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INDIGENI IN LOTTA

Brasile, così tre fiumi dell’Amazzonia sono stati salvati in extremis dalla privatizzazione

Tocantins tra la Foresta Amazzonica e il Brasile

Ci sono voluti 33 giorni di occupazione del porto di Santarém (Stato del Pará, dove presso la capitale Belém si è svolta da poche settimane la Cop 30 sull’ambiente), il blocco delle operazioni della multinazionale Cargill, con sede nel Minnesota, circa 160mila lavoratori sparsi per una settantina di paesi e un fatturato intorno ai 165 miliardi di dollari all’anno, oltre a riunioni coi membri del governo Lula affinché l’esecutivo brasiliano ritirasse il famigerato decreto 12.600/2025. Un decreto che intendeva includere tre fiumi strategici per l’economia amazzonica (Trapajós, Madeira e Tocantins) all’interno del processo di “destatalizzazione” (ossia privatizzazione e successivo drenaggio, con conseguenze ambientali incalcolabili): è stato revocato, dando soddisfazione alle proteste dei popoli indigeni della zona.

Fiume Tapajos nella Foresta Amazzonica

In particolare, chi ha condotto questa battaglia è stato il Consiglio degli Indigeni Tapajós e Arapiuns, in rappresentanza di 14 popoli del Baixo Tapajós (stato del Pará), col sostegno di altre organizzazioni con forte presenza sul territorio, quali la Rete Ecclesiastica Pan-Amazzonica (Repam-Brasil) e il Coordinamento delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana (Coiab).

Oltre alla privatizzazione e al drenaggio dei fiumi, con successiva “idrovia” per favorire il mercato di soia e altre commodities da parte della Cargill, il piano prevedeva la costruzione di una ferrovia chiamata “Ferrogrão”, sostenuta dai giganti dell’agri-business operanti in Brasile. Dovevano essere costruiti circa mille chilometri di linea ferroviaria, con concessione di 69 anni e 4 miliardi di euro di investimenti, insieme alla deforestazione di circa 50mila chilometri quadrati di territorio amazzonico. Il tutto senza il preventivo ascolto delle comunità locali da parte delle istituzioni, come previsto dalla costituzione brasiliana.

Da oggi, questo pericolo appare scongiurato, anche se c’è da giurare che le lobbies delle commodities riproveranno a proporlo, in un modo o nell’altro, soprattutto nel caso in cui Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex-presidente Jair Bolsonaro, dovesse sconfiggere Lula alle elezioni presidenziali previste per la fine di quest’anno.

Con Bolsonaro alla presidenza, nel precedente mandato, non fu delimitato un solo centimetro di terre indigene, secondo quantoil politico di estrema destra aveva promesso nella campagna elettorale del 2018. Quando Lula venne eletto, in una disputa sul filo di lana proprio contro l’allora presidente uscente, in primo luogo istituì il Ministero dei Popoli Indigeni, con la prima nomina nella storia di una donna indigena al Funai (Fondazione Nazionale dei Popoli Indigeni), e poi (dati di novembre 2025) il suo esecutivo ha identificato e delimitato 20 territori indigeni, soprattutto nel nord-est del paese (Bahia e Ceará) e nel Mato Grosso. Secondo l’Apib (Articolazionie dei Popoli Indigeni del Brasile) sono ancora 66 le terre che devono essere delimitate.

Avere evitato, per il momento, la fattibilità della cosiddetta idrovia amazzonica e della linea ferroviaria rappresenta un enorme successo per questi popoli e per la tutela dell’ambiente e dell’economia locale. Il pericolo, però, non è affatto scampato e la lotta, si diceva una volta, continua…

Luca Bussotti

(professore ordinario visitante, Universidade Federal do Espírito Santo, Vitória, Brasile; Universidade Técnica de Moçambique, Maputo, Mozambico)

Pubblicato il
27 Febbraio 2026

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