Sos carenza di autisti: e se fossero le donne a mettersi al volante dei Tir?
In Italia solo il 2,1%. Così un’ex sarta diventa conducente a 50 anni

Una parte della flotta di camion della società Gi.Ma.Trans
MILANO. Non c’è dubbio, il problema esiste, eccome se esiste: mancano i conducenti di camion, e mancano in modo rilevante. Tant’è che le organizzazioni delle imprese contano su accordi per importare conducenti dal Nord Africa o da zona d’Europa pur di sopperire a questa carenza che si è cronicizzata. Figurarsi che i dati dell’Iru, l’organizzazione internazionale che raggruppa gli operatori del trasporto su strada, nel giugno scorso segnalavano che nel Vecchio Continente le imprese hanno un posto scoperto ogni otto e non riescono a trovare chi assumere. Insomma, quasi nessuna azienda è a regime con il numero di autisti necessari e deve fare i conti con l’invecchiamento della forza lavoro, oltre che con le barriere burocratiche all’ingresso nella professione.
Dev’essere per questo che alcuni operatori hanno cominciato a rilevare che al momento le donne sono «solo il 4% degli autisti di camion per trasporto merci». Come se le donne guidassero sì i pullman e buona parte dei bus, dunque fossero pienamente padrone del volante anche su mezzi di grandi dimensioni, ma fossero ancora restie ad avvicinarsi alla cabina di guida di un Tir. Quel 4% si dimezza nel contesto italiano: lo dice il report “Donne e mobilità: politiche per la parità, le professioni e l’innovazione”, presentato a Bologna nel gennaio scorso.

Sibilla Stocchi, autista di Gi.Ma.Trans
Di quel 2,1% di presenza femminile tra i guidatori di camion fa parte anche Sibilla Stocchi, autista di Gi.Ma.Trans, azienda del gruppo Brivio e Viganò, azienda lombarda che in trent’anni si è affermata come uno dei principali operatori logistici della filiera agro-alimentare italiana, soprattutto sul fronte della grande distribuzione organizzata. Può contare su una flotta di oltre 200 mezzi, due terzi dei quali sono Euro 6 (e per il 15% è costituito da mezzi alimentati a Gnl).
Ecco che là dove i numeri non arrivano, cioè all’esperienza di vita, dal quartier generale dell’azienda la storia personale viene presentata come l’emblema di una nuova possibilità: una finestra su una opportunità di scelta. Vista con gli occhi di chi l’ha fatta. Andando cioè in cerca di autiste.
Tutto parte dalla scelta personale di Sibilla Stocchi sotto il segno di una svolta di vita: via dal precedente lavoro come sarta in fabbrica – questa la sottolineatura nel racconto – per ricominciare «all’età di 50 anni» una carriera completamente nuova nell’autotrasporto. Ecco che «da oltre cinque anni guida mezzi pesanti»: ha superato l’incertezza iniziale, ha acquisito le competenze necessarie anche grazie «alla passione per la guida e alla determinazione», si è rimessa a studiare per poter prendere la certificazione Cqc.
Chissà se davvero «guidare un camion è sempre stato un sogno nel cassetto» o se razionalizza adesso con il senno del poi. Però – questo il suo virgolettato – «questo lavoro mi permette di guardare il mondo da un’altra prospettiva e di cogliere dettagli che nella quotidianità spesso sfuggono, come osservare il cambio delle stagioni. Dalla cabina la visuale è diversa e, partendo di notte, mi capita di ammirare le prime luci dell’alba dopo aver terminato lo scarico».
Quanto al problema della carenza di autisti (e soprattutto al fatto che siano pochissime le donne al volante di camion)? «Rispetto a quando ho iniziato, non noto un grande aumento delle donne alla guida dei camion, mentre sugli autobus vedo più autiste, anche giovani. Credo che a frenare le donne sia soprattutto un ostacolo culturale: l’idea che guidare un mezzo pesante non sia un mestiere adatto a loro». E nella sua esperienza concreta, cosa ha contato: forse qualche familiare nell’autotrasporto? Sibilla Stocchi risponde così: «La passione per la guida è stata la prima scintilla» e, no, camionisti in famiglia non ne ha.
Fra le cose da mettere sul piatto della bilancia nella scelta di intraprendere questa carriera, c’è il fatto che «questo mestiere dà molta indipendenza ed è un lavoro che una donna può svolgere con sicurezza e soddisfazione. Personalmente non scenderei mai dal camion».
La sua giornata tipo, com’è? Inizia a Mantova intorno a mezzanotte e, «quando il mondo ancora dorme», lei sale a bordo della sua “astronave” (la motrice) per effettuare le consegne nei punti vendita della grande distribuzione, girando Toscana, Emilia Romagna, Marche, Veneto e Lombardia. In media – viene spiegato – otto ore di guida al giorno, oltre a carico-scarico ed attese. Dopo i controlli prima della partenza, si mette in viaggio, tenendo sempre conto degli ingombri del camion su ogni percorso e verificando l’accessibilità nei vari punti vendita.
Possonoi capitare imprevisti strada facendo: ad esempio, interruzioni della viabilità dovute a incidenti o maltempo. In tal caso, i colleghi dell’ufficio traffico le offrono supporto operativo, coordinando l’assistenza tecnica e la valutazione di percorsi alternativi. Vale anche viceversa: è la conducente che offre ai colleghi del quartier generale le informazioni raccolte durante il percorso. Per dirne una: in occasione di una consegna a un nuovo punto vendita ha segnalato che il mercato locale impediva l’accesso in determinati giorni e orari. È stato perciò possibile, grazie a questa informazione, riorganizzare il servizio: i pianificatori hanno adeguato la programmazione sulla base delle condizioni reali riscontrate sul posto. Gli strumenti digitali della pianificazione hanno spesso bisogno di interfacciarsi con la realtà viva che viene registrata dagli occhi (e dall’esperienza) di chi è alla guida e sa valutare come far quadrare l’effettiva accessibilità dei percorsi e dei punti di consegna.
Fabio Orbello, direttore operativo di Gi.Ma.Trans., rincara la dose: «La carenza di autisti nel nostro settore è ormai strutturale ed è una difficoltà che coinvolge tutta la filiera. In questo momento storico, credo sia essenziale dare valore a questa professione e alle opportunità che può offrire anche a chi sta valutando un cambio lavorativo: la storia di Sibilla dimostra che è possibile costruire una nuova carriera pur avendo un background diverso». Aggiungendo poi: «Il suo percorso unisce attitudine alla guida, determinazione e competenze acquisite attraverso la formazione e l’esperienza, tutti elementi che le hanno permesso di trasformare una passione in una professione. Guidare un mezzo pesante richiede impegno e attenzione, ma oggi il comfort dei mezzi e l’evoluzione dei sistemi di assistenza alla guida contribuiscono a rendere il lavoro più agevole».











