Il “fatturificio” dei falsi acquisti: 5 miliardi di euro, coinvolte 60mila ditte
Smascherata una economia illecita “parallela”, c’era anche una “banca fantasma”

Finanzieri al lavoro
ANCONA. Un ufficiale delle Fiamme Gialle li ha chiamati “fatturifici”: sono l’evoluzione della specie delle vecchie “aziende cartiere” che servono a costruire una documentazione fittizia per dribblare il fisco. Un balzo in avanti prima di tutto dal punto di vista quantitativo: nell’indagine-monstre condotta dalla tenenza di Senigallia della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Procura di Ancona, è stato smascherato un meticoloso sistema di frodi fiscali e riciclaggio di denaro che, grazie a ramificazioni internazionali, nell’arco di due o tre anni, è arrivato a mettere in circolazione «false fatture per un valore complessivo di 5 miliardi di euro».
Praticamente poco meno del Pil dell’intera provincia di Ascoli, tanto per restare nelle Marche, più della ricchezza prodotta in un anno in Liberia o in tutta l’Eritrea: una enormità, insomma. Così come gigantesco è il numero delle imprese coinvolte: risulta che siano oltre 60mila le aziende italiane accusate di essersi appoggiate a questo giro di false fatture. Per capirci: come se tutte ma proprio tutte le imprese dell’intero territorio delle province di Livorno e di Grosseto l’avessero fatto.
Saltano fuori anche aspetti curiosi: come quello d’una ditta con uffici al sesto piano di un edificio in un paesotto fuori Milano che in appena tre mesi aveva sfornato fatture false per «oltre 69 milioni di euro» ma compiendo il prodigio di non spendere neanche uno spicciolo in tasse.
C’è tutto questo gigantesco guazzabuglio nell’inchiesta che porta in Cina: è stato scoperchiato il calderone in virtù di una lunga indagine partita tre anni fa, nel mirino una serie di laboratori tessili nella provincia di Ancona, principalmente fra Senigallia, Corinaldo e Trecastelli, gestiti da cittadini di origine cinese nel settore dell’abbigliamento e terzisti per conto di committenti italiani. L’operazione è stata denominata “Cash Back” e ha preso le mosse da alcuni controlli fiscali.

Pattuglia della Guardia di Finanza
A insospettire i finanzieri già nelle prime verifiche erano state alcune singolari abitudini notate nella gestione finanziaria delle imprese controllate: nella fattispecie, una sfilza di «ingenti e sistematici prelievi di denaro contante dai conti correnti aziendali, effettuati tramite sportelli Atm, in corrispondenza alla ricezione dei pagamenti delle fatture emesse». Ad esempio, uno dei casi più eclatanti di questa indagine ha messo in luce prelievi per un ammontare che ha «superato i 200mila euro in un solo anno», è stato spiegato illustrando l’esito delle indagini.
Agli inizi – è stato fatto rilevare – gli ingranaggi del sistema di false fatturazione funzionavano un po’ alla buona: gestiti in modo “casereccio” dai titolari dei laboratori tessili, che indicavano nello medesimo sito produttivo parecchie imprese cartiere, perlopiù intestate a familiari, dipendenti ed ex dipendenti. Siccome erano cominciati controlli e sequestri da parte della Guardia di Finanza, i titolari delle piccole fabbriche tessili hanno fatto un salto di livello cercando di mettere in piedi un “castello” di frodi più ingegnoso e dunque più insidioso, meno artigianale. Secondo le accuse dei finanzieri (che devono ancora essere dimostrate in giudizio), l’hanno fatto mettendosi nelle mani di qualcosa di simile ad “agenzie” in grado di gestire, soprattutto nel Nord Italia, la complessità di «una vera e propria rete di imprese fittizie», capaci di fornire false fatture (<a fronte di significativi compensi») e di trasferire all’estero i relativi profitti illeciti.
Ma anche questi trasferimenti di denaro all’estero hanno avuto una evoluzione: in seguito, anche qui, al pressing dell’attività dei finanzieri, si è cambiato strategia e dall’utilizzo di corrieri o spalloni si è passati alla costruzione di un altro castello di false operazioni di import sulla base delle quali poter giustificare bonifici bancari verso la Cina.
Non è tutto: per rendere più complicato il lavoro di controllo, tutto questo si intrecciava con una doppia modalità per confondere le tracce dell’attività illecita:
- le società funzionavano secondo la modalità “apri e chiudi”
- varie aziende erano intestate a prestanome stranieri ma anche italiani
- le sedi di tali imprese era sparpagliate in tante differenti regioni, ma soprattutto nel Nord produttivo
Al tirar delle somme, si è arrivati ad alzare il velo su una galassia di 433 “imprese fantasma” «costituite sulla carta e prive di qualsiasi struttura, domiciliate fittiziamente presso grandi centri direzionali e commerciali, che nulla acquistavano e pertanto nulla potevano vendere il cui unico scopo era quello di emettere dietro compenso fatture false»: così la Guardia di Finanza ha spiegato le proprie accuse. L’identikit tipo? Società dalla vita brevissima, «spesso non superiore a dodici mesi», ma capaci di generare volumi d’affari enormi, con «centinaia di milioni di euro di falso fatturato concentrato in un arco di tempo estremamente ristretto». A questo punto non è più una furbata artigianale: ne hanno avuto la riprova gli investigatori quando, durante le perquisizioni, hanno rinvenuto – è stato ribadito – «sofisticate apparecchiature elettroniche progettate per gestire simultaneamente oltre 40 account societari». Cioè uno standard tecnologico-organizzativo dell’attività illecita che ormai non è più all’insegna dell’arte di arrangiarsi in nome del semplice arrabattarsi per fregare il fisco.
Nelle perquisizioni effettuate nell’estate scorsa nelle case dei titolari reali o nei centri contabili che seguivano queste aziende sono stati sequestrati «numerosi documenti di identità: carte d’identità, permessi di soggiorno, passaporti intestati a cittadini cinesi abilmente contraffatti» (li usavano per costituire società e aprire conti correnti bancari). Sotto sequestro anche parecchie carte di credito collegate a conti correnti cinesi. Sia chiaro, anche qui la strategia era più sofisticata di quel che appare a prima vista: «Per sfuggire alla stringente normativa antiriciclaggio e alle conseguenti segnalazioni per operazioni sospette da parte degli intermediari bancari – viene puntualizzato – gli indagati affinavano le tecniche di trasferimento di denaro verso la Cina utilizzando Iban virtuali e temporizzati che erano solo apparentemente riconducibili a Paesi europei. Di fatto, no: i conti correnti erano radicati in territorio cinese».
Ma la Guardia di Finanza tiene a mettere in chiaro quanto, in tutto questo “castello” di frodi, sia stato rilevante «il ruolo di alcuni centri di elaborazione dati compiacenti, gestiti da soggetti italiani e cinesi»: nelle loro sedi sono state scovate “carte nazionali dei servizi” (Cns), smart card con user-id e password, che consentivano ai possessori di «operare in nome e per conto di tutte le imprese fantasma». Il frutto era l’emissione di «migliaia di fatture false, collocate sul mercato da broker anch’essi italiani e cinesi, che fungevano da intermediari con gli imprenditori clienti alla ricerca di fatture fittizie al fine di abbattere l’imponibile e ridurre il carico fiscale».
In realtà, le false fatture non servivano solo a sforbiciare le tasse: ne hanno beneficiato, secondo l’ipotesi accusatoria dei finanzieri, anche gruppi che avevano da riciclare denaro di provenienza illecita perché magari derivante da truffe, dall’indebita percezione di bonus edilizi e dalla negoziazione di crediti d’imposta inesistenti.
Il sistema era collaudato ed era sempre quello: «In una prima fase – spiegano gli investigatori della Gdf – il cliente, ovvero il destinatario ed utilizzatore, riceveva una fattura pro-forma, contenente l’indicazione dell’Iban su cui effettuare il pagamento. L’oggetto della fattura veniva concordato di volta in volta, spaziando dall’acquisto di merci alle prestazioni di servizi, dalle consulenze alle ristrutturazioni edilizie o anche generiche lavorazioni. Una volta ricevuto il bonifico, la fattura veniva ufficialmente emessa e registrata nel sistema di fatturazione elettronica».
Con un qualche filo d’ironia, l’operazione l’hanno chiamata “Cash back” perché «il compenso per gli indagati era pari al 10% dell’imponibile della fattura, oltre al 22% dell’Iva». E il restante 90% dell’imponibile? «Veniva restituito all’imprenditore utilizzatore della fattura in denaro contante, realizzando di fatto un sofisticato sistema di “cash back” illecito». E per trovare il contante per far girare tutto questo meccanismo e organizzare la restituzione del 90%? Gli indagati – viene spiegato – potevano contare su «una rete di connazionali incaricati di raccogliere contante proveniente da esercizi commerciali del Centro-Nord Italia, somme frutto di evasione fiscale o di altre attività illecite commesse sul territorio nazionale da soggetti di origine cinese». Come si attestava questo ruolo dei raccoglitori di contante? Par di capire che forse certi controlli stradali forse erano apparivano casuali ma non lo erano: fatto sta che sono serviti a sequestrare «denaro contante per diverse centinaia di migliaia di euro».
C’è dell’altro. Nel corso di un primo filone di indagine (operazione “Fast and Clean”) è stata individuata «una “underground bank”, una vera e propria banca occulta allestita all’interno di un albergo di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano»: scoperta – è stato messo in risalto – «grazie a pedinamenti e tracciamenti satellitari nei confronti di due corrieri cinesi». Nella struttura clandestina individuata dai finanzieri di Senigallia sono stati posti sotto sequestro «un milione e 800 mila euro in contanti, oltre a documenti falsi, macchine conta-soldi, computer e 20 telefoni cellulari». In concreto, era la dimostrazione di una cosa: simili strutture “invisibili” possono «addirittura contare su disponibilità finanziarie liquide di gran lunga superiori a quelle detenute giornalmente da un istituto di credito».
A che punto è arrivata la vicenda giudiziaria? Su richiesta della Procura, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona ha disposto nell’agosto-settembre scorsi sequestri preventivi finalizzati alla confisca diretta pari a 620 milioni di euro: è l’ammontare stimato dei profitti illecitamente conseguiti dagli indagati. Sono stati bloccati «circa 600 conti correnti e sequestrate disponibilità finanziarie per oltre 11 milioni di euro». Valga come esempio: «Su un solo conto corrente operativo in un istituto di credito milanese, intestato a un cittadino rumeno, sono stati sequestrati 2,8 milioni di euro».
A ciò si aggiunga che in novembre sono stati inoltre sequestrati 28 immobili («per un valore complessivo di 15 milioni di euro»). Tra questi: un albergo a Padova, una struttura ricettiva in fase di ristrutturazione a Milano, un capannone industriale con uffici in provincia di Brescia e 12 appartamenti, «cinque dei quali situati nel “Quadrilatero della moda” a Milano». Tutti gli immobili sequestrati – viene precisati – erano intestati agli amministratori di fatto delle imprese “cartiere” o da essi possedute tramite società partecipate direttamente o tramite prestanome.
Le Fiamme Gialle rendono noto che, al tirar della riga del totale, nelle due operazioni “Fast and Clean” e “Cash Back”, sono state «denunciate 281 persone, tre delle quali arrestate», e emessi «provvedimenti di sequestro preventivo per oltre un miliardo di euro ed eseguiti con il sequestro di circa 50 milioni di euro (tra contanti, somme depositate su conti bancari, titoli, beni di lusso, immobili di pregio, complessi artigianali e industriali e automezzi)». Da mettere nel conto anche il sequestro e di fatto la cancellazione dal registro delle imprese «433 imprese, di cui 329 società di capitali».











