L’amara crisi del mare: nautica e porti alla deriva
Il rappresentante del governo ammette che tassa di possesso e Redditometro sono sbagliati e punitivi, ma rimane nel vago sui correttivi – E sui finanziamenti ai porti, il governo non si smuove dai soli 70 milioni all’anno (briciole secondo Merlo)
GENOVA – L’hanno battezzato, impietosamente, il salone della crisi. E l’inaugurazione della 52ª edizione della più importante rassegna europea della nautica si è svolta all’insegna di due inedite e significative contestazioni: l’Ucina ha rifiutato di presenziare alla cerimonia dell’alzabandiera per protesta contro il governo; ancora più duri gli espositori e gruppetti di loro operai, che hanno accolto il viceministro Mario Ciaccia con urla di “Vergogna” e con cartelli (“State facendo morire la nautica”, “20 mila lavoratori a casa”, eccetera) sotto i quali è dovuto passare il corteo delle autorità in una specie di moderne e amare forche caudine.
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Anton Francesco Albertoni (a sinistra) con Mario Ciaccia.
Ufficialmente parlando, gli espositori sono circa 900 contro i 1200 dell’anno scorso, già salone tutt’altro che brillante. Ma nella realtà, malgrado gli sforzi di Ucina e dell’Ente Fiera – appoggiati dall’Ici che ha portato anche delegazioni dai paesi in via di sviluppo – i vuoti erano molti e dolorosi. Specie nel settore dei natanti, sono troppi i costruttori che hanno dato forfait. Visivamente parlando, la “passeggiata” centrale è stata riempita con carrelli elevatori e gru mobili, la seconda galleria del palasport è stata chiusa, e chiuso anche il seminterrato (ospitava i motori) del padiglione storico. Sparito infine tutto il settore nord, che nel passato ospitava la piccola vela. Quest’ultima è concentrata nel piazzale dopo l’ingresso con un padiglione della FIV e una vasca in cui i bambini si cimentano con alcuni Optimist e un Equipe. Il salone, o come qualcuno sarcasticamente lo ha chiamato, il “salino”, rimarrà aperto fino a domenica prossima 14 ottobre.
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La cerimonia consueta, con il bla-bla delle autorità, questa volta è stata opportunamente sostituita da una specie di tavola rotonda in cui il viceministro Ciaccia ha dovuto vedersela con Anton Francesco Albertoni, presidente (incazzatissimo) di Ucina, con una battagliera presidente dell’Ente Fiera Sara Armella e con il presidente della Regione Liguria Claudio Burlando. Davanti a loro, in prima fila tra il pubblico, un lungo striscione sostenuto da operai e sindacalisti con la scritta: “Il lavoro è in prima fila” (e da buon politico, Ciaccia ha aperto l’intervento dicendo: “Io dovrei essere tra voi e non qui sopra”).
Nella sostanza, il rappresentante del governo s’è preso tutte le ormai note accuse del comparto: aver provocato con la tassa di proprietà sulle barche (inizialmente presentata in modo ancora più distruttivo come tassa di stazionamento: e si dice che 40 mila barche siano fuggite) una caduta verticale degli ordini, dei contratti di acquisto, del leasing e del turismo nautico; aver compresso i consumi con la politica fiscale più pesante della storia; non aver compreso l’importanza del cluster nautico in generale; aver predisposto un prossimo Redditometro in cui una barca “vale” come presunzione di reddito molto di più di una seconda casa e sei volte di più di un camper. Albertoni, Armella e lo stesso Burlando hanno chiesto un drastico cambio di rotta del governo. Ciaccia ha risposto giustificandosi con l’emergenza finanziaria in cui il suo governo si è trovato, ha ammesso l’errore della tassa sulle barche (ma non si è impegnato né a rivederla né tantomeno ad abolirla), ha convenuto che il cluster nautico è importante per l’economia. Unico impegno è stato quello di intervenire presso il collega delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate per un aggiustamento del prossimo Redditometro, provocando un incontro alla stessa Agenzia con le categorie del mare. Tra le altre promesse, cose che abbiamo sentito da anni: il registro informatico dei RID (Registri imbarcazioni da diporto) messo finalmente in rete tra tutte le Capitanerie, nuove semplificazioni burocratiche, controlli in mare affidati a due soli corpi (Capitanerie e Finanza) invece degli 11 attuali, Promesse soltanto? Ciaccia stesso ha ammesso: abbiamo poco tempo davanti a noi prima delle elezioni, e migliaia di decreti da fare.
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C’è stato, dopo l’incontro ufficiale, anche un tete-a-tete del viceministro Mario Ciaccia con il presidente di Assoporti Luigi Merlo. Che gli ha ricordato la lettera inviata al presidente del Consiglio Mario Monti (il nome di Mario sembra essere la norma per chi conta oggi in campo politico …) per chiedere una politica più aperta al cluster portuale e specialmente più fondi pubblici alle infrastrutture della logistica, a cominciare dagli scali. Nel mirino della portualità è la proposta di riforma della 84/94 licenziata dal Senato e in attesa di esame alla Camera, nella quale si pone un ridicolo sbarramento all’autofinanziamento dei porti con l’1% del gettito dell’Iva ma un “tetto massimo” di 70 milioni all’anno. Merlo ha parlato chiaro, come fa sempre, dicendo che con quella cifra si può fare al massimo qualche minima manutenzione. La risposta di Ciaccia è di quelle che gelano: “Non credo che al momento si possa fare di più; ed è più corretto non alimentare false speranze”. Merlo gli aveva ricordato che l’1% del gettito Iva dei porti nel 2011 è stato di 13 miliardi, per cui il solo 1% sarebbe almeno 130 milioni, pressoché il doppio del limite posto a 70 milioni. La risposta l’abbiamo già citata. In sostanza, “bambole, non c’è un euro”. Controrisposta di Merlo: faremo fuoco e fiamme alla Camera per cambiare il testo. Speranze o le solite illusioni?
Antonio Fulvi
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