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APPELLO DA FIRENZE

Patto di 30-50 anni che argini i centri storici desertificati

Le proposte di 4 economisti contro l’emergenza casa indotta dal turismo

La sede del Dipartimento Disei dell’ateneo fiorentino

FIRENZE. Non c’è turista che in una città d’arte carica del fascino dei secoli cerchi un parco giochi con architetture finte: dunque, preservare la presenza degli abitanti «è importante anche per il turismo: l’autenticità di una città dipende dalla vitalità delle comunità che la abitano». A dirlo è un gruppo di prof del Dipartimento di scienze per l’economia e l’Impresa (Disei) dell’Università di Firenze che indicano un poker di proposte per «rispondere all’emergenza abitativa, che colpisce lavoratori, famiglie e imprese»:

  • norme per favorire la residenza di lungo periodo nei centri storici agli alloggi aziendali,
  • una fiscalità che favorisca l’affitto a chi vive e lavora in città
  • progetti di social housing,
  • strumenti di regolamentazione nei quartieri sottoposti a maggiore pressione abitativa.

Non dev’essere un caso se quest’idea decolla proprio da Firenze, una delle capitali del turismo in cui la questione risulta particolarmente spinosa e interpella i differenti livelli e responsabilità di governo, che sia locale, nazionale ed europeo. Chi mette in campo in questo modo il problema sono quattro economisti del Disei: hanno «competenze che vanno dal non profit all’analisi di bilancio, dall’economia del turismo alla sostenibilità», com’è stato ribadito presentando l’iniziativa.

La difesa dei centri storici. Luca Bagnoli, professore esperto di aziende non profit e imprese sociali, lo dice senza girarci troppo intorno: lo svuotamento dei centri storici si contrasta solo sviluppando «un’offerta residenziale stabile, con orizzonti temporali di 30-50 anni e canoni capaci di garantire la sostenibilità economica degli interventi».

È un identikit che chiama in causa gli enti pubblici e i grandi proprietari: possono «svolgere un ruolo decisivo, anche attraverso interventi normativi che rendano più conveniente destinare gli immobili alla residenza di lungo periodo». Come detto, perché una città abbia il fascino della storia deve presentarsi con i volti dei propri abitanti, ha bisogno di popolazione residente perché è da essa che si vede l’autenticità e la vitalità di una città senza farla diventare un simulacro “plastificato”, una di quelle ricostruzioni da idea di villaggio ideale che si trovano in qualche outlet o finto borgo medievale…

La misura per implementare il social housing. «Le esperienze di “corporate housing” mostrano come le imprese possano contribuire a offrire alloggi a prezzi accessibili ai dipendenti, anche se si tratta di un modello non sempre replicabile», spiega Giacomo Manetti, professore esperto di rendicontazione sociale, ambientale e di sostenibilità. Lo ripete segnalando che in Toscana stanno «emergendo esperienze interessanti di social housing, basate sulla collaborazione tra enti locali, fondazioni di origine bancaria e organizzazioni del terzo settore».

Cosa possono fare i vari soggetti in campo? Manetti indica così i vari compiti:

  • le amministrazioni possono «individuare gli immobili sfitti»,
  • le fondazioni possono «sostenerne la riqualificazione»,
  • gli enti gestori possono «assegnarli a canoni calmierati».

Aggiugendo poi: «In un contesto di salari reali che faticano a sostenere i costi abitativi, la rigenerazione urbana e la co-programmazione possono contribuire a costruire risposte strutturali».

Gli incentivi fiscali contro gli affitti brevi. Non da ultimo, c’è lo strumento del trattamento fiscale dei redditi da locazione come «elemento importante nel definire le convenienze economiche dei proprietari e, di conseguenza, le scelte tra affitti residenziali e altre forme di utilizzo degli immobili», come osserva Francesco Giunta, professore esperto di analisi di bilancio.

A tal riguardo, Giunta sollecita «una riflessione sulla cedolare secca e, più in generale, sul prelievo applicato alle rendite immobiliari: potrebbe contribuire – afferma – a orientare il mercato verso un maggiore equilibrio tra le diverse destinazioni degli alloggi». Poi rincara: «La questione abitativa va inoltre letta nel quadro delle difficoltà economiche che interessano molte famiglie, a partire dal rapporto tra salari, produttività e costo della vita”.

Cosa può fare l’Europa. La crisi della casa è al tempo stesso «al centro del dibattito europeo e richiede risposte anche a livello locale», avverte Giovanni Liberatore, professore esperto di economia e gestione del turismo. «Nei quartieri caratterizzati da particolare tensione abitativa, in base al Piano Casa in elaborazione a livello europeo, le amministrazioni – tiene a evidenziare – potranno valutare strumenti di regolamentazione degli affitti brevi e delle compravendite, compresa l’ipotesi di limitazioni alla vendita a non residenti, nel rispetto del quadro normativo».

C’è però anche dell’altro. A giudizio di Liberatore, resta comunque importante «accompagnare queste eventuali misure con un monitoraggio costante del fenomeno turistico e con politiche capaci di distribuire i flussi e differenziare l’offerta». Lo mette in luce ricordando che le indicazioni dell’Organizzazione mondiale del turismo invitano a «misurare il fenomeno, regolarlo e gestirlo coinvolgendo anche i residenti». Dunque, sarebbe utile – insiste – promuovere «nuove ricerche per comprendere meglio come chi vive stabilmente a Firenze percepisce le trasformazioni legate al turismo». Èpotendo contare su questi dati che si potrebbe «affiancare alle analisi sugli operatori una conoscenza più completa delle esigenze della città e dei suoi abitanti».

Pubblicato il
2 Novembre 2026

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