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IN CONTROTENDENZA

«Smettiamola con l’idea di una Toscana in declino industriale inevitabile»

La ricetta di 4 prof dell’ateneo fiorentino: la manifattura non è persa per sempre

Operaio al lavoro all’interno di una fabbrica

FIRENZE. Smettiamola di contrapporre l’industria manifatturiera e lo sviluppo dei servizi, smettiamola soprattutto di dare per inevitabile lo sbriciolamento dell’industria: non è così, e nemmeno «alimentando una narrazione difensiva sul declino industriale», che si supera «lo stallo della crescita economica della Toscana». Parola di un gruppo di docenti universitari del Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa dell’Università di Firenze (Disei), che vogliono dare uno scossone alla Toscana e invertirne la dinamica di crescita, dopo che i dati più recenti vedono oggi la regione «collocarsi al di sotto della media nazionale».

In campo i docenti Marco Bellandi, Annalisa Caloffi, Francesco Capone e Pier Francesco Lotito. Il loro intervento sembra nascere da qualcosa di simile a quanto a fine estate, prima delle elezioni regionali nell’ottobre scorso, aveva mosso tre economisti toscani come Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto che hanno lanciato un “manifesto per la reindustrializzazione della Toscana”. Detto per inciso, una spinta del genere hanno provato a darla nelle Marche anche Marco Bentivogli, Pietro Alessandrini e Carlo Carboni, accomunati alle sorti della Toscana di fronte al fatto che «l’incubo della deindustrializzazione è subentrato all’orgoglio di essere la regione più manifatturiera d’Italia». Con una sottolineatura che già di per sé inquadra il problema: dal 2009 al 2023 le regioni italiane con Pil pro-capite superiore alla media europea sono scese da 12 a 7, e «Toscana e Marche sono retrocesse, dopo essere rimaste a lungo al di sopra della media europea, in linea con l’Italia».

A giudizio dei prof dell’ateneo fiorentino, la sfida è piuttosto «qualificare la manifattura e costruire un sistema di servizi avanzati (tecnologici, organizzativi, ambientali e pubblici) in grado di sostenerne l’evoluzione nel lungo periodo». In questa direzione, «tre leve appaiono decisive:

  • prevedere misure che associano innovazione organizzativa e finanziamento di lungo periodo per le piccole e medie imprese;
  • la qualificazione e il coinvolgimento dei servizi pubblici locali;
  • il rafforzamento di poli ed ecosistemi territoriali per l’innovazione”.

Marco Bellandi, Annalisa Caloffi, Francesco Capone e Pier Francesco Lotito invitano a non prendere fischi per fiaschi: a cominciare dalla riduzione del peso della manifattura, che c’è e non è trascurabile. «Di per sé, non è un segnale negativo: è un fenomeno comune a tutte le economie avanzate ed è coerente con le trasformazioni legate all’adozione delle tecnologie digitali e alle nuove esigenze di sostenibilità». A loro giudizio, il nodo cruciale è un altro: «Lo sviluppo di un terziario ad alto valore aggiunto, nel quale rientrano anche i servizi pubblici locali, e l’evoluzione del rapporto tra manifattura e servizi qualificati alle imprese, dall’ecoprogettazione alla logistica avanzata, dai servizi per la transizione digitale alla fornitura di standard, dati e servizi collettivi essenziali per la sicurezza e la sostenibilità delle filiere, fino a progetti di innovazione sviluppati in collaborazione con università, enti di ricerca pubblici e sistemi di formazione post-secondaria».

Questa integrazione riguarda in Toscana – affermano – «sia i distretti e le filiere che hanno attraversato maggiori difficoltà negli ultimi anni (come la moda) sia quelle che hanno mostrato dinamiche più positive (come il farmaceutico e la nautica) sia le prospettive di radicamento di nuove specializzazioni produttive».

Bisogna sgombrare il campo da un equivoco: rafforzare le piccole e medie imprese «non significa soltanto rendere più facile l’accesso al credito». C’è da «attivare strumenti di finanziamento di lungo periodo accompagnati da percorsi di trasformazione organizzativa e gestionale». Lo ripetono spiegando che «a livello nazionale operano già esperienze che associano il finanziamento delle imprese a interventi di rafforzamento manageriale, organizzativo e, in alcuni casi, di avvio alla quotazione sui mercati dedicati alle imprese medio-piccole, promosse per esempio da banche, Cassa Depositi e Prestiti, fondi dedicati». In Toscana per ora no: «In Toscana non emergono al momento iniziative organiche ed estese che facciano perno su questi strumenti, in grado di coinvolgere anche le tante imprese meno strutturate ma vitali diffuse nei distretti e nelle filiere regionali».

Ma «più che interventi episodici o soluzioni calate dall’alto», c’è necessità di contare su «ecosistemi territoriali di accompagnamento alla trasformazione organizzativa e produttiva delle piccole e medie imprese», in cui – viene messo in risalto – contribuiscano in modo coordinato «intermediari per l’innovazione, anche espressi dal mondo delle imprese e delle professioni, istituzioni finanziarie, università, enti di formazione, amministrazioni pubbliche, e altri attori locali».

Per Marco Bellandi, Annalisa Caloffi, Francesco Capone e Pier Francesco Lotito la mobilitazione di questi “agenti territoriali” è «cruciale», da un lato, per «estendere questi percorsi di accompagnamento anche alle imprese che oggi restano ai margini» e, dall’altro, per «rafforzare la capacità del sistema produttivo regionale di affrontare le sfide della transizione digitale ed ecologica e dei cambiamenti geopolitici».

Un ulteriore aspetto viene evidenziato dai docenti del Disei: all’interno di questo scenario «il rafforzamento dell’integrazione col terziario avanzato non riguarda solo i servizi privati alle imprese, ma dovrebbe coinvolgere anche i servizi pubblici locali, sollecitati a qualificare sempre più la loro natura di infrastrutture produttive e tecnologiche per la sostenibilità e la tracciabilità». Attraverso «sistemi informativi, standard condivisi, piattaforme digitali e servizi collettivi per la gestione ambientale, energetica e dei rifiuti», i servizi pubblici locali potranno svolgere «un ruolo strategico per ridurre i costi di coordinamento delle imprese, facilitare il rispetto delle normative, e sostenere strategie di sostenibilità lungo le filiere produttive», dice il documento dei prof dell’ateneo fiorentino.

«Accanto a questo – dicono professori e professoresse arrivando alla terza proposta – è indispensabile investire di più in poli per l’innovazione e infrastrutture di sistema in grado di integrare in modo continuativo manifattura e servizi qualificati, filiere tradizionali e alta tecnologia, imprese, ricerca e territori». Occhi puntati, insomma, su parchi scientifico-tecnologici e reti per l’innovazione, «nuovi o già attivi»: ma bisogna che siano «ben radicati nei tessuti urbani e produttivi della regione e aperti alle collaborazioni internazionali». Se lo sono, possono svolgere «un ruolo decisivo non solo nel trasferimento tecnologico, ma anche nel coordinamento tra attori, nella gestione dei conflitti e nella valorizzazione delle opportunità che emergono in una fase di profonda riconfigurazione dei modelli produttivi». Lo dimostrano esperienze già più avanzate in altre regioni italiane: per esempio, Ogr Torino, la rete dei tecnopoli dell’Emilia Romagna, il Rome Technopole,  il campus di San Giovanni a Teduccio in Campania”

La conclusione dei prof del Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa si potrebbe riassumere così: la Toscana ha bisogno di crescere di più, ma soprattutto di crescere meglio. Ma meglio come? Con «una crescita fondata sulla qualità, sulla produttività e sull’integrazione tra manifattura e servizi avanzati, pubblici e privati». Una crescita che esca dal perimetro della difesa di quel che c’è e invece guardare l’orizzonte del futuro ben dritto negli occhi: lo si fa costruendo «politiche economiche capaci di accompagnare la trasformazione in modo strutturale e duraturo, valorizzando le risorse produttive, istituzionali e territoriali già presenti nella regione».

Pubblicato il
28 Gennaio 2026

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