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Sui dragaggi il mistero (noto) di “quella” clausola

ROMA – Fa relativamente piacere, in un momento di tragedie del mare come quella della “Costa Concordia”, vedere che il ministero dell’Ambiente è uscito dal suo antico letargo e si presenta in prima persona nel coordinamento delle emergenze.


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Il ministro Corrado Clini e il suo direttore generale Renato Grimaldi si sono spesi in particolare a Livorno, lunedì scorso, sulla faccenda dei bidoni persi in mare dall’”Eurocargo Venezia” durante la tempesta del 17 dicembre; e si stanno spendendo, sempre in prima persona, anche sulla messa in sicurezza del mare dell’isola del Giglio dal relitto della sciagurata nave da crociera.

Tutto ciò premesso, ci piacerebbe tuttavia che dal ministero – e da un ministro esperto dei bizantinismi sia ministeriali che della macchina del governo – arrivassero anche decisioni ancora più importanti, come quelle relative al tanto atteso e tante volte rinviato decreto sui dragaggi portuali. Anche di questi tempi fioccano gli inviti, i solleciti, le prese di posizione. L’ultima delle quali, firmata da Assiterminal e Assologistica insieme ad Assoporti, sollecita il varo del decreto in questione per stabilire i criteri “da osservare per il rilascio dell’autorizzazione all’immersione deliberata in mare dei materiali di escavo”. Nella nota si fanno presente elementi da tempo sul tappeto: la necessità di scavare i fondali portuali per competere sul mercato mediterraneo ed europeo, specie in vista dell’arrivo delle più grandi full-containers. E la sollecitazione – dice la nota – “nasce dal fatto che da tempo i contenuti del decreto, un adempimento previsto dal codice ambientate (D.lgs. 152/2006) pur condivisi dalle varie amministrazioni, sono fermi negli uffici preposti”.

Fin qui la nota. Quello che nessuno mette per iscritto, ma che fonti nel ministero dell’Ambiente stesso sussurrano da tempo, è che il decreto è fermo quasi unicamente perché il precedente ministro dello Sviluppo vi aveva “inserito” una norma relativa alle trivellazioni costiere che all’Ambiente risulta totalmente incompatibile con la difesa del mare. E questa clausoletta più o meno surrettizia non si riesce evidentemente a scalzarla, con il risultato che è tutto fermo.

Ma non doveva essere questo un governo tecnico, capace di imporre – se necessario a colpi di calci nel sedere – il bene della cosa pubblica in tempi veloci e in modi trasparenti? Sui dragaggi stiamo aspettando da tempo: e non ci rimane molto tempo.

Antonio Fulvi

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Pubblicato il
18 Gennaio 2012

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