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I “facchini”? La Bocconi li promuove

LIVORNO – Ogni tanto provo ad andare controcorrente. In questo caso provo a chiedermi se il salvataggio (eventuale) della Compagnia dei portuali livornesi potrebbe o meno fare il bene del porto.
[hidepost]Oppure se sarebbe giusto e saggio lasciarli andare a ramengo, come dicono i veneti, e chi s’è visto s’è visto. Da livornese, credo che i nostri portuali abbiano molti torti. Ma che gioire dei loro guai non sarebbe generoso: e che sarebbe meglio trovare una soluzione perché possano lavorare (dico: lavorare) nell’interesse del porto, della sua competitività e perché no, anche delle loro famiglie.
Che la Compagnia portuali di Livorno sia stata, nella storia, un caso atipico è noto. Fu l’unica “commissariata” dall’allora ministro della Marina Prandini, peraltro con scarsi risultati pratici. E’ stata l’unica, nel bene e nel male, a sopravvivere alla morìa di compagnie dei portuali, sia pure in un crescente e imbarazzante squilibrio tra utili e perdite: tanto da dover vendere alcuni gioielli di famiglia e ancor oggi ipotizzare la vendita di altri più o meno residuali. Ma nel confronto con i portuali genovesi, che hanno dovuto essere salvati – per ora – da un’apposita leggina “salva camalli”, alla fin fine non sono poi i peggiori. Ho la mia età e non dimentico che Italo Piccini “imperante”, non c’era realtà livornese che non corresse a baciargli la pantofola in caso di bisogno.
Oggi siamo, da quello che posso capire, a una svolta storica. Possono definirla in tanti modi, ma l’operazione con i “facchini” di Firenze, pur non essendo un’annessione da parte di questi ultimi, è il riconoscimento che da soli i portuali labronici non ce la fanno più. Dov’è finita l’orgogliosa battuta che figura nelle raccolte dei detti labronici: “il peggio portuale suona il violino coi piedi”? Nell’era della globalizzazione, il matrimonio con i fiorentini (sfottuti costantemente dal Vernacoliere perché “ci bevano tutto ir mare”, insomma affogano) non è poi un delitto: ma certo fa riflettere.
Fa riflettere anche il fatto che per arrivare al risultato di un piano industriale comune con i “facchini” di Firenze, la Cpl abbia scomodato anche uno studio della Bocconi: che valutati i risultati della mega-cooperativa fiorentina (ben 16 piattaforme logistiche distribuite in tutta Italia, tecnologie di alto livello e management da grande impresa multinazionale) li ha promossi a tutto campo. Ed ha promosso anche l’operazione “matrimonio” con i livornesi.
C’è anche un’altra valutazione: il sistema portuale italiano da tempo batte in testa, non aumenta i propri traffici e semmai ci si scanna tra porti per rubarsene fette degli stessi. Puntare allora ad uscire dalle banchine ed operare su aree più vaste e soprattutto nuove, può essere una strada interessante. La logistica, che già fece grandi e invincibili le legioni di Roma, può e deve essere rivisitata in chiave moderna. La Cpl ci prova: non è meglio che aspettare la manna dal cielo o l’ennesima leggina “ad personam” che per Livorno non arriverebbe mai?
A.F.

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Pubblicato il
23 Agosto 2014

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