Le insolvenze aziendali non hanno ancora raggiunto il picco
Il report di Allianz Trade: l’Italia si mostra più resiliente

Aylin Somersan Coqui, amministratrice delegata di Allianz Trade
PARIGI. Per capire l’aria che tira vale la pena di passare sotto la lente l’ultimo report di Allianz Trade sulle insolvenze globali. A cominciare dal fatto che il barometro dell’economia non segna affatto bello stabile: il picco non ce lo siamo proprio lasciato alle spalle. Gli esperti si attendono un ulteriore incremento di un punto percentuale nel corso del prossimo anno, ma l’incremento è previsto in rallentamento (visto che i dati di quest’anno indicavano cinque punti in più e nel 2025 un incremento del 6%).
Cosa stressa le imprese? Almeno tre elementi: 1) una crescita del Pil al di sotto delle aspettative; 2) tassi di interesse destinati a rimanere elevati più a lungo; 3) costi energetici ancora sostenuti. Ne andrebbe aggiunto un quarto, che potremmo riassumere con l’affacciarsi di un maggior numero di aziende sul ring dell’economia.
Allianz Trade fa le carte al sistema economico internazionale potendo contare sull’esperienza da colosso mondiale dell’assicurazione dei crediti commerciali. Da segnalare che le insolvenze aziendali a livello globale segneranno «il quinto anno consecutivo di crescita». Per poter vedere profilarsi all’orizzonte una qualche riduzione bisognerà aspettare almeno «fino al 2028, quando è attesa una lieve diminuzione (-1%) rispetto ai livelli particolarmente elevati previsti per il biennio precedente».
Dal punto di vista del contesto sociale, il dossier segnala che «a livello globale, nel 2026 e nel 2027 saranno direttamente a rischio circa 2,7 milioni di posti di lavoro». Cioè: si registra un incremento di 180mila posti a rischio in più rispetto allo scorso anno e 700mila in più a paragone del 2023, il primo anno del rimbalzo delle insolvenze globali dopo la pandemia di Covid-19».
È opportuno poi tenere presente la preoccupazione che sta terremotando gli strati sociali popolari. Con un punto interrogativo che pesa come una montagna: l’intelligenza artificiale sta già aumentando il numero di insolvenze aziendali? Il dubbio sta proprio lì: potrebbe «accelerare le insolvenze aziendali nei mercati più piccoli e meno diversificati, ampliando il divario competitivo tra imprese che adottano già queste tecnologie e quelle che rimangono indietro». C’è da chiedersi se la conseguenza non sarà l’annunciata strage dei posti di lavoro di cui si è detto.
Allianz Trade provato a dare una risposta mettendo sotto la luce dei riflettori otto economie europee (Germania, Francia, Italia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia) e nove settori economici per individuare i principali fattori alla base delle insolvenze d’impresa. I risultati – viene messo in risalto – indicano che «le condizioni macroeconomiche e i fondamentali specifici dei singoli settori continuano a rappresentare i principali determinanti delle insolvenze aziendali»: insomma, l’adozione dell’intelligenza artificiale «non mostra ancora una correlazione sistematica con l’andamento dei fallimenti d’impresa». Ma c’è un “ma”: l’analisi evidenzia «un’importante eccezione nei mercati più piccoli e meno diversificati».

L’andamento delle insolvenze aziendali nei vari Paesi nel 2026 rispetto al 2025 secondo il report di Allianz Trade
Fin qui si è guardato al mappamondo nel suo complesso, e in Italia? «L’accelerazione delle insolvenze aziendali osservata negli ultimi anni sta lasciando spazio a una traiettoria più moderata e stabile», questo il verdetto del report. Si indica «una diminuzione del 2% prevista per il 2026, seguita da un lieve aumento dell’1% nel 2027, fino a circa 12mila casi».
Tutto questo dipende dalla «resilienza dell’attività economica italiana che ha sorpreso positivamente nel 2026, anche grazie al consistente afflusso di fondi Next Generation Eu», secondo quanto viene sottolineato. Anzi, diversi settori hanno già registrato «un andamento in lieve miglioramento nella prima parte dell’anno, con la contrazione dei casi di insolvenza». Lo si vede da quel che è accaduto per i quattro principali contributori al numero complessivo di insolvenze a livello nazionale: il commercio ha visto diminuire le insolvenze del 6% da inizio anno ad agosto, nel settore delle costruzioni giù del 10%, un calo di cinque punti nel campo della manifattura e addirittura una riduzione dell’11 per cento sul fronte dell’ospitalità e del turismo.
L’indagine di Allianz Trade prevede che «l’impatto ritardato dei tassi di interesse più elevati e una crescita economica solo moderata continueranno a esercitare pressione sulle imprese, determinando un numero di insolvenze stabili nei prossimi anni». Di nuovo, questa è una visione globale a livello internazionale: per il nostro Paese arriva una buona notizia. «L’Italia rimarrà comunque uno dei pochi Paesi dell’Europa occidentale in cui i livelli di insolvenza si mantengono ancora al di sotto dei valori precedenti alla pandemia», dicono dal quartier generale di Allianz Trade. Inoltre, le modifiche introdotte nel quadro normativo con il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza – viene sottolineato –hanno «chiaramente favorito il ricorso a soluzioni stragiudiziali per la gestione delle situazioni di crisi aziendale».
Si è già detto che dietro la persistenza di questo scenario bisogna leggere le tensioni che continuano a caratterizzare il Medio Oriente, la (mancata) crescita del Pil mondiale («dovrebbe risultare inferiore rispetto al periodo 2023-2025»), i costi energetici che «rimangono elevati» e il sostegno fiscale da parte dei governi che «risulta limitato».
Al tempo stesso, la politica monetaria vira verso un atteggiamento «più restrittivo» (i tassi di interesse sono «destinati a restare elevati per un periodo prolungato, aumentando ulteriormente la pressione sulle imprese più vulnerabili»). A ciò si aggiunga che il numero di aziende attive è «cresciuto di circa il 10% tra il 2021 e il 2025». Risultato: si allarga la platea delle imprese «potenzialmente esposte al fallimento, poiché molte delle nuove realtà imprenditoriali sono finanziariamente fragili». Basti dire che in Europa «meno della metà delle aziende di nuova costituzione riesce a sopravvivere oltre i cinque anni».
Queste le parole di Aylin Somersan Coqui, amministratrice delegata di Allianz Trade: «Con il susseguirsi di molteplici shock dall’inizio dell’anno, tassi di interesse molto più elevati del previsto stanno aumentando la pressione su imprese già fragili, e questa situazione è destinata a proseguire. Nel 2027, il 60% dei Paesi manterrà tassi ufficiali superiori rispetto ai 12-24 mesi precedenti, incrementando i costi di finanziamento e comprimendo i margini. Nell’Europa occidentale, un aumento di 100 punti base dei tassi sui prestiti bancari comporterebbe un aggravio compreso tra 6 e 10 miliardi di euro di oneri finanziari, riducendo la redditività soprattutto nei settori delle energie rinnovabili, delle telecomunicazioni e dell’energia elettrica. Allo stesso tempo, costi energetici elevati e persistenti continueranno ad accentuare la pressione sulla profittabilità, in particolare per le industrie europee ad alta intensità energetica».
Così il commento di Maxime Lemerle, capo degli analisti di Allianz Trade nel settore insolvenze: «Nel complesso, i settori maggiormente esposti sono le costruzioni, il commercio al dettaglio e i servizi. L’Europa concentra quasi il 60% dei posti di lavoro a rischio, pari a circa 1,6 milioni, con Francia, Germania e Regno Unito in prima linea. Segue il Nord America, che rappresenta il 24% del totale dei posti di lavoro coinvolti, ossia circa 650mila unità. Per entrambe le aree si tratterebbe del livello più elevato degli ultimi 13 anni. In Asia l’impatto è concreto ma più contenuto, poiché la regione rappresenta soltanto l’11% dei posti di lavoro a rischio, pari a circa 305mila unità».
Lemerle mette l’accento sulla parte della ricerca relativa agli effetti dell’introduzione dell’intelligenza artificiale: «In Belgio e Svezia, che presentano il più elevato tasso di adozione dell’intelligenza artificiale nel nostro campione (35%), osserviamo che i settori più digitalizzati sono anche quelli che registrano il maggior numero di insolvenze. Lo stesso schema emerge dall’analisi settoriale. Il comparto Information & Communication, che nel nostro campione è il settore con il più alto livello di utilizzo dell’intelligenza artificiale (70% di adozione), presenta livelli di insolvenza superiori alla media nazionale in cinque degli otto Paesi analizzati».











