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Livorno, dalle navi una montagna di rifiuti: quanti ne produce una città di 25mila abitanti

In pista un maxi-appalto da 40 milioni in sei anni

 

LIVORNO. “Valgono” più di 40,5 milioni di euro «tutti i rifiuti e dei residui del carico prodotti dalle navi che fanno scalo nel porto di Livorno, comprese le unità da diporto e quelle della pesca professionale»: a esser pignolini, 40.526.707,32 euro «al netto di Iva». Per una durata di sei anni (oppure «2.190 giorni», come scandisce la procedura di gara messa nero su bianco dall’Authority livornese).

Dietro questa cifra, si spalanca una riflessione che è utile fare. Anche perché i rifiuti prodotti dalle navi sono oggetto da sempre di rimozione: nel senso che il porto è gru, banchine, navi, portuali, transtainer, treni-blocco, trailer. Eppure la gigantesca dimensione di quest’appalto – per un importo dei più rilevanti fra quelli che l’istituzione portuale sarà chiamata a gestire quest’anno – rende bene l’idea di quale impatto abbiano i rifiuti che dalle navi arrivano a terra nel pianeta porto (e lasciamo per un attimo da parte l’immondizia che il porto produce di per sé).

Basti dire, giusto per farsi un’idea quantomeno a spanne, che 40 milioni di euro equivalgono grossomodo al conto economico annuale di una ex municipalizzata dei rifiuti come l’Aamps che a Livorno gestisce quanto “scarta” e butta fuori dal ciclo degli usi una città di 150mila abitanti come Livorno. La prova del nove l’abbiamo con la Geofor che in provincia di Pisa fa lo stesso “mestiere” servendo 23 municipi e una popolazione di 380mila abitanti: con un bilancio annuale attorno ai 100 milioni di euro come valore della produzione (che in questo caso è, visto con gli occhi delle comunità territoriali, l’equivalente del costo del servizio). Un ulteriore parametro di riferimento lo offre il caso di Lucca e dintorni: è Sistema Ambiente la società che toglie di mezzo l’immondizia per un territorio di 90mila persone.

Al tirar delle somme, cioè, il servizio di igiene urbana di una città media costa attorno ai 270 euro all’anno. Rapportati all’appalto portuale livornese siamo di fronte – sia chiaro, detto un po’ a occhio – a un impatto che equivale a una città di 25mila abitanti. Mica poco: serve ad accorgersi che i rifiuti sono una questione di rilievo, e non un optional. Un po’ come i fumi dalle navi ferme in sosta in porto, che secondo una immagine ormai consolidata inquinano quanto un migliaio di utilitarie in attesa al semaforo con il motore acceso per quasi tutta la giornata…

C’è anche un altro elemento da valutare: il servizio di rifiuti si riferisce a un’area di 2,5 milioni di metri quadri. Detto così, sembra una enormità: in realtà, è meno di un quarantesimo del territorio municipale di Livorno. Questo dà l’idea di quale sia, perciò, la “densità” di produzione dei rifiuti che un porto riesce ad avere…

Immondizia che galleggia all’interno delle acque di un porto americano

Tutta questa premessa serve per dire che i rifiuti sono una dei tanti aspetti “invisibili” di cui si deve occupare un porto: benvenuti nella realtà, ce lo dice davvero un appalto da 40 milioni di euro. Durata sei anni, come detto, e servizio «garantito in modo continuativo, 24 ore su 24, per 365 giorni all’anno , tramite squadre operative e reperibili». Sarà il concessionario ad assumersi il rischio d’impresa e l’organizzazione dei fattori della produzione. Contando comunque su un punto d’appoggio: gli sarà affidata «un’area dedicata di circa 4mila metri quadri a terra e circa 650 metri quadri di specchio acqueo» così da poter avere sempre pronti i mezzi e disporre di un ormeggio per le unità navali dedicate al servizio.

L’ “ingranaggio” di funzionamento è questo: «Tutte le navi che approdano in porto dovranno corrispondere al concessionario del servizio una tariffa fissa che include già un quantitativo stabilito di rifiuti». Da tradurre così: un certo tot, indipendentemente dal fatto di conferire o no quel volume di rifiuti, secondo una griglia di prezzi che risultano «differenziati in base alla tipologia e alla stazza lorda del naviglio». E se i rifiuti da smaltire sono di più dello standard previsto? C’è un extra da pagare a parte.

Il nuovo servizio assume una fisionomia un po’ più congrua anche sul fronte delle barche dei diportisti e quello dei pescherecci per la pesca professionale. Saranno previse in porto “isole ecologiche” dedicate con la raccolta programmata dei rifiuti.

Per i pescherecci è previsto un forfait annuo con un contributo erogato dall’Authority a sostegno di un «comparto strategico ma fragile (e promuovendo modelli più sostenibili)». È stato deciso di includere anche la gestione dei rifiuti accidentalmente pescati: tutte quelle plastiche o immondizia che i pescatori si ritrovano nelle reti e che erano un’odissea. Almeno finché la legge Salvamare non ha tramutato i pescatori anche in “netturbini del mare” (e i costi, da recuperare tramite la tassa rifiuti Tari, saranno «anticipato dall’Autorità di Sistema Portuale»).

Mauro Zucchelli

Pubblicato il
5 Febbraio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

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