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ARCHEOLOGIA

L’egittologia è nata 200 anni fa fra le aule dell’università di Pisa e i moli del porto di Livorno

Lo strano turismo dei collezionisti nell’Ottocento attorno ai magazzini labronici

La mostra dell’egittologia, bicentenario Pisa

LIVORNO. Quel 12 dicembre di duecent’anni fa è stato un giorno speciale anche se al momento non se n’è accorto quasi nessuno: eppure è in quel giorno che con il via alle lezioni di un giovane orientalista pisano Ippolito Rosellini l’università di Pisa aveva fatto nascere l’egittologia moderna. Con sei anni di anticipo rispetto a quella che un po’ tutto il mondo ha sempre ritenuto l’atto di nascita: in Francia, per opera di Jean François Champollion. Per rivendicare quel primato adesso l’ateneo pisano mette in agenda a Palazzo Matteucci e al Museo della Grafica un convegno internazionale con cui si chiede di rimettere il centro della nascita dell’egittologia là dov’era davvero: fra le aule del sapere dell’università di Pisa e i moli del porto di Livorno. La prova sta nella mostra dedicata a Rosellini (a cura di Mattia Mancini, Gianluca Miniaci e Daniele Cianchi) e nel convegno internazionale organizzato dal Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’ateneo pisano  in tandem con l’Institute of Archaeology dell’ University College London

Al principio dell’Ottocento il porto di Livorno non commerciava solo cereali, vino, stoffe e legno: era anche «la porta europea per tutte le antichità faraoniche» perché «ogni corte europea aspirava infatti a possedere una propria collezione egizia e Livorno fu scelta come principale approdo per questo particolare commercio», dice l’équipe che ha preparato la mostra pisana. «Il principale punto di arrivo in Europa per le antichità faraoniche». Le navi in arrivo dall’Egitto avevano  a bordo «anche statue, sarcofagi,  mummie e papiri», viene segnalato nella presentazione.

Raffigurazione dell’antico Egitto

In concreto, Livorno in quegli anni si trasforma in una «sorta di immenso deposito internazionale dell’Egitto antico: nei suoi magazzini – viene messo in risalto nella presentazione della mostra pisana – si accumulavano reperti che sarebbero confluiti poi nei musei di Torino, Firenze, Bologna, Londra, Parigi, Berlino, Vienna e Leida». Non basta: «Nacque perfino un vero e proprio turismo specializzato con antiquari, collezionisti e studiosi che si recarono nella città toscana per vedere di persona questa preziosa mercanzia», spiega Mattia Mancini del gruppo di ricerca di Miniaci che ha condotto studi nell’Archivio di Stato di Livorno.

Alle spalle c’è anche la spinta delle case regnanti: dalla Toscana il granduca Leopoldo II; dalla Francia il re Carlo X. Ippolito Rosellini in campo dal lato toscano e Jean François Champollion da quello francese. Cosa può accadere a questo punto? Nient’altro che l’allestimento della «prima vera missione egittologica» mai esistita.

Siamo fra il 1828 e il 1829, con l’Europa ancora a cavallo fra la restaurazione post-napoleonica e la brace dei primi moti rivoluzionari. Pare non sia stato l’arraffa-arraffa che avrebbe contraddistinto il rapporto fra l’Europa e il resto del mondo: se ne ricaverà «un patrimonio straordinario di immagini, rilievi, appunti, trascrizioni e osservazioni dirette», scrive Elena Percivaldi su “Storie e archeostorie”. Con una sottolineatura dedicata a quel che avvenne al ritorno nell’autunno 1829: la parte toscana della spedizione arriva nel porto di Livorno e sbarca sulle banchine – dicono dall’ateneo pisano illustrando le celebrazioni per il bicentenario – per il Museo Archeologico di Firenze un paio di migliaia di reperti destinati al museo archeologico di Firenze

La nascita dell’egittologia moderna – si spiega su “Storia e archeostoria” – «non avvenne solo tra le sabbie del Nilo e nei salotti parigini ma anche sulle rive dell’Arno e tra i moli del porto di Livorno». In quegli anni lo scalo labronico era limitato all’attuale Porto Mediceo, praticamente un unico bacino che al contrario del porto attuale si poteva abbracciare in un unico giro di sguardo.

Su “Livorno magazine” Patrizia Poli rievoca gli anni – due secoli fa grossomodo – in cui nei magazzini di San Marco si raccoglievano reperti in attesa di acquirenti o collezioni che sarebbero state destinate a grandi musei. Talvolta – si sottolinea – se ne stavano lì in un angolo a prendere ragnatele e polvere, pressoché abbandonati, «com’è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto».

Ad esempio, viene riferito che a Livorno abbia fatto tappa la superstar dell’egittologia, Jean Francois Champollion, il cui nome è ben noto anche al di fuori della cerchia degli specialisti per esser riuscito per primo a decifrare i geroglifici, forse contando anche sull’incredibile capacità di imparare le lingue che aveva questo giovane studioso transalpino (che morirà a 41 anni). Sul citato magazine labronico si segnala che Champollion è stato personalmente a Livorno per trattare per conto del Louvre l’acquisto della collezione Salt, che il console britannico, parente di un banchiere livornese, aveva trasportato in Italia: 4mila oggetti antichissimi e misteriosi, fra i quali una magnifica testa scolpita. Tutt’altro che una capatina mordi e fuggi: anzi, dell’Accademia Labronica Champollion diventerà socio corrispondente e sarà in amicizia con la giovane intellettuale inquieta Angelica Palli.

Pubblicato il
11 Dicembre 2025

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