Visita il sito web
Tempo per la lettura: 8 minuti
CCIAA LIVORNO GROSSETO

Il commercio ha mille acciacchi eppure se la sta cavando: lo dicono le cifre

Sorpresa: la tempesta del Covid sembra aver selezionato le imprese, meno e più piccole ma più solide

L’interno di un negozio di abbigliamento

LIVORNO. Per una lunga fase già fin dai primi assaggi di questo nuovo secolo, ben prima cioè che la risi dei mutui subprime e della Lehman Brothers nel 2008 sbatacchiasse il mondo, la “febbre” della crisi del commercio nel territorio livornese l’abbiamo visto nel fatto che le vendite al dettaglio sono risultate all’ingiù per 27 trimestri consecutivi, cioè per sette anni filati: mettendoli in fila si arriva a immaginare che la “torta” degli acquisti nei negozi livornesi abbia visto sparire una fetta del 30%, praticamente quasi una fetta su tre.

Poi alla metà dello scorso decennio è arrivato un altro fenomeno choc: Livorno è stata per quasi due anni con l’inflazione negativa: e se, scottati dalle batoste del caro-vita che galoppa, pensate che sia un dono dal cielo vi sbagliate di grosso. La deflazione è l’avvitamento in una spirale di “depressione” che dal commercio contagia la produzione industriale e da lì le buste paga…

Non è tutto: tornando di nuovo all’indietro nel tempo, eccoci a scoprire il susseguirsi di saracinesche che si abbassano definitivamente come pure il moltiplicarsi di fondi che per anni si offrono inutilmente con il loro “vendesi”. Ma anche: il rattrappirsi della geografia delle strade commerciali, si pensi agli scali lungo il Fosso Reale che si sono desertificate rispetto agli anni d’oro o ad alcune parti di Borgo. Poi: la microfisica della trasformazione urbana di centinaia di ex locali commerciali che, soprattutto fra via Garibaldi, Sant’Andrea e piazza Venti Settembre, sono stati trasformati in abitazioni con un unico affaccio di luce. E ancora: il progressivo sfaldarsi delle grandi tradizioni delle dynasty commerciali, con la qualità del negozio “certificata” dal buon nome della tal famiglia, rimpiazzato dalla logica del supermercato più o meno grande e soprattutto dal diffondersi delle formule di franchising spesso a rigida conduzione da parte della casa-madre di chissà dove…

Il lavoro certosino del centro studi

Tutto questo passato di quel che Livorno è stata, eccolo che si affolla in testa appena prima di posare gli occhi sul dossier messo a punto dal prezioso lavoro del centro studi della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno che, presentato dal responsabile area studi Federico Doretti, getta lo scandaglio dentro il mare magnum dell’evoluzione del commercio a Livorno nell’arco di un quindicennio. Da subito dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008 fino a oggi: passando per fatti internazionali come l’emergenza Covid, il boom di inflazione e bollette gas o la guerra (Ucraina e Gaza) ma anche da mutazioni a livello locale come l’inizio della fine dell’era delle fabbriche multinazionali (con la chiusura della Delphi alla quale seguirà poi la Trw dimezzando le tute blu della componentistica auto) o l’apertura del polo commerciale in zona Levante, esempio eclatante dell’esplosione di supermercati, ad esempio lungo la via Aurelia. Qualcosa di importante perché non riguarda solo le abitudini da consumatori: l’abbiamo imparato che meno negozi di vicinato significa meno vetrine accese, dunque più deserto non solo commerciale ma anche sociale…

Per l’équipe del centro studi sarebbe stato facile perdersi e ruzzolare nella declinologia, se non nel catastrofismo. Invece ne è uscito un disegno che non rinuncia a mettere in luce i guai ma si accorge anche di una capacità di resilienza forse inaspettata. Magari disperata, se è vero che difficilmente le nuove generazioni che si affacciano sul mercato del lavoro possono sperare di buttarsi sul lavoro dipendente senza problemi. Del resto, a pensarci bene: stiamo parlando – è stato detto presentando lo studio nella sede di Livorno dell’ente camerale, dopo i saluti del prefetto di Livorno Giancarlo Dionisi e dell’assessore livornese Rocco Garufo – di qualcosa che rappresenta «la colonna portante dell’economia locale, visto che insieme ai servizi genera l’80% del valore aggiunto totale nelle province di Grosseto e Livorno».

Meno sedi d’impresa, ma la botta è meno forte che altrove

Per dirlo chiaro e tondo, nelle province di Livorno e Grosseto – la porzione di Toscana sulla quale si estende l’istituzione camerale guidata da Riccardo Breda – il tessuto imprenditoriale del commercio ha dovuto fare i conti con una bella forbiciata: dal 2010 al 2024 si è perso «quasi il 12% delle sedi d’impresa (circa 1.800 in meno)». Con un primo distinguo da fare: la batosta più dura l’hanno beccata i dettaglianti (meno 14,5%), il commercio all’ingrosso è calato sì ma del 9,1% e l’aggregato dei riparatori di veicoli grossomodo sono andati in pari. Il secondo distinguo riguarda l’ultimo anno fotografato, il 2024: un calo di due punti percentuali in una botta sola sembra pesare più che la tendenza precedente, comunque Livorno e Grosseto se la cavano meno peggio rispetto alla media regionale (giù del 2,8%) e di quella nazionale (3,1% in meno).

La forbiciata c’è, e nessuno può negarlo. Ma è come se il Covid avesse selezionato i negozi: ce ne sono meno, ma quelli che l’hanno scampata si sono rafforzati, tant’è che per le imprese commerciali «il tasso di sopravvivenza a 5 anni è cresciuto velocemente dal 2021, superando i livelli pre-pandemia». Come dire: meno aziende ma più longeve. E anche più robuste, perlomeno più strutturate: «le sedi d’impresa diminuiscono ma le unità locali (come, ad esempio, filiali e magazzini) sono cresciute del 3,6% in 15 anni».

Eppure il clima di fiducia fra i commercianti non è così male, anzi

Tanto per farsi un’idea forse controcorrente, vale la pena di notare un elemento fatto di cifre ma che ha molto a che fare con le impressioni più che con i calcoli. È il clima di fiducia, misurato in questo caso ponendo come 100 la situazione del 2021, cioè il pieno dell’ondata del Covid: ebbene, nel 2024 per l’insieme del mondo delle imprese è a 95,2 (e in discesa), per i consumatori è a 97,0 (dopo esser precipitato a 90,3 due anni prima). E per le ditte del commercio? Difficile capire perché ma proprio la “traversata del deserto” che è stata l’emergenza pandemia sembra ritemprare gli spiriti: nella galassia dei commercianti l’indice di fiducia quasi vola: sale a 105, poi sopra quota 106, nel 2024 più giù, ma comunque quasi 103,7.

Insomma, le cose sono un po’ più complicate di quanto ci si immaginerebbe. A confermarlo c’è anche un “termometro” oggettivo: il dossier dell’ente camerale quantifica in «oltre 32mila» il numero degli addetti che qui sul territorio traggono dal commercio i soldi per campare. Ma: 1) rispetto all’inizio del quindicennio è sparito un posto di lavoro su sette (meno 14,3%); 2) per la stragrande maggioranza si tratta neanche di piccole imprese ma proprio “micro”; 3) la media è di 2,5 addetti per negozio ma ve ne sono una infinità con un solo addetto. Da tradurre forse così: prima il negozio era abbastanza strutturato a misura di famiglia, talvolta anche con la generazione successiva e dava da campare a una-due famiglie, ora è magari un lavoro individuale mentre in casa entra anche il reddito dell’altro “lui” o “lei”, oltre talvolta alla pensione della nonna e/o al “lavoricchio” precario del figlio.

In effetti, le maglie della rete distributiva sono contrassegnate dai “negozi di vicinato”: che si siano un po’ arrangiati a tagliare i costi riducendo le ambizioni (e i metri quadri) sembra lo si possa desumere anche da un altro tassello del mosaico: i tradizionali negozi di quartiere rappresentano il 69%,  «però occupano meno della metà della superficie di vendita totale, lasciando gioco forza quote significative alle medie e grandi strutture». Ad assediare la vecchia rete delle botteghe rionali c’è anche qualcos’altro: le imprese che operano esclusivamente online sono quadruplicate dal 2010, anche se va detto che rappresentano «ancora una nicchia in termini assoluti».

La redditività dei negozi è in crescita

Detto così, sembra una arrampicata a mani nude su una parete con grado di difficoltà 9b+, peggio della “Dura dura” di Adam Ondra: invece non sarà una passeggiata sul lungomare ma l’analisi dei bilanci aggregati conferma che il settore avrà sì scontato un qualche rattrappimento (che qualcuno in carne e ossa ha oagato caro sulla propria pelle) eppure, al tempo stesso, è «finanziariamente più sano». Dal seicentesco Palazzo della Dogana, sede dell’istituzione camerale, mettono in fila altri aspetti forse inattesi:

  • indici di redditività operativa (roi): «sono in crescita»;
  • autonomia finanziaria: è «migliorata»
  • la dipendenza dal capitale di debito: è «minore»

Al tirar delle somme, il commercio e i servizi si confermano «il motore dell’economia locale»: valgono come detto l’80% del valore aggiunto totale delle due province, e rappresentano una quota di “ricchezza” del sistema locale stimabile in «12,6 miliardi di euro nel 2024». Tutto questo, sia detto fra parentesi, mentre le quinte della scena economica nazionale dicono che dobbiamo fare i conti con «una domanda interna debole, influenzata dall’invecchiamento della popolazione e dall’incertezza economica». Questa prima metà del decennio è volata sull’ottovolante delle “montagne russe”: prima lo choc di lockdown e pandemia, poi dopo vent’anni di inflazione bassissima, eccoci alle prese con una grande fiammata del caro-vita nel biennio 2022-23 («ha gonfiato i valori delle vendite a scapito dei volumi effettivamente acquistati»), infine il 2024 è diventato come un sorta di atterraggio con «un ritorno ad una “piatta normalità”». O forse è un “allunaggio”: nel senso che siamo finiti su un “pianeta” economico che non conosciamo. A suggerircelo potrebbe essere il fatto che «il commercio elettronico emerge come l’unica tipologia distributiva in vera e costante espansione (più 70% dal 2017), mentre le vendite tradizionali faticano».

E questo sarebbe il futuro quasi immediato. Per il dopo-dopodomani c’è il futuribile di qualcosa che neanche immaginiamo ma sul quale i colossi dell’e-commerce stanno già lavorando immaginando una radicale trasformazione dei modelli distributivi della merce: dovesse decollare davvero la manifattura additiva, la cosiddetta “stampa 3D”, potremmo ritrovarci in un mondo in cui viaggiano i file anziché la merce e allora la distribuzione si trasformerebbe nella diffusione delle infrastrutture di “stampa 3D” là a ridosso del mercato di destinazione. Ma questa non è neanche un’altra storia: è fanta-logistica, poco meno delle macchine volanti…

La facciata della sede livornese della Camera di Commercio e nei riquadri Francesca Marcucci e Riccardo Breda

Le dichiarazioni dei protagonisti nel d-day della presentazione

Queste le parole di Riccardo Breda, presidente della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno: «I dati ci confermano che anche a livello locale il commercio ha subito una selezione naturale durissima, accelerata dalle crisi economiche e dalla pandemia. Tuttavia, emerge anche un fattore qualitativo importante: le imprese che restano sul mercato sono più solide. Lo dimostrano gli indici di bilancio, con una redditività operativa in crescita e una buona autonomia finanziaria. Non assistiamo solo ad una chiusura di attività, ma ad una riorganizzazione: mentre le sedi principali calano, le unità locali sono cresciute del 3,6% in 15 anni. Questo significa che le imprese più forti si stanno espandendo sul territorio. Alla luce delle dinamiche emerse è indispensabile pensare a nuove forme di sviluppo per il commercio, che resta il cuore pulsante delle nostre città e dei nostri piccoli centri».

Così il commento di Francesca Marcucci, componente della giunta camerale per il settore commercio: «L’esplosione dell’online, che nelle nostre province conta ancora numeri assoluti contenuti ma percentuali di crescita vertiginose, ci impone una riflessione profonda sul settore. Il negozio di vicinato soffre la concorrenza dei grandi operatori digitali e la contrazione dei consumi dovuta all’inflazione, che nel 2022 ha eroso i redditi reali. Tuttavia, il negozio fisico mantiene un valore sociale insostituibile. Questa è la sfida per il futuro: aiutare le nostre piccole imprese a digitalizzarsi non per sostituire il negozio, ma per potenziarlo, continuando ad offrire quei servizi e quell’esperienza d’acquisto che un algoritmo non può replicare».

Pubblicato il
7 Febbraio 2026
di MAURO ZUCCHELLI

Potrebbe interessarti

Sul ponte dei sospiri

No, non scrivo su quello di Venezia. Ce l’abbiamo anche noi a Livorno il ponte dei sospiri: anzi, quattro ponti dei sospiri, come scrive il direttore riportando l’accordo sottoscritto a Firenze, sul tavolo della...

Leggi ancora

Calci agli zoppi (e alla Zim)

“Agli zoppi, calci negli stinchi!”. L’ironica e amara battuta è tutta livornese: e ci è tornata in mente nel leggere il compendio statistico dell’Avvisatore Marittimo sui traffici portuali 2025, con il relativo richiamo del...

Leggi ancora

Navi monster, porti nani

Come sempre, le recenti considerazioni del maritime consultant Angelo Roma, nostro importante collaboratore, sul gigantismo navale nel settore dei teu innescano per ricaduta altre considerazioni: quelle sulle strutture della logistica teu, a cominciare dai...

Leggi ancora

Pensieri oziosi sulla Riforma

Scritte a caldo, anzi sul bruciore derivato dalle prime anticipazioni, arrivano a raffica le fucilate sulla riforma dei porti: ovvero l’attesa, auspicata riforma della riforma riformata. Siamo al terzo passaggio e questa volta non...

Leggi ancora

Rigassificatori e logica

Prendiamola larga per un attimo: da Eraclito a Zenone, fino ad Aristotele, la logica è quella dottrina che chiarisce i meccanismi consequenziali. Se mi avete seguito nello sproloquio, converrete con me che il recente...

Leggi ancora

Quando il saggio saggia

Ci sono a volte, nel comportamento delle persone, scelte difficili da fare: ma una volta fatte, non è difficile spiegarle. È il caso, per la nostra realtà livornese, delle dimissioni del maritime consultant Angelo...

Leggi ancora
Quaderni
Archivio