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IL PROBLEMA

La minaccia dal mare: droni che possono partire da navi fantasma e colpire le coste

Come ci si sta attrezzando: dietro la difesa integrata sulla quale punta l’Italia

Il Mediterraneo deve fare i conti con una minaccia che arriva dal cielo, ma che può partire dal mare. Lo hanno capito a Varsavia la notte del 10 settembre 2025, quando circa una ventina di droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco: per la prima volta l’Alleanza ha risposto collettivamente, lanciando l’operazione Eastern Sentry. Da allora, la postura Nato non è più di semplice sorveglianza: è difesa del territorio.

La novità è il vettore. Un drone non ha bisogno di un aeroporto: può essere trasportato e lanciato da una nave. Che il meccanismo non sia solo teorico lo suggerisce l’episodio di fine settembre, quando la petroliera Boracay, che navigava con l’identità spenta, è stata intercettata dalla Francia dopo aver trascorso ore al largo di Copenaghen mentre l’aeroporto della capitale danese veniva chiuso per l’avvistamento di droni — un caso che ha portato l’IISS a collegare la flotta ombra russa ai lanci marittimi.

E lo scenario riguarda da vicino anche l’Italia: a settembre El Mundo ha rivelato un’allerta dell’intelligence statunitense su un’operazione contro Italia, Francia e Spagna con droni Gerbera — due metri di apertura alare, nascosti in container e lanciati con catapulta da navi mercantili in acque internazionali — con un raggio sufficiente a coprire il Mediterraneo.

Nel Mediterraneo circolano centinaia di petroliere vecchie che navigano con l’identità spenta o falsificata, assicurate in modo opaco per aggirare le sanzioni: la cosiddetta “flotta ombra”. Finora erano un problema economico e ambientale; oggi, sospetti concreti le collegano a sabotaggi di cavi sottomarini nel Baltico e ai droni che hanno paralizzato aeroporti in Danimarca e Germania. Una nave fantasma può essere una piattaforma di lancio che nessun radar aereo vedrà in tempo.

Il primo ostacolo è il conto. Intercettare un drone da poche migliaia di euro con un missile da milioni non è sostenibile: l’equazione spinge verso la guerra elettronica, gli intercettori “drone contro drone” e i laser in fase di sperimentazione, il cui costo per colpo si riduce al carburante del generatore.

C’è poi un nodo delicato, più politico che militare: fermare una nave sospetta in mare aperto è estremamente rischioso sotto il profilo del diritto internazionale, e ogni intervento può trasformarsi in un incidente diplomatico. La risposta deve essere proporzionata, perché la soglia dell’escalation è il vero limite.

Per l’Italia, al centro del Mediterraneo, la posta è doppia: proteggere porti, terminal energetici e basi militari con reti antidrone, e tenere d’occhio il mare — incrociando i dati Ais, i comportamenti anomali e la sorveglianza satellitare — per individuare le minacce mentre sono ancora in navigazione. Serve coordinamento tra forze armate, intelligence e privati, con investimenti che la coperta rende corta.

La chiave di volta è l’integrazione: sorveglianza marittima, intelligence e difesa antidrone devono lavorare come un unico sistema. Perché qui la minaccia nasce in mare, ma colpisce dal cielo. Nel Mediterraneo la sicurezza del futuro non sarà soltanto una questione di cielo: sarà anche una questione di mare.

Angelo Roma

Pubblicato il
10 Ottobre 2026
di ANGELO ROMA

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