La parabola di WSense: come la ricerca entra nell’industria
«L’azienda ultratech del wi-fi subacqueo un esempio per altre start-up»

Incontro nella sede di WSense da sinistra Levi, Polimeni, Petrioli e Folgiero
ROMA. C’era una volta una brillante spin-off nata nell’ambiente della ricerca sotto l’ombrello dell’ateneo romano della Sapienza: come trasformarne l’eccellenza scientifica e farla decollare nel mare aperto della competitività industriale fino a farne oggi una realtà emergente (scale-up) nelle prrofondità del “deep tech” con una presenza internazionale. È il caso di WSense che presenta il proprio biglietto da visita di «caso concreto di come una tecnologia nata dalla ricerca pubblica possa trasformarsi in impresa e arrivare alla grande industria»: l’ha fatto entrando «all’interno del perimetro di uno dei principali gruppi industriali europei», in concreto Fincantieri.
Sia chiaro, è un percorso che oggi «rappresenta ancora un’eccezione nel panorama italiano, come ricerca, capitale, ecosistema e industria possano concorrere alla costruzione di un campione tecnologico europeo», come viene sottolineato presentandone la parabola che parte dalla ricerca accademica nel campo delle comunicazioni subacquee, sviluppando tecnologie proprietarie per il monitoraggio e la comunicazione in ambiente sottomarino e per l’ “internet of underwater”. Già, perché la capacità di trasmettere dati in ambienti subacquei è qualcosa di abbastanza complicato…
Da un lato, c’è stato ovviamente come dato di base la qualità della ricerca e la capacità imprenditoriale del team di ricerca; dall’altra, e questo è già un passo ulteriore, è stato necessario provvedere alla «progressiva costruzione di un ecosistema di sostegno alla crescita» (con «investitori italiani e internazionali che hanno accompagnato le diverse fasi di sviluppo della società» mentre Cdp Venture Capital, polo finanziario pubblico nato nell’alveo del risparmio postale, ha contribuito a «rafforzare la capacità del sistema italiano di sostenere una “deep tech” nel passaggio dalla ricerca alla dimensione industriale»).
“Dare voce all’oceano”: questa la sfida e la missione di WSense. Cioè: rendere possibile la raccolta di dati sottomarini su larga scala e ad alta densità, in tempo reale e nel pieno rispetto degli ecosistemi. Da fare mediante tecnologie brevettate utilizzando le onde acustiche multi-frequenza e tecnologie ottiche senza fili così da consentire comunicazioni sottomarine in tempo reale, affidabili e sicure in una sorta di wi-fi sottomarino che colleghi robotica, sensori, attuatori e subacquei professionisti in un unico ecosistema di comunicazione unificato («e fornire supporto al controllo del dominio sottomarino e alla protezione delle infrastrutture critiche»).
WSense è in campo da nove anni e adesso conta su una squadra di oltre 80 ingegneri e ricercatori: gli uffici sono in Italia, Norvegia e Regno Unito, con dipendenti anche in Francia ed Emirati Arabi. Finora ha trasmesso in tempo reale «circa 4 milioni di dati oceanici con oltre 50 parametri».
Dell’ingresso sotto l’ala di Fincantieri la “Gazzetta Marittima” ha dato notizia all’inizio dell’estate scorsa, se torna a parlarne oggi è perché il percorso annunciato si concretizza nell’apertura effettiva della nuova fase con l’ingresso di Fincantieri come azionista di maggioranza. Il gesto simbolico è il faccia a faccia che, nella sede romana di WSense, ha visto attorno a un tavolo, insieme allo stati maggiore di WSense, i primattori di quest’evoluzione recente:
- l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero,
- la rettrice dell’ateneo romano della Sapienza, Antonella Polimeni,
- il numero uno di Cdp Venture Capital, Emanuele Levi,
- gli investitori internazionali che «hanno creduto in WSense e ne hanno sostenuto il percorso fino all’ingresso di Fincantieri».
Dal quartier generale del colosso statale Fincantieri si mette l’accento sul fatto che WSense «mantiene autonomia, identità e continuità manageriale» e, al tempo stesso, mette «le proprie tecnologie e competenze al servizio della strategia “underwater” di uno dei principali gruppi industriali europei», com’è stato sottolineato presentando l’apertura di questa nuova pagina di storia aziendale.
C’è dell’altro, al di là di quel che comporta nello specifico questa operazione societaria per WSense e per la costellazione Fincantieri. Di cosa stiamo parlando? Del fatto che tutto questo possa «diventare un modello di riferimento per il “deep tech”, replicabile in Italia». La traiettoria è chiara, come detto:
- una tecnologia nata nella ricerca pubblica,
- la trasformazione in impresa,
- l’affaccio sui mercati internazionali «attraverso capitale e competenze»,
- l’integrazione nella strategia industriale di un grande gruppo globale.
A parte il singolo caso, i protagonisti di questa storia sottolineano che «l’ecosistema italiano è chiamato a rendere sempre più frequente: non soltanto generare ricerca di eccellenza, ma – si afferma – creare le condizioni perché quella ricerca possa diventare impresa, crescere, scalare e contribuire alla competitività industriale del Paese».
Così il commento della rettrice Antonella Polimeni: «Sei anni fa parlavamo del potenziale dell’università e della possibilità di trasformare la ricerca in innovazione e impresa. Oggi la storia di WSense dimostra concretamente che questo può accadere: quando l’ecosistema universitario viene correttamente stimolato e sostenuto, la ricerca può trasformarsi in un’impresa capace di crescere e competere a livello internazionale». Polimeni indica nella parabola di WSense un qualcosa che «va raccontata ai nostri giovani ricercatori e dottorandi: perché dimostra che tra università e industria può esistere una traiettoria concreta e che, quando si costruisce una visione comune, si liberano energia, creatività e nuove opportunità per il sistema e per il Paese».
Lo ribadisce una delle protagoniste di questa storia com’è l’amministratrice delegata e co-fondatrice di WSense, Chiara Petrioli: «L’ingresso di Fincantieri apre per WSense una nuova fase, ma soprattutto rende concreto un modello di polo industriale nell’ambiente subacqueo basato sull’integrazione verticale e sulla collaborazione tra realtà che mantengono autonomia, competenze e identità imprenditoriale». Aggiungendo poi: «In questi primi mesi abbiamo già potuto sperimentare il valore delle sinergie tra le diverse realtà che ne fanno parte, con WSense nel ruolo di abilitatore e integratore delle soluzioni. È un modello nuovo, in cui una grande azienda sceglie di mettere l’innovazione al centro del proprio posizionamento in un dominio strategico e, allo stesso tempo, crea le condizioni perché l’imprenditorialità e le competenze specialistiche continuino a crescere». Petrioli enuncia un obiettivo tanto chiaro quanto ambizioso: costruire «un ecosistema in ambiente subacqueo unico in Europa per capacità di integrare tecnologie, competenze e soluzioni lungo l’intera filiera».
E dallo stato maggiore di Fincantieri, cosa si dice? La parola a Pierroberto Folgiero, al timone del gigante pubblico come amministratore delegato e direttore generale: «WSense è la dimostrazione che l’Italia possiede tutte le competenze necessarie per generare innovazione di livello mondiale: ricerca universitaria, imprenditorialità, capitale e capacità industriale. La sfida è mettere questi elementi a sistema e accompagnarne la crescita». Per Folgiero l’ingresso di WSense nel perimetro di Fincantieri si inserisce dentro questo orizzonte strategico: «favorire l’incontro tra tecnologia e mercato e contribuire alla costruzione di una filiera subacquea d’eccellenza, con l’ambizione di consolidare un campione internazionale capace di competere nei domini strategici del futuro».
Un modello da rendere replicabile: un esempio, insomma, per avere molti più casi tipo WSense che ne ripercorrano l’evoluzione. Il punto è proprio lì: come attesta la storia di WSense, «il trasferimento tecnologico non si esaurisce nel passaggio di una tecnologia dal laboratorio al mercato». C’è bisogno – viene fatto rilevare – di «un ecosistema capace di accompagnare una ricerca ad alto potenziale lungo tutte le fasi della sua trasformazione: dalla validazione scientifica alla costruzione dell’impresa, dalla raccolta di capitali alla crescita internazionale, fino all’incontro con la grande industria».
Dall’incontro nella sede di WSense a Roma è balzato evidente agli occhi che questo modello risulta «particolarmente rilevante per il “deep tech”, dove tempi di sviluppo, complessità tecnologica e fabbisogno di capitale rendono indispensabile la collaborazione tra università, investitori, istituzioni e industria». Come dire che adesso il nuovo capitolo da scrivere è riguarda qualcosa che va oltre WSense: far sì che «non resti un caso isolato, ma diventi un modello replicabile, perché la ricerca italiana possa trasformarsi più spesso in tecnologia, impresa e competitività industriale».











