Moda “usa e getta”, nel mirino del maxi-blitz un milione di chili di rifiuti illeciti
Anche Dogana e Finanza livornesi nell’operazione kolossal in 120 Paesi

Una delle decine di migliaia di balle di vestiti al centro del’operazione internazionale delle Dogane
ROMA. Altro che “montagna” di rifiuti: è un Everest. Le cifre complessive parlano addirittura di violazioni relative a più di un milione di chilogrammi di rifiuti (1.037.137, per essere pignoli), gran parte dei quali costituiti da rifiuti tessili che ne rappresentano l’87%, cioè più di 905 tonnellate. A distanza di qualche mese, sono stati resi noti dall’Agenzia delle Dogane i risultati di una operazione-monstre a livello internazionale che nello scorso autunno in due round è andata avanti per 35 giorni, con il coordinamento dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD) ha coinvolto qualcosa come 12 Paesi, in collaborazione con l’amministrazione doganale cinese e con l’Ufficio di collegamento di intelligence regionale dell’Omd per il quadrante Asia/Pacifico.
Anche gli uffici doganali e i reparti territoriali della Guardia di Finanza di Livorno hanno rilevato violazioni (così come, per quanto riguarda l’Italia, le sedi di Prato, Genova, Venezia e Milano). Nel nostro Paese le attività di controllo doganale sono state operate sul territorio nazionale, con il coordinamento della Direzione Antifrode dell’Agenzia Dogane e Monopoli (Adm) e del comando generale della Guardia di Finanza. Tutto questo ha portato, nel complesso, a livello globale, al sequestro di:
- 509 tonnellate di rifiuti (oltre a più di 220mila “pezzi” di rifiuti non pesati);
- 168 tonnellate di rifiuti “Ods” (cioè scarti pericolosi in grado di danneggiare la fascia di ozono) e rifiuti “Hfc” (cioè gas refrigeranti);
- 13 tonnellate e oltre 5.700 apparecchiature contenenti sostanze sotto i riflettori dei controlli nell’ambito del “Protocollo di Montreal”;
- 8 tonnellate e più di 30mila pezzi di altre sostanze chimiche pericolose, compresi pesticidi e mercurio.

Discarica di rifiuti tessili in Africa
Al centro delle indagini i traffici transfrontalieri illegali di rifiuti: ne è emersa – è stato fatto rilevare – «la crescita esponenziale nel commercio illegale di merce dichiarata di seconda mano, invece di essere classificata come rifiuto tessile». Ma la «situazione di forte criticità» sta a monte del traffico di quantità enormi di rifiuti che resta illecito: è l’aspetto industriale produttivo che genera questo tipo di problema. I doganieri dell’Agenzia, che lavorano fianco a fianco con i finanzieri delle Fiamme Gialle, puntano il dito contro la “fast fashion”. Cioè l’abbigliamento “usa e getta”, fatto per durare pochissimo: «accessori progettati per durare una stagione soltanto e destinati a rompersi nel giro di poche settimane per poi finire in discarica o nel Sud del mondo», tutta merce di «bassa qualità e in vendita a prezzi irrisori», come dice un dossier dell’associazione ecologista Greenpeace.
È un ingranaggio produttivo contro il quale si battono numerose sigle del fronte ambientalista. A cominciare da Greenpeace, che denuncia come «ogni anno soltanto nell’Unione Europea vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona) e l’80% di questi finisce in inceneritori e discariche». La percentuale di riciclaggio effettivo è quasi infinitesimale: non arriva all’1% dei vecchi vestiti quel che, in nome dell’economia circolare, viene recuperato a nuova vita e ricomincia il ciclo dell’utilizzo.
Non si sa quale sia l’esito più infausto della storia: da un lato, una gigantesca mole di tali capi finisce presto «nelle discariche e negli inceneritori europei»; dall’altro, etichettandoli come “capi di abbigliamento di seconda mano”, vengono «esportati in altri Paesi e da qui se ne perdono le tracce». Si perdono fino a un certo punto: nel senso che in varie zone del Sud del mondo si materializzano come discariche di dimensioni spropositate. Gli ecologisti di Greenpeace ricordano come alcune zone di «Angola, Kenya, Tunisia, Benin, Ghana e Repubblica Democratica del Congo» siano, sotto questi profilo, stati trasformati in immondezzai del pianeta («nel solo 2022 hanno importato quasi 900mila tonnellate di indumenti usati provenienti dall’Unione Europea»).
In particolare, desta allarme il caso del Kenya: nell’annata 2021 vi sono stati scaricati quasi un milione di capi usati, e una buona metà ha finito «per intasare discariche come quella di Dandora o per inquinare il fiume Nairobi».
Ancora peggio, se possibile, il caso del Ghana definito senza tanti giri di parole come «Paese sotto l’assedio del “fast fashion”»: ogni settimana – questo il filo rosso dell’argomentazione – vi vengono sversati 15 milioni di capi di seconda mano. Con effetti paradossali, almeno per chi in Occidente ha un certo standard di benessere e sicurezza economica: grossomodo la metà di questo volume è irrecuperabile, il resto viene rivenduto di terza, quarta, quinta mano. Alimenta di fatto un sottocircuito commerciale dal quale traggono il minimo per svoltare la giornata migliaia di disperati a caccia della “balla” un po’ meno brutta. Da acquistare “al buio”, aprire, selezionare e rivendere in parte: finché non resta proprio solo spazzatura. È l’analisi di Human Right Research, che spiega come mai sia complicato far saltare tutta questa economia marginale di sussistenza che avvelena il Paese e dà un piatto di riso (ma giusto quello) a migliaia e migliaia di povericristi.
Il risultato è il moltiplicarsi di realtà come Old Fadama, metà mercatino e metà pattumiera kolossal o inceneritore informale con grandi falò, come il mercato di Kantamanto o come le “spiagge di plastica” attorno alla laguna di Korle, come l’area naturale nella zona umida di Densu Delta inquinata dall’assedio di quel che resta di magliette e jeans statunitensi, tedeschi o italiani.

Monica Maggioni, autrice dell’inchiesta giornalistica sulla moda usa e getta
Non è mica finita qui: varrebbe la pena di riscoprire l’inchiesta di Monica Maggioni su quel che ci sfugge del destino della t-shirt, dei bermuda o del pullover che compriamo noi qui, nella nostra parte di mondo: è stata la prima inchiesta di una “docu-serie” sotto le insegne di “Newsroom” che trovate su Raiplay (titolo: “Compra, indossa, butta. La follia del fast fashion”).
L’inchiesta condotta dal team investigativo di Greenpeace in tandem con la trasmissione tv “Report” ha portato anche a scoprire che nel commercio online una parte dei resi finisce per compiere viaggi di migliaia di chilometri a caccia di un buco dove sparire. All’impatto della discarica si somma quello di una logistica assurda che emette chissà quanta CO2 per trasportare abiti magari mai messi. Una stima ecologista indica nel 25% i capi di abbigliamento “fast fashion” destinati al macero immediatamente, dal produttore all’immondizia.
Ma torniamo all’operazione internazionale di doganieri e finanzieri: l’Agenzia italiana spiega che i traffici illeciti sotto la lente dell’ultima operazione hanno colpito «in particolare le nazioni del Sud-Est asiatico (tra cui la Thailandia) nonché altre aree di destinazione come il Pakistan e la Tunisia».
Beninteso, non c’è solo la moda “usa e getta”. I controlli hanno interessato anche altri tipi di rifiuti: ad esempio quelli «derivanti da veicoli e loro componenti, oltre a cascami di acciaio». Comunque – viene messo in risalto – con «un incremento significativo in termini di sequestri rispetto alle precedenti edizioni dell’operazione».











