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L’orrore e l’errore del mostro Guerra

LIVORNO – La chiamano in molti modi: ma dopo nove giorni di combattimenti, rimane poco spazio alle ipocrisie: si spara e si muore, quasi sempre tra giovani e giovanissimi che tutto sognavano meno di dover uccidere.

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Non sta a noi, almeno su queste pagine, giudicare ragioni e torti: che come sempre, sono da entrambe le parti. La guerra è un errore, scriveva nel suo saggio (che riportiamo con la copertina dell’edizione italiana) 2.500 anni fa lo stratega cinese Sun Tzu. Il cui consiglio era che i veri vincitori di un conflitto sono quei generali che non hanno bisogno di sconfiggere il nemico versando sangue.
Carl von Clausewitz, secoli dopo, ricordava che la guerra è un proseguo del confronto diplomatico quando i tavoli delle trattative non sono capaci di risolvere le controversie. E ancora: l’orrore senza fine degli uomini che uccidono altri uomini, ricordato da Conrad in “Cuore di tenebra”. L’analisi dei giorni scorsi di quel bravo giornalista e scrittore che è Renato Farina sui profumi della prossima primavera in Odessa, insieme alle salve dei razzi dalle navi sul mar Nero. Poi – e chiudiamo con le citazioni – ci sono anche coloro che, rivolti del concetto tutto futuristico del patriottismo, dicevano invece che la guerra è indispensabile perché è la vera igiene del mondo (Marinetti).

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Più sul concreto, ci si interroga – per ora più che altro in chiave di “gallinai” televisivi – su quanto questa quasi guerra ci coinvolge e ci coinvolgerà. Se i porti del Tirreno sono poco colpiti, quelli in Adriatico, a partire da Trieste, ne stanno già risentendo.
Poi c’è il tema energia: di colpo ci si è accorti di quanto dipendiamo dalle fonti energetiche straniere, Russia in testa, specie per il gas. Galleggiamo sui giacimenti di metano, ma abbiamo vietato le trivelle e ora riapriamo le centrali a carbone.
C’è ancora chi, caparbiamente, non vuol trivellare: e chissà se spinge il proprio Credo a starsene al freddo senza accendere il riscaldamento, e va a lavorare in bicicletta per rifiutare la benzina. Ma i loro “niet” coinvolgono tutti, e non solo per oggi ma anche per il domani e il dopodomani. Riaprire perforazioni, avviare centrali nucleari pulite, tappezzare il Paese di pannelli fotovoltaici (c’è chi ma proposto di coprirne i laghi e le pianure…) non sono soluzioni: e se lo fossero, lo sarebbero comunque tra parecchi anni.

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Anche il nostro Paese è un esempio delle contraddizioni dell’umanità e insieme dell’emotività della gente. C’è un sincero sforzo per aiutare i profughi, con raccolte di fondi e di oggetti, ma si parla di mandare armi mentre sono già partiti aerei da guerra (compito ufficiale: ricognizione…) e stanno partendo due navi da guerra per il Mar Nero. Si bisbiglia di corpi speciali italiani già alla frontiera. In modo speculare, si lamentano gli affari mancati con i ricchi russi, gli yachts italiani con le vendite congelate, le ville russe (ma anche ucraine) a Forte dei Marmi e in Costa Smeralda.
Vorremmo la botte piena e la moglie ubriaca. È cambiato anche il cialtronesco detto dell’armiamoci e partite: è diventato armiamoli e si sbranino tra loro.
Non è una vigliaccata?

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A leggere i tanti esperti in strategie militari (quasi tutti sono gli stessi che si auto-dichiaravano esperti di Covid in TV) la quasi guerra dell’Ucraina ha fatto scoprire all’Europa la necessità di avere una vera forza armata coesa: che non è la NATO, finita ormai come un can che abbaia ma non morde, e non sono i singoli eserciti dei singoli paesi: tutti armati in modo differente, con armi differenti e spesso incompatibili, con  dottrine d’impiego ancora ferme alle Termopili della soglia di Gorizia per quanto ci riguarda. I romani, che di guerre vere s’intendevano, dicevano: Si vis pacem, para bellum. Se vuoi la pace, àrmati e preparati a combattere.
Ma allora l’arma principale era il gladio, mentre oggi ci vuole una specializzazione di anni per essere capaci almeno di usare un M-16. “…Tornate alle vostre superbe ruine/all’opere imbelli delle arse officine…” Scriveva qualche secolo fa un nostro grande poeta.
Oggi siamo di nuovo nell’orrore di una guerra più vicina di sempre, più vicina di tutte quelle che negli anni scorsi, pur mietendo morte e distruzione anche alle soglie del Mediterraneo (e dell’Adriatico) non ci hanno mai coinvolto tanto emotivamente.
Perché questa ci tocca nel portafogli e nella nostra qualità della vita quotidiana?

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
5 Marzo 2022
Ultima modifica
8 Marzo 2022 - ora: 10:38

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