a pioggia (economia al nord, interni al sud, forse qualcosa da lasciare graziosamente anche a Roma) sembra difficile da capire e forse ancora di più a gestire. Comunque se ne parla. E ci è sembrato giusto farvelo sapere.

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
29 Settembre 2010

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