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BUREAU VERITAS

Il male oscuro delle infrastrutture si chiama cambiamento climatico

Il report di Nexta svela le “nuove” fragilità di viadotti e gallerie

Viadotto autostradale visto da sotto

MILANO. Quel che fa suonare i campanelli d’allarme sullo stato di salute delle infrastrutture stradali e ferroviarie sono sempre quelli: «Fessure, ferro corroso, oscillazioni anomale e calcinacci in caduta». Ma, al di là di questi segnali visibili, si può celare «un male oscuro, un nemico invisibile e per questo ancora più pericoloso: i cambiamenti climatici». Lo segnala il rapporto di Nexta, società di ingegneria del gruppo Bureau Veritas in Italia: una realtà che si presenta con il biglietto da visita di chi è in grado di dare indicazioni innovative sulla sicurezza e avere un approccio innovativo in tema di controlli e ispezioni.

È possibile per via delle competenze multidisciplinari dell’équipe, che mette insieme ingegneria strutturale, idraulica, geotecnica, ambientale e gestione del rischio: l’approccio coordinato serve a comprendere l’evoluzione delle condizioni del contesto (e individuare le contromosse in termini di prevenzione).

Ecco, se c’è una cosa che viene fatta capire è che le ispezioni, appunto, «non possono limitarsi alla ricerca di difettologia: fessure, deformazioni, corrosione o altri danni visibili…». Ok, c’è tutto questo, ma c’è da «verificare anche se siano cambiate le condizioni per le quali le opere erano state progettate». Da tradurre così: «Un’infrastruttura può mantenere un aspetto apparentemente integro, ma trovarsi a operare in un ambiente più gravoso rispetto a quello considerato in origine».

Bisogna tener presente che ogni infrastruttura viene progettata non in astratto come se non avesse intorno nulla o non dovesse fare i conti con «determinate condizioni ambientali, idrologiche, geologiche e geotecniche: i progettisti considerano specifici scenari di carico, livelli di traffico, portate dei corsi d’acqua, caratteristiche dei terreni e condizioni di drenaggio». Però c’è un “però”: man mano che passano gli anni può capitare che tali parametri si modifichino. Qualche esempio? Dal quartier generale di Nexta li elencano così: «L’aumento delle temperature, l’alternanza tra periodi di siccità e precipitazioni intense, la variazione dei regimi di piena e l’instabilità dei versanti». Questi non sono che alcuni fra gli elementi che, modificando drasticamente il quadro di riferimento all’interno del quale le infrastrutture («in primis viadotti e gallerie») sono realizzate, possono «cambiare le sollecitazioni a cui sono sottoposte le infrastrutture».

Di cosa stiamo parlando? Il report mette in fila alcuni numeri relativi a cosa significhi in Italia la rete infrastrutturale:

  • 600mila chilometri di strade,
  • oltre 16mila chilometri di linee ferroviarie,
  • 240mila ponti e viadotti censiti,
  • 500 gallerie.

Si stima che il 60-70% di queste opere sia stata realizzata più di 30 anni fa: facendo riferimento a «condizioni climatiche, idrologiche e territoriali diverse da quelle attuali». Per avere un’idea: l’Ispra dice nel 2023 che «il 18,4% del territorio nazionale risulta a rischio frana e il 4,1% a rischio alluvione nello scenario di pericolosità più elevata». Adesso su questo scenario – viene fatto rilevare – impatta anche «la tendenza di variabilità dei valori climatici in Italia che confermano un incremento veloce delle temperature, una riduzione della piovosità con importante incremento di intensità dei singoli eventi».

Clara Formenti, direttrice tecnica del Dipartimento B&I di Bureau Veritas Nexta, la spiega così: «Come contemplato nelle “Linee Guida Ministeriali” il contesto sta cambiando rapidamente a causa dell’evoluzione climatica e dell’aumento della frequenza o dell’intensità di alcuni eventi meteorologici estremi. E ciò rappresenta un rischio e un problema da affrontare specie per le opere più datate, progettate sulla base di dati climatici e idrologici che potrebbero non rappresentare più adeguatamente le condizioni attuali. La questione, che si pone con particolare intensità in zone sovraesposte come Alpi e Appennini, non riguarda soltanto la resistenza della struttura, ma anche la sua capacità di continuare a svolgere la propria funzione in sicurezza».

Pubblicato il
5 Novembre 2026

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