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La grande abbuffata sull’Iran

ROMA – Lasciamo perdere, per amor di patria, la figuraccia mondiale delle statue censurate. Ma anche sul tema dei grandiosi affari possibili con l’Iran dopo la fine dell’embargo occidentale, qualche analisi meno trionfalistica sta affiorando. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
[hidepost]Diciamo che l’export italiano verso l’Iran oggi vale circa un punto percentuale sul totale delle nostre esportazioni, ma anche ai tempi più felici, quando c’era lo Scià che era notoriamente filo-italiano, non ha mai superato il tre per cento.
Poca roba: e questo è il bicchiere mezzo vuoto. Quello mezzo pieno, sottolineato con grande enfasi da tutta la stampa nazionale, è che l’Iran ha sete di tutto o quasi l’Italia può fornire, in campo di macchinari moderni, interventi di aggiornamento di vecchie strutture produttive, e anche navi, arredi di banchina, tecnologie. E’ stato sottolineato che la compagnia di navigazione di bandiera dell’Iran, la IRISL (Islamic Republic of Iran Shipping Lines) ha avuto una lunga tradizione di collegamenti con l’Italia, è appoggiata da noi ad Augusto Cosulich che certo non dorme ed è stata subito messa sotto pressione da alcuni dei nostri porti e dei nostri armatori (Messina, Msc) per eventuali joint.
Gran battere di grancassa sugli investimenti che l’Iran potrebbe o vorrebbe fare sui porti italiani, acquisendo eventuali partecipazioni in terminal containers: miele ovviamente per chi ha progetti più o meno grandiosi, a cominciare dai porti che hanno gare di project financing aperte, come Livorno, La Spezia e Civitavecchia nel medio Tirreno, Ravenna, Ancona ma anche Trieste e forse Marghera in Adriatico. Tutto interessante: anche che la delegazione italiana che in questi giorni va a Teheran a seguito della visita degli imprenditori iraniani a Roma con il loro presidente Rohani è stata battuta sui tempi dai triestini, subito proiettati nel quartier generale dell’IRISL con in testa la presidente della Regione Debora Serracchiani. Altre grandi aziende nazionali a loro volta – Fincantieri, Saipem, GE, Isotta Fraschini, Iveco etc. – hanno stretto accordi o lo stanno facendo. Il che ovviamente è positivo.
Poi, passata la grande speranza di abbuffata per l’apertura del mercato iraniano, bisognerà vedere che cosa ci rimarrà. Rohani subito dopo Roma è andato a Parigi: ma specialmente, sull’Iran gravita la Cina, che può fornire parecchie delle cose che noi promettiamo. C’è dunque da lavorare sodo, possibilmente senza trionfalismi, e puntando su elementi concreti, perché la classe imprenditoriale (e quella politica) dell’Iran non ha l’anello al naso, ha una visione pragmatica ed è corteggiata da tutte le economie dell’occidente e dell’oriente. I nostri porti sperano. Da chiederci, con onestà e spirito autocritico: siamo pronti?
Antonio Fulvi

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Pubblicato il
3 Febbraio 2016

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