La cocaina in mezzo all’Oceano: sequestro kolossal sul supergommone
La Finanza in azione: inseguimento a 130 all’ora con collisione

La sede dello Scico della Guardia di Finanza a Roma
BRESCIA. La cocaina continua ad arrivare anche nei principali porti del Bel Paese: lo conferma anche il susseguirsi di sequestri. Come, ad esempio, l’operazione record a Genova in gennaio che ha fatto scoprire oltre due tonnellate di stupefacenti mentre a Vado in due indagini gli investugatori hanno messo le mani su una tonnellata di droga, senza contare che a Gioia Tauro nei blitz nell’arco di otto mesi ne sono stati scovati più di sette quintali e mezzo e a Livorno in una doppia azione sono stati scoperti nei container 120 chili di cocaina. Dunque, la vecchia strategia dei panetti rimpiattati nei container esiste ancora: semmai talvolta si basa più sulla velocità di esecuzione (il carico di stupefacenti talvolta è subito dopo la porta del contenitore anziché nascosto in fondo al carico o in qualche sottofondo inaccessibile). Ma la doppia operazione della Guardia di Finanza, con il coordinamento della Procura Distrettuale di Brescia, racconta anche che gli 007 delle Fiamme Gialle stanno focalizzando l’attenzione principalmente su una sorta di giro largo che la cocaina compie per dribblare i controlli.
In che modo? Più che i contenitori si utilizza una nave madre che nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste portoghesi o africane, smista il maxi-carico fra una serie di battelli più piccoli o con la consegna diretta o gettando in mare involucri in grado di stare a galla e essere poi recuperati senza incrocio diretto fra la grossa nave transoceanica consegnataria e il peschereccio o la nave qualunque, talvolta perfino un panfilo o una barca a vela, che recupera la propria parte e poi andrà a smistarla passando da porti assai più piccoli e perciò meno controllabili.
Lo sottolinea esplicitamente anche Il team delle indagini: «La nuova frontiera del narcotraffico globale ad opera delle organizzazioni criminali transnazionali è costituita dall’impiego di queste imbarcazioni “go-fast” lunghe tra i 10 e i 16 metri e spinte da numerosi motori fuoribordo ad alta potenza, capaci di superare i 70 nodi». Praticamente a 130 all’ora, in mare è una velocità pazzesca.
Il pool delle indagini segnala che la modalità di utilizzo è quella del cosiddetto “drop off”: «Fungono da “taxi del mare” per recuperare al largo i carichi illeciti precedentemente gettati in acqua dalle “navi madri” provenienti dal Sud America, al fine di introdurli successivamente nel mercato dell’Unione Europea».
L’operazione è in pratica il bis di qualcosa di analogo del quale la “Gazzetta Marittima” ha dato notizia nel luglio scorso: acchiappati e sottoposti a fermo, «al largo delle acque atlantiche antistanti la penisola iberica», anche in questo caso un «gommone oceanico ultraveloce, del tipo “go-fast”» che trasportava 3,7 tonnellate di cocaina: è un quantitativo di droga che, secondo quanto riferito, ha un valore «stimato in circa 115 milioni di euro sul mercato all’ingrosso» (e, successivamente, sottoposta alle operazioni di taglio per lo spaccio al dettaglio, avrebbe generato «un giro d’affari complessivo pari a circa 750 milioni di euro»).
Non è chiaro se il tratto di mare sia esattamente lo stesso di tre mesi fa, fatto che sta in quella occasione vennero arrestati altri quattro narcotrafficanti e sequestrate poco meno di cinque tonnellate di cocaina.
Dagli investigatori delle Guardia di Finanza viene riferito che il blitz ha visto un inseguimento ad alte velocità in mezzo all’oceano con i narcotrafficanti che, inutile dirlo, hanno tentato in ogni modo di sfuggire alla cattura e di impedire il sequestro di un così importante carico di stupefacenti. Nell’inseguimento c’è stata una collisione con il gommone dei fuggitivi: uno di essi nell’impatto ha riportato gravi lesioni e successivamente è morto. A bordo del gommone erano presenti tre narcotrafficanti (due spagnoli e uno originario di Gibilterra): come fa sempre nelle proprie note ufficiali, la Guardia di Finanza tiene a ribadire la presunzione di innocenza e il fatto che la colpevolezza è accertata solo quando si arriverà alla sentenza irrevocabile di condanna.
In questo caso l’azione investigativa è stata nelle mani della Finanza, in particolare del nucleo di polizia economico-finanziaria di Brescia, del Comando operativo aeronavale di Pratica di Mare e dello Scico (l’équipe che si occupa di criminalità organizzata), che hanno lavorato con il coordinamento della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, oltre che con Eurojust, l’agenzia dell’Unione europea di cooperazione giudiziaria. Soprattutto decisivo è stato il team congiunto istituito dagli investigatori italiani con i colleghi portoghesi.
A quanto è dato sapere, è stato proprio l’utilizzo di aerei della Finanza italiana «dotati di tecnologie di ultima generazione per la sorveglianza marittima» ad aver permesso ai mezzi navali della Policia Maritima portoghese di raggiungere il battello dei trafficanti.
Dal quartier generale delle Fiamme Gialle si mette l’accento sullo «sforzo sinergico» tra le proprie diverse componenti: la dimensione investigativa territoriale del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Brescia, l’assetto specialistico dello Scico e la componente aeronavale, anche grazie all’utilizzo dei canali di cooperazione internazionale di polizia, attivati con il supporto del “Maritime Analysis and Operations Centre Narcotics” di Lisbona e della Direzione centrale servizi antidroga (Dcsa), ha permesso la costante interazione con gli omologhi portoghesi.











