Vi racconto il mio amico Antonio, innamorato del mare
Con lui in Capraia con il gommone a far ricci. E una indovina gli disse…

Questa è la foto scelta dal sindsco di Livorno, Luca Salvetti, per ricordare Antonio Fulvi
Il ricordo del nostro Antonio Fulvi, morto martedì 22 settembre a 88 anni, per più di mezzo secolo alla guida della “Gazzetta Marittima”: ecco come sul proprio profilo lo racconta – da amico prima ancora che da collega – Beppe Mascambruno, che ha lavorato con Antonio Fulvi nella cronaca di Livorno della “Nazione” e poi è stato, sempre nel quotidiano fiorentino, il suo direttore.
È morto Antonio Fulvi. È morto poche ore fa in ospedale, qui a Livorno. Vi era arrivato domenica scorsa, trasportato in elicottero dall’isola di Capraia, la sua Capraia, a seguito delle gravissime conseguenze di una caduta sulle scale del giardino di casa.
Antonio aveva 88 anni e quella casa, due piani di ricordi, imprese e follie di vita in mare, immersa in una bomboniera di verde in mezzo al paese, lassù in alto, a due passi dal castello, se l’era fatta, anno dopo anno, anche con le sue mani.
Avevo sedici anni, era il 1971, quando varcai intimidito la soglia della redazione storica de “La Nazione”, al primo piano di Piazza Grande, con le finestre d’angolo che guardavano il Duomo e la prima Via Grande, sopra la gioielleria Galleni. E lo vidi per la prima volta, stivali ai piedi appoggiati sulla scrivania, jeans e maglia blu alla marinara, senza azzardarmi ad andare oltre un timido «buonasera». Perché lui, Antonio, era il vicecaposervizio e aveva un ufficio tutto suo, pieno di libri e riviste di nautica, sul divano cose da gommoni, salvagenti quadrati, bussole strane, molto più bello di quello di Bruno Castagnoli, il capo, che stava sempre con la luce bassa della lampada sulla scrivania, immerso nella sua eleganza che sfidava anche la semioscurità e il fumo dei suoi due pacchetti di sigarette al giorno.
Entrare lì dentro era il mio sogno di adolescente che preferiva ai libri di testo tutto ciò che si chiamava stampa. Ma non avevo mai conosciuto un giornalista vero prima di allora. Tanto meno un giornalista capace di usare le mani lontano dalla tastiera per trasportare ballini di cemento e mattoni.
Mentre battevo sulla Olivetti M40, enorme, pesante e nera, i miei primi pezzetti di sport minori, lo guardavo, anzi spiavo – perché la soggezione era tanta e lui, «il Dottor Fulvi», impettito figlio di un ammiraglio di Marina e ingovernabile funambolo, all’epoca non faceva niente per attenuarla – mentre caricava spesso la sua auto di quella roba lì da imbarcare sul traghetto. Che non capivo cosa c’entrasse con il lavoro che, allora avevo sedici anni o poco più, sognavo di fare. Mi sembrava così strambo. Ma i giornalisti, mi dicevano anche i miei, lo sai che è gente un po’ strana: sei sicuro di voler fare quel mestiere lì?
In quella casa, poi, in anni molto più recenti, quando la professione, i ruoli, la carriera non avevano più alcuna influenza nelle nostre vite, sono andato molte volte, finalmente solo amici. Liberi, immersi nelle acque di Cala Rossa, giù dal gommone, a far ricci. Lui a mani piene, raccolti giù, sui fondali, per metri e metri sott’acqua, io un paio a malapena, incontrati al volo sul primo scoglio.
Con Antonio se ne va un pezzo, vero, sostanziale, importante e irripetibile, non solo del giornalismo, ma della storia degli ultimi sessant’anni di Livorno. In particolare la storia del porto, dei suoi grandi protagonisti, delle dinamiche economiche, sociali e politiche, a me, anche da capo della redazione, rimaste sempre perlopiù impenetrabili. Tanto ci pensava lui. Era un’autorità in materia e l’unica direzione a cui teneva veramente, lui che aveva deliberatamente aggirato, se non rifiutato, ogni avanzamento di carriera alla “Nazione” per difendere i propri spazi di passione, e di tempo per le passioni, era quella della “Gazzetta Marittima”.
Antonio amava affascinare con i suoi racconti di vita, ai confini dell’epica, sempre e indissolubilmente legati al mare. Le imprese a vela, sulla sua barca “Scovavento” e, soprattutto, l’incredibile traversata delle duemila miglia in gommone, i gommoni di allora, mezzo secolo fa, da solo su e giù per il Mediterraneo, dalla Sardegna alle coste africane, conclusasi con un trionfale rientro tra la folla attraverso i Fossi di Livorno. Dove ad aspettarlo, in disparte, c’era anche Castagnoli che, togliendosi la sigaretta di bocca, appena poté incontrarlo, gli disse più o meno così: complimenti, ma non ha più ferie, domattina l’aspetto in ufficio.
Antonio ha sempre voluto dominare la vita, a volte anche sfidarla, ha avuto tanti incidenti, anche negli ultimi anni, quando si faceva beffe dell’età ancora in sella alla sua moto, Senza contare le volte che, anche in tempi recenti, aveva raggiunto Capraia, da solo, in gommone. «Tanto conosco il mio destino», amava ripetermi, raccontando un episodio che mi ha sempre sconcertato.
Poco più che quarantenne una sera a Lucca si ritrovò a cena con altri tre colleghi e amici, anche a me noti e cari, uno dei quali era il leggendario Mauro Mancini, inviato speciale di prima grandezza e innamorato perso di mare come e più di Antonio. Al tavolo si avvicinò una “zingara” che si propose di predire il futuro di tutti, leggendo le mani. E alla fine sentenziò che avevano, appunto, un destino comune: tutti e quattro sarebbero morti a contatto con il mare. E così è stato, a partire proprio da Mancini nelle tragiche circostanze che seguirono allo storico naufragio della leggenda mondiale di vela Ambrogio Fogar. Gli altri due annegarono in drammatiche circostanze in Versilia e al Calambrone.
Antonio non era in acqua, ma a Capraia. Circondato dal mare che, per tutta la sua straordinaria esistenza, ha sempre amato. Sì, anche sfidandolo.
Un abbraccio affettuoso a Maria Rosa, ai figli Nanni e Marco, quest’ultimo con la moglie Michela Berti, amica e collega carissima de “La Nazione”, all’adorata nipote Margherita, ai familiari tutti.
Ciao Antonio, buon vento.
Beppe Mascambruno











