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Ricorsi ai TAR e la perfezione dell’uovo

LIVORNO – Piano piano, la valanga di carte che l’attuale burocrazia ancora richiede malgrado tante promesse, condiziona il funzionamento degli enti e delle istituzioni. Stavamo seguendo, da qualche tempo, il record dei ricorsi che il TAR della Toscana ha in esame, riguardanti il porto labronico del “sistema” Tirreno Nord. Una prima udienza, come abbiamo riferito, c’è stata lunedì 20 ottobre, e il TAR ha per legge trenta giorni per emettere sentenza. Nel frattempo, i ricorsi sono diventati trenta: consolidando un record livornese che però trova emuli a Civitavecchia, a Venezia e anche in altri sistemi.

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Che ci sia qualcosa che non va, nelle regole che regolano il funzionamento della AdSP, a questo punto è chiaro anche ai meno attenti. Dando per scontata la buonafede sia di chi ricorre nel proprio interesse di lavorare al meglio, sia di chi cerca di regolamentare un comparto per tanti anni lasciato operare sulla base delle convenzioni e della libera iniziativa, siamo di fronte a una carenza di norme che risale, come dicono a Napoli, da “’a’ capa”. Piove, governo ladro? Cioè: le colpe finiscono sempre lontano dai protagonisti diretti? È evidente che se si arriva a contenziosi apri, pesanti e così numerosi nell’ambito di interventi di razionalizzazione nei porti, significa che la certezza delle regole non c’è. Non c’è per chi ricorre – e che quindi trova argomenti sufficienti per difendere i propri investimenti e i propri interessi – e non c’è per chi cerca di rinnovare gli assetti. Una riprova? Per la stragrande maggioranza dei provvedimenti delle AdSP oggi al TAR, erano stati chiesti e ottenuti dal Ministero competente formali assensi.

Scriviamo non essendo certo giuristi, e quindi ci esponiamo a sonore sculacciate da chi lo è. Però ci sembra evidente che manchi ancora oggi, dopo la seconda (e semi-abortita) riforma della riforma dei porti, un testo unico chiaro, incontestabile e semplice, su cui le AdSP possano operare. Si va avanti invece con mezze riforme integrate (o rese ancor più confusionarie) da provvedimenti normativi parziali, spesso apparentemente (e non solo) in contrasto con norme precedenti. C’è un guazzabuglio di decreti che non aiutano certo gli imprenditori, ma nemmeno di dovrebbe governare. Finisce spesso che a governare le trasformazioni dei porti siano chiamati i TAR, a loro volta impegnati a cavarsela su norme quantomeno poco chiare.

Siamo in tempi di guerra mondiale, tra pandemie e crisi economiche mai così gravi. Forse è per questo che ancora non si interviene “là dove si puote ciò che si vuole” (Dante mi scuserà della citazione). Ma perseverare nelle troppe incertezze non fa bene a nessuno, tantomeno al Paese che soffre.

E non accusateci di seguire la vecchia carogne. Che peraltro – cito Sandro Munari – è perfetto pur essendo stato fatto da un culo. Dunque, ci sono speranze.

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
28 Ottobre 2020

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