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Infrastrutture promesse e speranze

LIVORNO – Mettiamola così: se le parole d’un viceministro – in questo caso Ciaccia – possono essere prese per impegni, il rilancio delle infrastrutture portuali in alcuni dei principali scali italiani dovrebbe essere garantito.

[hidepost]Ciaccia al meeting di Rimini ha parlato di “esenzione totale dall’Iva” per le opere infrastrutturali strategiche. Subito ad applaudire, ovviamente, Confindustria, Autostrade, Ance e grandi gruppi privati, anche se dai porti sono arrivati più che altro incredule richieste di conferma.

Già, i porti. Un po’ tutti, compresi quelli che un tempo erano porticcioli ed oggi sono nobilitati da Autorità portuali di vaga matrice partitica (nel senso che le Autorità sono nate per esigenze di poltrone e non di reale operatività) hanno nel cassetto piani grandiosi di sviluppo: che però hanno il piccolo difetto di non essere finanziabili da uno Stato in condizioni comatose. In compenso, alcuni grandi porti hanno invece progetti sui quali si sono impegnati network mondiali della logistica, a patto che il governo italiano non continui a far melina, promettendo e non mantenendo: non tanto sui soldi, che ai suddetti network non mancano, quanto sui tempi di realizzazione delle opere, sul completamento dei dragaggi, sulle infrastrutture di collegamento (svincoli autostradali, raccordi ferroviari, facilities doganali). La sterilizzazione dell’Iva, che è considerata una tassa ingiusta da chi viene a investire in Italia, può essere l’incentivo importante, ma il resto – tempi della burocrazia, dragaggi, raccordi – è ancora più importante. Lo hanno detto – e continuano a dirlo in questi giorni – sia i cinesi di Evergreen che quelli di Hutchison Whampoa a Taranto, dove le promesse non mantenute dal precedente governo hanno fatto scappare buona parte delle full-containers di Taiwan verso il Pireo. E dove i cinesi stessi sono pronti a tornare, con paccate di milioni di euro se questo governo darà tempi certi e farà la sua parte.

Di Taranto torneremo a parlare presto. E ci sono altri porti che sono pronti: Savona sta correndo per la nuova piattaforma di Vado Ligure, Genova ha presentato un mega-progetto che in una decina d’anni triplicherà gli spazi per i containers, Napoli e Salerno corrono anch’essi, di Civitavecchia e della sua espansione si sa tutto, i nuovi progetti su Gioia Tauro di Contship sono anch’essi noti: e anche Livorno dopo mezzo secolo si appresta ad avere un nuovo piano regolatore del porto, sia pure ancora ostaggio di cento passaggi burocratici di una Toscana che pensa più che altri alle liti sui capoluoghi delle nuove province.

E’ qui, sui tempi della burocrazia, che si gioca davvero la credibilità del sistema Italia per i porti. Ciaccia a Rimini ha parlato di 300 milioni di euro di spesa per le infrastrutture più importanti entro il 2020, con una ricaduta sul Pil di 5 o 6 punti  e migliaia di nuovi posti di lavoro. Belle parole: ma anche Berlusconi nel 2010 ne fece altrettante, con l’autonomia finanziaria dei porti che è rimasta una chimera. Mettiamola così dunque: speriamo. Ma basterà sperare?

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
5 Settembre 2012

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